A rischio il 10% del PIL italiano: 5 fattori chiave per la ripresa del settore automotive

Francesco Papi, Associate Partner PwC Strategy& Italia, analizza le condizioni del mercato automobilistico e i cambiamenti nella domanda di mobilità dopo gli sconvolgimenti prodotti dalla pandemia

Le conseguenze della pandemia di Covid-19, esplosa tra la fine di febbraio e marzo, hanno determinato una situazione di crisi economica a livello globale. L’automotive è stato tra i settori più colpiti, in particolar modo nei mesi di lockdown: il mercato auto in Europa nel primo semestre del 2020 ha fatto registrare un calo di immatricolazioni di oltre il 40% rispetto allo stesso periodo del 2019. Numeri preoccupanti, poiché si stima che l’industria automobilistica e il suo indotto pesino il 10% del PIL italiano.

Inevitabilmente molte aziende, specialmente le meno solide, sono andate in difficoltà, altre si sono dovute riorganizzare in fretta e furia per salvare affari e posti di lavoro. Continuare ad essere competitivi in un contesto come quello attuale non è affatto un’impresa semplice, ma esistono una serie di strategie e contromisure a cui i costruttori e gli altri attori dell’industria a quattro ruote possono ricorrere.

Per saperne di più sulle prospettive che attendono il settore automotive e la mobilità, Today.it ha intervistato Francesco Papi, Associate Partner di PwC Strategy&, network internazionale di consulenza strategica che ha condotto uno studio sull’impatto del Covid-19 sul mercato europeo dell’automotive.

“Il settore automotive nell’ultimo triennio aveva già dato segnali di rallentamento. Indipendentemente dal Covid-19, negli anni a venire era previsto un calo delle vendite dovuto al rallentamento della crescita delle economie più mature e della Cina, che nell’ultimo decennio ha trainato l’incremento delle vendite globali. La pandemia arriva inoltre in un momento in cui i costruttori stanno sostenendo forti investimenti per lo sviluppo di nuove tecnologie, quali quelle relative ai veicoli autonomi, alla mobilità sostenibile ed a quella condivisa. Quest’ultima avrà un impatto sul parco circolante, che in Europa raggiungerà il suo picco tra il 2025 e il 2030. La partita per i costruttori passerà quindi dalla crescita in volume alla sostituzione tecnologica, che richiederà anche la definizione di nuovi modelli di business per gestire il progressivo passaggio dalla vendita di veicoli a quella di nuovi servizi di mobilità”.

Potenziare la filiera e i fornitori

Per contenere i danni causati dal periodo di lockdown e non essere costretti a interrompere la produzione, le case automobilistiche hanno dovuto rapidamente riorganizzare le linee produttive per garantire maggiori condizioni di sicurezza per il personale. L’ulteriore sforzo da compiere per i player del settore automotive si concentra sulla supply chain, ossia la catena dei fornitori:

“L’industria automobilistica, anche nel nostro Paese, è stata in grado di riorganizzarsi rapidamente dal punto di vista della sicurezza e ha anche collaborato attivamente con la comunità scientifica. I dati recenti relativi all'Europa, ma anche all'America, sono incoraggianti: la produzione è ripresa e a luglio, in alcuni paesi, ha registrato dei volumi superiori rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Al di là della sicurezza sul lavoro, la sfida principale tuttavia è rappresentata da una maggiore esigenza di flessibilità nella supply chain. La pandemia ha messo in evidenza la debolezza della catena di fornitura dal punto di vista logistico (molti paesi erano in lockdown e quindi è stato difficile far circolare le merci), ma anche da un punto di vista più strutturale, ovvero in termini di equilibrio operativo e finanziario dei fornitori. Per assicurare la continuità della produzione, le case automobilistiche dovranno fare in modo che i loro fornitori siano costantemente monitorati e supportati, anche finanziariamente. La pandemia ha messo in rilievo la rigidità delle filiere di produzione molto concentrate (su pochi fornitori) e delocalizzate ma, da un certo punto di vista, rappresentato anche un’occasione per ripensare le politiche di sourcing".

Com’è cambiata la mobilità dopo il covid

Le tendenze rilevate nei primi 6 mesi dell’anno nell'industria automotive in Europa e nel mondo, hanno messo in luce la progressiva ascesa dei veicoli elettrici e anche il cambiamento di alcune abitudini:

“Tra i trend principali che abbiamo osservato nel periodo di lockdown, spicca la resilienza alla crisi del business dei veicoli elettrici. La mobilità sostenibile ha segnato un andamento in netta controtendenza rispetto ai veicoli a combustione interna per diversi motivi. In generale, c’è sempre più attenzione da parte della comunità ai ambientali. Inoltre, i veicoli elettrici interessano attualmente una tipologia di domanda a più alto reddito, e quindi per definizione più resiliente alla crisi economica generale. Infine, l’incremento delle vendite di veicoli elettrici è sostenuto dagli incentivi governativi, orientati in particolare a favorire la sostituzione del parco più anziano con veicoli a basso impatto ambientale”.

Le misure di prevenzione per evitare contagi, hanno trasformato in maniera significativa il modo in cui ci spostiamo. La raccomandazione di evitare luoghi chiusi e affollati come i mezzi pubblici, ha prodotto inevitabili cambiamenti nelle scelte e nelle tendenze delle persone.

“La mobilità dopo la pandemia è cambiata radicalmente – spiega Papi –. Abbiamo condotto studi che confermano una situazione che più o meno tutti abbiamo vissuto in prima persona: c'è più scetticismo nel trasporto pubblico ed un minore ricorso al car sharing, il tutto ovviamente per questioni di sicurezza sanitaria. Questo fenomeno ha determinato un maggiore ricorso alla mobilità individuale, dando nuovo impulso anche al business dell'usato, che interessa in particolare la domanda a più basso reddito. La mobilità individuale è anche influenzata dall’esigenza di accedere ed avere flessibilità di spostamento nelle zone a traffico limitato dei centri urbani (il cosiddetto ultimo miglio) e ciò ha favorito anche l’ascesa di mezzi di mobilità alternativa alle quattro ruote, come i monopattini elettrici”.

Nuovi modelli di business: l’ascesa dei virtual showroom

Limitare i contatti, specialmente nei momenti di maggiore rischio per la salute, impone agli attori del mercato di pensare a nuovi modelli di business e servizi. In un contesto come quello attuale, il web e le esperienze digitali, se sfruttate a dovere, possono diventare un prezioso alleato aggiunto per l'industria automotive.

“Nel recente passato, anche prima della pandemia, si erano già iniziate a registrare interessanti iniziative di virtual showroom: attraverso un’esperienza online, si dà la possibilità al cliente di interagire a distanza per l'acquisto di un'auto. Dall'altra parte c’è il venditore, dotato di tablet o smart glasses a guidare l'acquirente nella presentazione del prodotto. Il processo non si limita alla configurazione, ma continua con la negoziazione e la chiusura del contratto tramite la firma digitale. La realtà aumentata e la realtà virtuale possono rendere questo processo più appagante e coinvolgente, riducendo i punti di contatto fisici senza compromettere l’esperienza d’acquisto. In America queste pratiche hanno dato ottimi riscontri, in Italia siamo ancora indietro”.

Investire nella customer journey

Papi entra nel merito di questo ritardo:

“La rete distributiva, che rappresenta oltre il 90% delle vendite nel segmento dei privati, negli ultimi anni ha registrato una profittabilità particolarmente bassa. Se la rete distributiva guadagna poco, gli investimenti vengono limitati e ritardati e ne risente ovviamente anche l'esperienza del cliente. Come già detto, le soluzioni tecnologiche sono disponibili, ma servono investimenti in nuove piattaforme digitali e gestire un cambiamento di mentalità da parte del front office commerciale. In tal senso, l’impulso al cambiamento deve partire dalle case automobilistiche, che devono guidare e supportare la rete distributiva in questo percorso evolutivo. Molti si stanno già cimentando in queste iniziative: in un certo senso, la pandemia ha avuto l’effetto di dare maggiore impulso all’innovazione, ma c'è ancora molto da fare. Per contro, la tecnologia da sola non basta per stimolare le vendite. In queste congiunture di crisi, servono proposte innovative anche dal punto di vista finanziario: bisogna incoraggiare l'acquisto, creare nuove formule commerciali per rendere più sostenibile la spesa. Ad esempio, per incoraggiare la vendita delle auto elettriche, alcune case automobilistiche stanno proponendo la formula del leasing sulla batteria, una componente che incide significativamente sul costo complessivo del veicolo”. E gli incentivi? “Aiutano nei momenti di crisi, ma non risolvono il problema strutturale della carenza di innovazione, per cui ci vuole uno sforzo da parte di tutti gli attori della filiera, che devono guardare al mercato futuro con un’ottica diversa".

I cinque punti cardine per risollevare l’automotive

Le indicazioni strategiche elaborate da PwC Strategy& per fronteggiare le nuove sfide che attendono gli attori dell’automotive si possono quindi sintetizzare essenzialmente in cinque punti:

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"In primo luogo, bisogna garantire continuità nella produzione, a partire dallo stato di salute dei propri fornitori.
Bisogna poi lavorare sulla rete distributiva, potenziandola e supportandola per entrare il più possibile in sintonia con le nuove esigenze dei clienti.
La pandemia ha reso la domanda più imprevedibile rispetto alle crisi precedenti, proprio perché condizionata da fattori sanitari, oltre che dal calo di confidenza generata dalla crisi economica. Da questo punto di vista, la customer sentiment analysis consente di catturare tempestivamente le esigenze della domanda ed indirizzarla con leve commerciali più efficaci.
Altro punto fondamentale è quello di dare continuità agli investimenti sulla elettrificazione della gamma elettrica, che secondo i nostri studi può ambire a diventare un fenomeno di massa nel prossimo futuro e abilitare nuove opportunità di business al di là della vendita dei veicoli.
Infine, è necessario personalizzare l’esperienza d’acquisto, rivedendo i concetti tradizionali e introducendo l’uso di tecnologie che favoriscano l’interazione da remoto sia in ambito vendita che post-vendita”.

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