Giovedì, 22 Aprile 2021
LO STUDIO INTERNAZIONALE

Il "casco" italiano convince: uno studio lo attesta come soluzione vincente per i casi gravi di polmonite da Covid-19

Il "casco", destinato ai pazienti con grave insufficienza respiratoria, come quelli con la polmonite da Covid-19, riduce del 40% la necessità di ricorrere all’intubazione: lo rivela lo studio coordinato dal Policlinico Gemelli di Roma appena pubblicato sulla rivista scientifica americana "Jama"

Abbiamo imparato a riconoscere questo strano supporto, divenuto tristemente familiare alle cronache, ma non tutti sanno che è uno strumento tutto italiano: quello che i rianimatori in gergo chiamano "casco" è destinato ai pazienti con grave insufficienza respiratoria, come quelli con la polmonite da Covid-19. Una soluzione di ventilazione non invasiva, inventata e prodotta in Italia, e per lo più adoperata da rianimatori italiani. Ma adesso, uno studio appena pubblicato sull'autorevole rivista scientifica "Jama" - The Journal of the American Medical Association - dimostra che nei pazienti con Covid-19 la "via italiana" può essere quella vincente.

Il "casco", infatti, riduce del 40% la necessità di ricorrere all’intubazione, rispetto all’ossigenoterapia ad alti flussi, che è considerata il supporto respiratorio ottimale in caso di ipossiemia. Gli autori Domenico Luca Grieco e Massimo Antonelli per il Gruppo di Studio Covid-Icu Gemelli, accreditano il casco come metodo migliore per far "respirare" i pazienti con insufficienza respiratoria acuta, causata dalla polmonite, riducendo la necessità di ricorrere all’intubazione e alla ventilazione meccanica invasiva.

“Il casco è un approccio tutto italiano. Il suo uso non è frequente all’estero - spiega il dottore Domenico Luca Grieco, rianimatore presso la Terapia Intensiva del Columbus Covid2 Hospital-Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS - mentre l’ossigenoterapia ad alti flussi è stata finora considerata il gold standard per questi pazienti. Il casco è un modo diverso di aiutare i pazienti, perché consente di erogare pressioni molto alte che permettono di ‘riaprire’ il polmone colpito dal processo infiammatorio e riducono la fatica respiratoria di questi pazienti. Studi condotti in passato avevano dimostrato che l’uso di queste pressioni alte protegge il polmone da ulteriori danni durante la ventilazione".

"Inoltre - continua Luca Grieco - il casco è molto confortevole rispetto alle altre interfacce per la ventilazione non invasiva: questo consente trattamenti continuativi con poche interruzioni, che sembrerebbe essere una caratteristica fondamentale per evitare l’intubazione. In questo lavoro abbiamo confrontato gli effetti dell’ossigenoterapia ad alti flussi con quelli del casco. E i risultati dimostrano che il casco consente di evitare il ricorso alla ventilazione invasiva (intubazione) in circa il 40% in più dei pazienti".

Tuttavia, è necessaria la tempestività. "I pazienti trattati con il casco devono essere strettamente monitorati - spiega il dottore Grieco - perché quando l’intubazione si dovesse rendere necessaria, non va ritardata, farlo aumenterebbe la mortalità. Questi sono risultati promettenti, frutto di un lavoro condotto in un contesto emergenziale, e ci fanno ipotizzare che l’uso del casco, benché richieda personale molto esperto e specifiche impostazioni, possa essere considerato in contesti protetti e possa migliorare la terapia dei pazienti affetti da Covid-19 e, più in generale, da insufficienza respiratoria ipossiemica”.  

Lo studio Henivot, coordinato dal Policlinico Gemelli di Roma, finanziato dalla Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva e condotto in collaborazione con l’Ospedale di Rimini e le Università di Ferrara, Chieti e Bologna, è stato condotto tra ottobre 2020 e febbraio 2021 su 109 pazienti arruolati presso alcune unità di terapia intensiva italiane.

Casco_studio Gemelli-2
Massimo Antonelli, Domenico Luca Grieco e Gennaro De Pascale 

I "caschi" sono prodotti in Emilia Romagna, precisamente a Mirandola, nella Silicon Valley dell’elettromedicale italiano. A credere nei caschi per i pazienti con Covid-19 sono stati anche 5 imprenditori italiani - Flavio Cattaneo, Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle, Isabella Seragnoli e Alberto Vacchi - che, la scorsa primavera, tramite l’associazione "Aiutiamoci", da loro fondata, ne hanno acquistato diverse centinaia, per donarli a varie Regioni Italiane, tra le quali il Lazio.

       
 

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