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Domenica, 26 Maggio 2024

La recensione

Stefano Mattia Pribetti

Giornalista

“Il passeggero”: il palombaro di McCarthy sprofonda negli abissi dell’umano

Sono passati due mesi dalla morte di Cormac McCarthy e il cratere che ha lasciato nello scenario della letteratura mondiale è ancora caldo. Prima di andarsene ha dato alle stampe due corposi volumi, “Il passeggero” e un sequel di prossima uscita, “Stella Maris”. Aspettative alle stelle per quello che è stato definito un “testamento spirituale”, anche perché la sinossi de “Il passeggero” lascia intravedere elementi tanto gotici quanto irresistibili. Un palombaro triste di nome Bobby Western scopre un aereo sommerso nell’oceano e una manciata di cadaveri, con bocche spalancate e senza occhi. Uno di loro manca all’appello. Una scoperta casuale che costerà cara al protagonista, da lì in poi perseguitato da misteriosi agenti governativi. Problema relativo per una vita già compromessa: Bobby è innamorato dell’incantevole sorella Alicia, genio della matematica e della musica, e continua ad amarla anche se è morta da anni. La povera ragazza, affetta da schizofrenia, si è impiccata il giorno di Natale, lasciando il fratello a una mera sopravvivenza, attanagliato dai sensi di colpa. A questi si aggiunge un “peccato originale”: Bobby e Alicia sono i figli di un illustre fisico che ha partecipato alla realizzazione della bomba atomica.

Dopo "La strada", un altro percorso

I lettori che hanno amato il precedente “La strada”, con “Il Passeggero” si ritroveranno su una strada completamente diversa. E potrebbero sentirsi spaesati. Non c’è da stupirsi: le due opere sono separate da 16 anni di silenzio e ritroviamo con “Il passeggero” un Mc Carthy novantenne. Il suo sguardo è chirurgico come 16 anni prima, ma ha cambiato angolazione: dal futuro postapocalittico de “La strada”, guarda ora verso il suo futuro e quello di tutti noi, e si lancia a scandagliare il mistero della morte stessa. Alcuni passaggi del libro sono lampi di verità che illuminano l’insondabile per un istante, per poi farci ripiombare nel buio dell’incertezza. Un potere aforistico davanti al quale possiamo solo inchinarci e un lavoro di ricerca che rasenta il sovrumano, oltre alla prosa infallibile a cui ci ha abituato, ma che continua a stupirci.

Trama o "pretesto"?

Un libro permeato di fisica, filosofia e matematica, un’intricata tela di suggestioni che, tuttavia, non sembra assumere una forma compiuta. Regala momenti di completezza in cui abbiamo l’impressione di ricongiungerci con la verità, ma poi la perdiamo come in un deja vu, accecati da un’altra frase di straordinaria bellezza. Va specificato che è il primo capitolo di un dittico e un certo grado di incompletezza va messo in conto, inoltre gli ingredienti del giallo cospirativo descritti in quarta di copertina esauriscono la loro funzione proprio lì, in quella lingua di cartoncino all’esterno del libro. L’amore incestuoso (mai consumato, pare) da tragedia greca, il cadavere mancante risucchiato dagli abissi, gli agenti governativi di nero vestiti e un cavaliere dell’apocalisse come padre: tutto è un pretesto per attirare il lettore verso altri contenuti, altri messaggi.

Gli abissi dell'umano

Spoiler alert: rimarrà deluso chi si farà incantare dalla sinossi con l’idea di immergersi nell’oceano Atlantico e nei tetri disegni del “deep state”. Le profondità descritte sono tutte umane, filosofiche e psicologiche, con ampie incursioni nella psichiatria. Una profondità anche descrittiva perché, come un pittore iperrealista, McCarthy ricostruisce ogni particolare degli ambienti che non conosciamo: le routine dei palombari, la planimetria della nave, perfino le caratteristiche tecniche delle auto. Come se, per non perdersi nelle profondità della mente, volesse aggrapparsi con tutti i sensi a una perfetta ricostruzione della realtà. Rimarrà insoddisfatto chi si aspetta di trovare una quadratura del cerchio, una catarsi o il superamento di un lutto. Dall’inizio crediamo che ritrovare quel relitto costringerà Bobby a scappare dalla sua vita, verso un cambio di pelle e una rinascita. Sembra accadere esattamente il contrario: Western rimanda la fuga e si perde nell’incontrare vecchie amicizie che sono tappe di un viaggio a ritroso, alla scoperta delle cose che ha perso. La libido, rappresentata dal dandy libertino Sheddan, la speranza in un’altra vita, incarnata nell’uomo che potrebbe dargli un nuovo nome e nuovi documenti, e poi il cuore, rappresentato dalla sensibile e acuta transessuale Debussy, unica donna con un vero ruolo oltre ad Alicia.

Il rapporto con il femminile

McCarthy rimane quindi fedele alla leggenda che lo vorrebbe grande creatore di personaggi maschili e di poche e sfocate personalità femminili. Anche in questo caso, come in altre opere, abbiamo un cowboy laconico e solitario (non per niente si chiama Western), impegnato in veri duelli verbali con avversari/alleati al suo stesso livello, su un piano inaccessibile a un lettore distratto o sotto un ombrellone. Le donne non sono da meno, ma non ci è dato modo di esperirle a dovere: Alicia la conosciamo per lo più dalle sue allucinazioni, dirette emanazioni della sua persona. Tra queste il Kid, il freak circense con le mani a pinna, nient’altro che un sintomo del disagio mentale che la distruggerà, eppure sembra volerla salvare dal nulla dei suoi ultimi giorni di vita (gli unici in cui la vediamo). Il Kid tenterà senza successo di stimolare lei (e il lettore) con dialoghi lunghi e deliranti. Da un’allucinazione non ci aspetteremmo altro, tuttavia in questi passaggi anche il lettore rischia di scivolare nella stessa apatia della povera protagonista.

Aspettando "Stella Maris"

Avremo modo di conoscere meglio Alicia quando arriverà in Italia il prequel “Stella Maris”, il nome dell’istituto psichiatrico in cui la ragazza sceglie di farsi ricoverare, ma anche un riferimento alla stella polare o alla vergine Maria. Un concentrato di archetipi femminili che forse anticipa un’ultima sfida per Mc Carthy: un’altra immersione, ma nell’universo donna. Forse il maestro ci stupirà ancora, esibendo il suo lato più delicato e ricettivo. Il giudizio su “Il passeggero” rimane quindi sospeso nell’attesa della “stella polare”, in cui forse vedremo il cowboy della letteratura americana togliersi il cappello e mettere a nudo un’inedita parte di sé, prima di uscire per sempre di scena.

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