Mercoledì, 27 Ottobre 2021
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Combattere la crisi a colpi di verde

A conclusione degli Stati Generali che riuniscono il mondo sensibile all’ambiente esce un messaggio forte e chiaro: puntiamo sulla green economy per rilanciare l’economia

“La green economy è la via maestra per uscire dalla crisi”.  Questo il messaggio con cui il Presidente del Consiglio Nazionale della Green Economy Edo Ronchi ha concluso l’annuale appuntamento degli Stati Generali della Green Economy. L’edizione 2014, ancora una volta riminese e gemellata con Ecomondo-Key Energy- Cooperambiente, anche quest’anno ha riunito nella prima settimana di novembre tutto il mondo dell’economia verde per elaborare nuove proposte da indirizzare al Governo. “Attenzione a non subire solo le emergenze, - ha messo in guardia Ronchi, coordinatore di tutta l’iniziativa, -  ma occorre alzare la testa, guardare cosa fanno i paesi più avanzati. Per aprire nuove strade, è necessario rottamare le vecchie idee di sviluppo”.

Al lavoro per trovare la quadra che consenta di uscire una buona volta dal circolo vizioso che mostra come necessariamente antitetici lo sviluppo economico e la causa ambientale oltre 100 relatori - tra rappresentanti istituzionali, imprese e organizzazioni di imprese, mondo della ricerca e associazioni - con i quali hanno dialogato anche il Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti e il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Grande la partecipazione, con oltre duemila persone fisicamente presenti e un intenso coinvolgimento del mondo social (2.500 i tweet con #statigreen14, circa 600.000 le impressions solo oggi, registrate dai tweet contenenti l’hasthtag #statigreen14 e più di 250.000 gli account).

La fiducia riposta nel green come leva importante per la ripresa economica risulta in ottima salute: ne è fermamente convinto oltre il 90% dei 437 imprenditori di tutti i settori più rappresentativi della green economy coinvolti nell’indagine elaborata dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. Gli imprenditori stanno cominciando a fare squadra su idee e convinzioni condivise: la crisi economica può essere superata innovando, differenziando e puntando su produzioni e consumi in direzione green.

Perché, però, il capitolo green economy non resti un’entità astratta dai contratti sfumati, come principale novità dell’edizione di quest’anno, sono state organizzate 7 sessioni tematiche di approfondimento e consultazione, per promuovere una piattaforma di proposte strategico- programmatiche capaci di promuovere concretamente una green economy che sia antidoto alla crisi e chiave per il rilancio di investimenti e occupazione. Riproponiamo la sintesi dei temi più smart discussi: 

Gestione dei rifiuti: enorme il margine di crescita della differenziata che potrebbe anche affrancare l’Italia dalle importazioni di materie prime e creare posti di lavoro (con una raccolta differenziata al 70% se ne potrebbero creare 30mila). Ma l’Italia è ancora lontana da arrivare a quella circular economy che favorisce l’ambiente e il portafoglio. Basti pensare che in Veneto, dove la raccolta differenziata è di circa il 63%, il costo di smaltimento del rifiuto differenziato è di 14,71 euro al kg, mentre in Sicilia, dove la differenziata è poco più del 15%, è di 38,08 euro al kg. Per avviare l’Italia sulla strada virtuosa nella gestione dei rifiuti, il gruppo di lavoro ha avanzato 10 proposte. Tra queste: la modifica della Tari, la misurazione dei rifiuti effettivamente riciclati, il sostegno agli acquisti verdi per arrivare al 50%, lo sviluppo del mercato delle materie prime seconde, le semplificazioni burocratiche, la promozione del riuso e del riciclo dell’invenduto alimentare.

Certificazioni ambientali, l’Italia terza in Europa per EMAS. La responsabilità sociale e il reporting delle performance di sostenibilità fanno ormai parte della valigia ambientale delle imprese attraverso approcci, metodi e strumenti articolati e complessi. Una nuova Direttiva ha stabilito, poi, che, dal 2017, circa 6.000 grandi imprese dovranno fornire informazioni su temi non economici tra cui l’ambiente. Oggi per misurare la qualità ambientale dei prodotti si è sviluppata una serie di strumenti e l’Italia è ben posizionata: le certificazioni ISO14001 sono16.519 (+4,5 volte negli ultimi 10 anni), quelle EMAS sono 1.591 (+8 volte negli ultimi 10 anni e per questa certificazione l’Italia è terza in Europa) e ci sono 20.000 prodotti Ecolabel. Per valutare gli impatti di un prodotto dalla culla alla tomba c’è il Life Cycle Assessment (LCA). Questo nuovo strumento, licenziato dalla Commissione UE, è l’impronta ambientale che potrebbe far convergere il reporting d’impresa e l’etichetta ecologica di prodotto. In Italia, nel 2010, il Ministero dell’Ambiente ha avviato una sperimentazione sull’impronta ambientale di circa 200 imprese del Made in Italy in 13 comparti prediligendo tra gli indicatori ambientali la carbon footprint. 

Clima ed energia: l’Italia sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi 2020. È essenziale che a Parigi nel 2015 i governi di tutto il mondo assumano impegni specifici per contrastare il cambiamento del clima. Tre sono le priorità: identificare un obiettivo globale di riduzione delle emissioni di gas serra in grado di garantire il rispetto della soglia di 2 gradi; tradurre questo obiettivo globale in target nazionali legalmente vincolanti; individuare gli strumenti adeguati per raggiungere gli obiettivi a partire da sistemi di tassazione del carbone. In questo scenario, l’Italia, che è il 4° paese in Europa per emissioni (circa 460 milioni di tonnellate di CO2 eq nel 2013), grazie all’effetto combinato della crisi economica e di alcune politiche, ha visto diminuire dal 2005 le emissioni di gas serra tanto che potrà raggiungere gli obiettivi europei del 2020. Per accelerare, però, il processo di trasformazione verso un’economia decarbonizzata, sono necessari tre interventi strategici: promuovere la crescita delle fonti rinnovabili, che oggi coprono il 13% del consumo finale lordo di energia; rafforzare le misure di efficienza energetica (attraverso la riqualificazione dell’1% annuo degli edifici residenziali esistenti si attiverebbero investimenti per oltre 8 miliardi di euro); sviluppare una politica intergrata rispetto alla mobilità sostenibile.

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