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Domenica, 19 Maggio 2024
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Creativi si nasce o si diventa?

Ognuno di noi ha delle caratteristiche che ci rendono unici, ma non sono solo queste a renderci speciali. Possiamo esserlo anche nel modo in cui affrontiamo un problema, osserviamo il mondo e, soprattutto, nel modo in cui troviamo la nostra dimensione per abitarlo.

Dare voce alla nostra creatività può darci una marcia in più, ma quando ci riusciamo davvero? E che cos’è e dove si trova la creatività, ma soprattutto, è una capacità già insita in noi oppure bisogna darsi da fare per acquisirla? È proprio questa la domanda più importante che si pone  Piero Bianucci in Creativi si nasce o si diventa?, da poco pubblicato da Edizioni Dedalo.

Per quanto sia rilevante la sua componente genetica, le ricerche più recenti suggeriscono la possibilità che la creatività si possa apprendere, grazie proprio alla plasticità del nostro cervello: «Il cervello non è rigido come un cristallo e neanche gassoso come appare in certe persone, bensì plastico come l’argilla. – sostiene Bianucci nel saggio - La plasticità cerebrale incoraggia a ritenere che a qualsiasi età si possa sviluppare un’attitudine creativa. L’intelligenza stessa, almeno in parte, si impara».

È difficile misurare e tracciare dei confini intorno alla creatività, che sembrerebbe non essere sempre correlata all’intelligenza, anch’essa complessa e “sfuggente come un’anguilla” per essere classificata. Inoltre, la creatività sembrerebbe essere diversa a seconda che si tratti di arte o di scienza: «La creatività è una forma di pensiero fluido - dichiara l’autore - che costruisce connessioni rapide e inedite tra regioni lontane della corteccia cerebrale. Se nell’ambito artistico creatività e intelligenza non sono necessariamente correlate, è verosimile che invece chi esprime una vivace creatività scientifica abbia un QI elevato, ma i tipi di intelligenza possono essere molto diversi. Se già è problematico valutare l’intelligenza, come si può misurare la creatività di un quadro, un romanzo, una melodia, una scoperta scientifica o un’applicazione tecnologica?».

La creatività resta, ancora oggi, tra le doti più misteriose del cervello: «Se le conseguenze della creatività sono a prima vista sfuggenti, – afferma Bianucci - non c’è da stupirsi che siano misteriosi i suoi meccanismi. È chiaro, però, che quelli primari sono da cercare nel cervello e quelli secondari nell’ambiente».

Lo stesso ambiente può aiutarci a stimolare la creatività anche nel momento in cui confrontiamo i nostri pensieri: «Il brainstorming (letteralmente “tempesta di cervelli”) – scrive l’autore - aiuta il lavoro creativo di gruppo: delineato il problema, ognuno è libero di avanzare qualunque idea per quanto bizzarra, il punto di avvio è lasciato al caso (va bene l’ultimo sostantivo della prima pagina di un giornale, dice De Bono), si procede per associazioni e contrapposizioni estemporanee, con leggerezza, come in assenza di gravità (cioè di freni inibitori)».

Nei meccanismi mentali della creatività, ci racconta Bianucci, c’è anche una stretta connessione con i meccanismi dell’umorismo: in entrambi c’è la rottura di uno schema che genera divertimento: «Divertimento viene dal latino de-vertere: deviare, rivolgere altrove. – spiega Bianucci - Umorismo e creatività hanno in comune il pensiero divergente». Lo stesso Einstein una volta affermò che “La creatività è un cervello che si diverte”.

L’improvviso rovesciamento del punto di vista è tipico del pensiero divergente, quello che appartiene a una creatività forte, che è in grado di riconfigurare il problema, capovolgere il punto di vista ribaltando la prospettiva, e generare la scienza rivoluzionaria, quella che scatena il gioioso istante “Eureka!” Ecco perché, racconta l’autore: «La divergenza è il meccanismo più importante della creatività. I bambini sono superdotati di pensiero divergente. Per loro propongo una categoria apposita: quella del “pensiero innocente”. Genitori e scuola hanno un’enorme responsabilità nel preservarlo, incoraggiarlo e potenziarlo. Non è un caso che spesso artisti e scienziati abbiano comportamenti infantili».

La stessa intelligenza artificiale deve arrendersi davanti al pensiero divergente o, semplicemente, può fare a meno dell’intelligenza umana, spiega Bianucci: «Secondo Luciano Floridi, filosofo dell’informazione all’Università di Oxford, l’attuale intelligenza artificiale è “riproduttiva”, non “cognitiva”. È efficiente proprio perché il suo agire è separato dall’intelligenza. Non sarà l’intelligenza artificiale ad adattarsi all’ambiente in cui agisce, saremo noi ad “avvolgerla” in un ambiente adatto a lei, proprio come fa Amazon. L’intelligenza “produttiva” cognitiva rimane lontanissima».

Si può essere creativi, così come hanno fatto Guglielmo Marconi, Alfred Wegener, Steve Jobs o Jeff Bezos (citati dallo stesso autore), anche assemblando in modo nuovo ciò che già esiste. Piegando, frammentando e mescolando idee, stili, materiali, invenzioni e persino rapporti umani, ci racconta Bianucci, riferendosi alle tre B, bending, breaking, blending, di cui parlano il musicista Anthony Brandt e il neurobiologo David Eagleman, trasformiamo il vecchio in qualcosa di nuovo. 
E se provassimo a immaginare un identikit del creativo, così come lo traccia, forse con l’intento di provocarci, lo stesso Bianucci al termine del suo libro, come sarebbe? Probabilmente l’identikit sarebbe ritagliato solo su noi stessi o forse non vorremmo proprio immaginarlo, così come suggerisce l’autore. In fondo il bello della creatività sta proprio nella sua capacità di sorprenderci sempre.

Creativi si nasce o si diventa?
Edizioni Dedalo
ISBN 9788822016164
Pag. 96 — 12,50 €

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