Lunedì, 10 Maggio 2021

Cresce il mercato europeo e italiano dei dati, il cloud computing per le imprese italiane vale 600 miliardi

Lo studio realizzato dall’Istituto per la Competitività ha rilevato che se impiegate in maniera diffusa su tutto il territorio, le soluzioni di cloud computing potrebbero rappresentare un vero e proprio fattore abilitante della trasformazione digitale non solo dell’intero sistema produttivo italiano, ma anche della pubblica amministrazione

Una piena adozione di soluzioni di cloud computing da parte delle aziende italiane potrebbe comportare un aumento di fatturato fino a 600 miliardi di euro, di cui oltre la metà a beneficio di piccole e medie imprese: è uno dei dati principali che emergono dal report dal titolo “Una strategia cloud per un’Italia più competitiva e sicura” realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com). Lo studio, curato dal presidente del think tank Stefano da Empoli e dal senior research fellow Lorenzo Principali, è stato presentato oggi nel corso di un webinar organizzato in collaborazione con Open Gate Italia, società di consulenza guidata da Laura Rovizzi, a cui hanno preso parte esperti e rappresentanti delle istituzioni, della politica e del mondo produttivo. 

Attualmente, solo il 30% del campione analizzato adotta questo tipo di tecnologie, in particolare il cloud pubblico, con un’incidenza maggiore nelle classi di ricavi al di sopra dei 10 milioni di euro. Se impiegato in maniera diffusa su tutto il territorio, potrebbe rappresentare un vero e proprio fattore abilitante della trasformazione digitale non solo dell’intero sistema produttivo italiano, ma anche della pubblica amministrazione. Nello specifico l’adozione del cloud computing potrebbe generare negli apparati pubblici italiani un impatto fino a oltre 1 miliardo di risparmi l’anno, grazie a minori spese energetiche e maggiore produttività del personale.

Il rapporto I-Com sottolinea come, soprattutto nel contesto della pandemia da Covid-19, il cloud computing abbia assunto una particolare valenza strategica sia per il suo vasto utilizzo da parte di imprese, pubblica amministrazione e cittadini, sia perché si tratta di una tecnologia abilitante essenziale per la trasformazione digitale. A questo riguardo, secondo i dati diffusi da Idc, il valore complessivo della data economy nel Vecchio continente supera oggi i 350 miliardi di euro e le stime prevedono un ulteriore aumento entro il 2025, quando il mercato raggiungerà i 550 miliardi.

Se dal valore economico spostiamo il focus dell’analisi alla geopolitica, gli analisti dell’istituto sottolineano come l’utilizzo del cloud da parte di enti pubblici e aziende europee sia strettamente connesso alla tutela delle informazioni riservate, siano esse personali o relative alla sicurezza nazionale. Sotto questo profilo, un tema che i decisori politici sono chiamati a non sottovalutare è legato alle conseguenze che le scelte in materia di sovranità digitale avranno sulla competitività: chiudersi in difesa potrebbe non rivelarsi una scelta saggia, ed una svolta tecnologicamente autarchica rischierebbe di ridurre la competitività internazionale dell'Europa e della stessa Italia. 

A tal proposito, secondo lo studio I-Com, sono molteplici e di diversa natura le controindicazioni di un approccio nazionale al cloud di stampo protezionistico. Tra queste, una riduzione delle economie di scala e del tasso innovativo e una potenziale limitazione nell’offerta di servizi di cloud avanzati (in particolare Big Data, intelligenza artificiale e Internet of Things), fondamentali per la digital transformation del sistema produttivo. E ancora, nonostante l’innalzamento delle barriere, ulteriori ripercussioni si potrebbero verificare (paradossalmente) anche sul livello di sicurezza complessivo di enti pubblici e aziende, per via della necessità di implementare autarchicamente le più avanzate tecnologie di protezione cyber su un perimetro molto esteso. In pratica, il pericolo di un approccio troppo protezionistico rischierebbe di ridurre o vanificare gli importanti benefici che deriverebbero da un mercato del cloud aperto, integrato e pienamente sviluppato.

“È importante incoraggiare l’interoperabilità dei servizi cloud e la portabilità di dati e applicazioni, l’utilizzo di standard aperti e la condivisione di tecnologie e best practice capaci di migliorare il livello complessivo di innovatività del sistema”, ha sottolineato il presidente I-Com Stefano da Empoli. Lo stesso economista ha poi aggiunto che “un mercato del cloud europeo e nazionale aperto e competitivo, scevro di illusorie tentazioni autarchiche e stataliste, rappresenta la migliore porta di ingresso per imprese, pubblica amministrazione e altre organizzazioni impegnate nella trasformazione digitale”.

In questo senso, è noto come il tentativo francese di creare un cloud sovrano si sia rivelato un’esperienza fallimentare. Lanciato nel 2009 per fornire servizi cloud “di Stato” al settore pubblico e alle imprese, il progetto Andromède è stato realizzato attraverso un partenariato pubblico-privato in cui lo Stato stesso figurava come azionista di maggioranza e in cui inoltre venivano coinvolti alcuni grandi operatori. Tuttavia, a seguito di mancati accordi e problemi finanziari, il progetto iniziale è stato abbandonato, portando all’uscita dei soggetti coinvolti e all’interruzione dei servizi inizialmente previsti.

Più pragmatica e vincente, invece, l’esperienza britannica, in cui il programma G-Cloud, lanciato nel 2012, è finalizzato a diffondere l’utilizzo del cloud nel settore pubblico e ad agevolare l’acquisto dei servizi attraverso accordi con gli operatori privati (anche internazionali, europei ed extra-europei). Parallelamente è stato condotto un aggiornamento della Data Classification Strategy per verificare i dati meritevoli di speciale protezione da parte dello Stato (risultati essere poi il 5% del totale, restringendo di molto il perimetro al quale dedicare un livello massimo di protezione). In questo contesto “anche con l’occasione del PNRR, il governo è chiamato al difficile compito di decidere come investire le risorse per trovare il corretto bilanciamento tra garantire la sicurezza dei dati critici ed evitare derive protezionistiche che indebolirebbero la competitività del sistema”, ha evidenziato il ricercatore dell’istituto Lorenzo Principali, che poi ha concluso: “Il modello britannico e un’attenta valutazione di asset e dati sensibili sembrano costituire al momento la migliore soluzione percorribile”.


 

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