Venerdì, 26 Febbraio 2021

Ripensare la cultura attraverso nuove forme: dalle potenzialità del digitale all'integrazione tra fisico e virtuale

"L’arte trova sempre espressione nelle forme possibili. Al di là dell’emergenza la scommessa è l’incremento di esperienze sensoriali attraverso le nuove tecnologie nei luoghi classici della fruizione culturale": lo sottolinea Roberto Albergoni, già direttore di Manifesta 12 e presidente dell'associazione "MeNo", che con la rassegna "Art" ha proposto più di tre settimane di eventi trasposti su piattaforma tecnologica

La trasformazione delle dinamiche di accessibilità alla cultura, alla luce della chiusura temporanea di musei, teatri e cinema, si lega inevitabilmente all'impatto delle nuove tecnologie. Ma cosa significa oggi fare cultura adoperando l'ausilio del digitale? Lo abbiamo chiesto a Roberto Albergoni, presidente di "MeNO" e già direttore di "Manifesta 12", la biennale europea di arte e cultura contemporanea itinerante, che nel 2018 ha fatto tappa a Palermo. L'associazione, ha dato vita ad "Art Rethinks Transformation”, un programma di mostre, talk ed eventi speciali dal 4 al 23 dicembre sulla piattaforma www.associazionemeno.org (dove è possibile ripercorrere tutto il calendario di appuntamenti, tra mostre, talk e persino il racconto della produzione di un film "Cos'è la notte" di Marco Savatteri, con Iaia Forte, trasmesso in streaming per tre giorni), con la direzione artistica di Andrea Cusumano che nel 2018, da assessore alla Cultura di Palermo, ha puntato fortemente sull’arte contemporanea e ha candidato la città a Capitale della Cultura.

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Roberto Albergoni, presidente di "MeNo"

La rassegna "Art" nasce pensata per essere presentata attraverso la piattaforma tecnologica o si adegua in seguito alle contingenze? E se la risposta valida è la seconda, come ci si adegua a questa nuova dinamica?

La cultura, come manifestazione del pensiero umano, non può fermarsi, e l’arte trova sempre espressione nelle forme possibili in un determinato contesto. Ciò è sempre accaduto e accade anche oggi. Occorre scomporre e poi ricomporre in modo creativo assumendo i mezzi disponibili come opportunità e non come vincolo. L’intero progetto "Art" era stato pensato durante il primo lockdown ma con la fiducia e la speranza che sarebbe stato possibile realizzarlo con strumenti tradizionali in questa fine d’anno. Così non è stato e gli artisti e i curatori sono stati chiamati a re-interpretare il proprio lavoro per renderlo fruibile sul web. Non abbiamo voluto trasferire in rete ciò che era stato pensato ma elaborare una nuova progettualità che utilizzasse le tecnologie come risorsa e non come una gabbia.

L’Italia dopo decenni di pigrizia della pubblica amministrazione nel ripensare i modelli organizzativi e i sistemi di gestione dei dati e delle informazioni ha improvvisamente scoperto, perché costretta, le potenzialità del digitale. Il telelavoro e la formazione a distanza esistevano già da almeno due decenni ma restavano nicchie di mercato di pochi privati. La cultura arriva sul web per necessità ma occorre sostenere il processo inverso. Dobbiamo portare le tecnologie nei luoghi della cultura e non il teatro e la musica nel web. Questo va benissimo per l’emergenza ma la scommessa è l’integrazione tra fisico e virtuale e l’incremento di esperienze sensoriali attraverso le nuove tecnologie nei luoghi classici della fruizione culturale.

Secondo lei, questa fase di accelerazione del digitale che stiamo vivendo può supportare positivamente la trasformazione in atto o ne rappresenta semplicemente un’alternativa?

Forse dovremmo rivedere il senso del fare cultura. Viviamo un'epoca governata dal mercato e dal consumo che ci ha portati a considerare la cultura come un prodotto da vendere e distribuire. Ripensare la trasformazione è un invito a considerare la cultura e l’arte come dimensione intima dell’individuo e al tempo stesso come espressione di senso di una comunità. L’artista si esprime attraverso i mezzi che possiede: il corpo, la voce, gli strumenti musicali, i colori, la materia e perché no gli algoritmi digitali e le tecnologie in genere.

Gli strumenti che usiamo possono modificare il nostro modo di pensare oltre che di comunicare? Sì, ma questo è sempre accaduto e fa parte della trasformazione. L'importante è governare gli strumenti disponibili rispetto alle proprie visioni e sensibilità artistiche senza costrizioni ideologiche o al contrario obblighi di modernizzazione imprescindibili per raggiungere parte del pubblico come se fosse un target di mercato. 

Diverso il compito dei produttori. Gestire luoghi di cultura - teatri, cinema, gallerie d’arte -  richiede risorse che oggi il sistema delle sovvenzioni pubbliche stenta a garantire.  Dobbiamo guardare a nuove forme di integrazione con il privato orientando la gestione dell’offerta culturale  verso la creazione di  imprese  creative e innovative. Le tecnologie possono facilitare tale processo offrendo nuove opportunità non soltanto di comunicazione, ma di connessione virtuosa tra ambiti diversi riducendo il costo di alcune attività.

Occorrono competenze specifiche e soprattutto lo scambio di conoscenze e idee tra chi possiede lo strumento tecnologico e chi elabora idee e progetti culturali. Il digitale non è, dunque, un’alternativa, quanto piuttosto un’opportunità che il singolo artista può decidere o meno di indagare ma che il “produttore” deve imparare a utilizzare in modo coerente alla propria proposta culturale.

"MeNo" rappresenta l'emblema della rete tra le città e le culture, come si può dare continuità a questa intenzione? Il digitale può contribuire a rafforzare il network?

"MeNo", memorie e nuove opere, nasce per sviluppare connessioni tra l’eredità culturale materiale e immateriale e le nuove produzioni contemporanee. Le città sono ormai il luogo delle relazioni e della sperimentazione di nuove visioni di convivenza sostenibile. Sono il principale luogo di incontro, o di scontro, tra culture diverse. Diverse per provenienza geografica, per struttura identitaria oppure perché portatrici di una diversa visione del futuro. Ma le città sono anche connesse tra loro, per la facilità degli spostamenti e per la comunicazione digitale.

Le tecnologie favoriscono le reti e la comunicazione ma non sostituiscono il pensiero. Rafforzano la condivisione e quindi la possibilità di un arricchimento collettivo di conoscenza se capaci di accettare e gestire la complessità. Se tecnologia significasse soltanto velocità, sintesi al limite dello slogan e semplificazione saremmo al principio di un disastro culturale. Guardando ai nativi digitali, ai giovani, sono fortemente fiducioso nella capacità dell’uomo di governare anche l’attuale rivoluzione digitale.

Come funzionava tecnicamente la trasposizione "fisica" al Foro Italico di Palermo della mostra "Arkad"? 

"Arkad" è un progetto collaterale selezionato da Manifesta per l’edizione di Marsiglia. Il Covid 19 ha impedito i viaggi e anche il pieno svolgimento di "Manifesta 13". Avevamo due soluzioni: installare le opere a Palermo e mostrarle attraverso il web come esposizione virtuale oppure rivedere completamente la struttura curatoriale del progetto e proporre qualcosa di diverso. Questa seconda ipotesi è stata realizzata grazie alla creatività e disponibilità degli artisti e dei curatori che hanno prodotto le loro opere direttamente in digitale. I modelli sono stati rielaborati e collegati a un sistema di realtà aumentata che ha consentito di posizionare un marker per ciascuna opera al foro italico di Palermo, creando un’esposizione all’aperto e in riva al mare.

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Puntando la fotocamera del proprio smartphone sul marker era possibile scaricare l’opera in 3D e ambientarla secondo le preferenze del singolo visitatore, ricreando in questo modo creare il proprio allestimento, oppure collegarsi direttamente al sito web tramite il proprio dispositivo per visualizzare le opere in realtà aumentata. Grazie a tale modalità di accesso le opere sono state viste, fotografate ed esplorate in tante città europee, offrendo suggestioni assolutamente inaspettate in un dialogo tra artista, curatore e visitatore del tutto inusuale.

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In Italia divampano le polemiche sulla nascita della cosiddetta "Netflix della cultura", una piattaforma digitale in cui dovrebbero convergere spettacoli ed eventi culturali invocata da mesi dal Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Franceschini e a cui ora sono stati stanziati 10 milioni di euro. Cosa ne pensa?

Credo che l’idea di fondo di creare un’infrastruttura tecnologica a servizio delle cultura sia di per sé lodevole. Non può trattarsi di una risposta alle limitazioni imposte dalla pandemia e occorre una progettualità che ne chiarisca le logiche di funzionamento, di accesso da parte degli operatori culturali e di fruizione da parte del pubblico. Una struttura centralizzata, “governativa”, capace di indirizzare l’offerta e la fruizione culturale rischia di apparire troppo egemonica. Occorre un confronto ampio con il mondo dell’arte e della cultura che è formato da una eterogeneità di soggetti con esigenze, opportunità e funzioni diverse.

L’idea di un luogo virtuale che promuova la produzione culturale italiana non mi appassiona e non risponde pienamente alla logica di reti transnazionali. Da operatore vorrei essere sostenuto nel potere utilizzare gli strumenti digitali piuttosto che avere la possibilità di accedere a un sistema di diffusione della cultura italiana. Esprimo soltanto delle perplessità che potrebbero essere risolte se il confronto sopra auspicato riuscisse a conciliare le diverse e legittime istanze.

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