Domenica, 14 Luglio 2024

La recensione

Stefano Mattia Pribetti

Giornalista

Marta Cai, la voce fuori dal coro che potrebbe vincere il Campiello

Un mistero che si svela poco a poco, colpi di scena, l’aggancio a un evento storico che tutti conoscono, un finale esplosivo che scombina le carte. Si dice siano gli ingredienti per incollare un lettore alla pagina, ma in “Centomilioni” di Marta Cai non li troverete. Eppure è un libro che si beve in un pomeriggio e tra pochi giorni potrebbe vincere il Campiello. Un libro il cui spessore supera di molto il centimetro scarso delle sue 134 pagine e infatti si trova, a pieno e meritato titolo, nella cinquina finalista del premio.

Una storia che si autodefinisce “un’allucinazione della solitudine” e infatti la protagonista, Teresa, è l’emblema dell’isolamento. Vive ancora con i genitori a 47 anni, non ha amici, è single e vergine. Una madre soffocante le ha divorato l’identità, mentre il padre ha una forma di demenza o forse in parte finge, per estraniarsi da ciò che ha intorno. Teresa, invece, trova rifugio in un diario, cercando la sua vera voce per sovrastare quella di sua madre, che le parla anche nella testa in qualsiasi momento. Teresa lavora come insegnante in un istituto per ripetenti, uno di loro è l’unico punto di luce della sua vita: Alessandro, da poco maggiorenne e anche lui ostaggio della sua famiglia. I due sono entrambi in fuga dalla loro solitudine e hanno bisogno l’uno dell’altro. Teresa vede in Alessandro l’amore che non ha mai sperimentato, Alessandro vuole scappare lontano e gli servono i soldi di Teresa. I Centomilioni del titolo, i risparmi di famiglia, accumulati in una vita non vissuta. Lui si dimostra gentile, poi la invita a uscire, e dentro di lei tutto cambia. O forse no?

Personaggi che sarebbe troppo facile liquidare con due definizioni, invece l’autrice li inquadra con rispetto e delicatezza ma senza risparmiarci i punti oscuri, come una radiografia. Guidati da una prosa innovativa ed elegante, congeliamo anche noi il nostro giudizio e apriamo gli occhi per osservarli veramente. Scoprendo Centomilioni di sfumature e meraviglie. I protagonisti si alternano nel punto di vista, sempre in terza persona a parte gli estratti dal diario, e forse Alessandro poteva essere caratterizzato in modo più maschile, per meglio distinguerlo da Teresa. Ma anche in questo l’autrice trova una coerenza e una spiegazione plausibile, come per ogni atteggiamento di ogni personaggio. Figure ispirate a un fatto di cronaca, di quelli che semplifichiamo come situazioni di degrado e mediocrità, prima di voltare pagina.

Il romanzo è ambientato in un paese che non esiste, è disegnato per stare comodo nella pianura piemontese ma potrebbe essere altrove. Un posto piccolo in ogni senso, dove anche le catastrofi sono mediocri. Crolla un ponte ma non ci sono vittime, poi la vita continua, come quando passa il singhiozzo. Il classico villaggio senza nome, il non - luogo tanto deplorato dai corsi di scrittura creativa, che dirottano gli scrittori in erba verso luoghi segnati sulle mappe e date definite alla giornata, purché la storia si incardini all’incrocio tra due coordinate spazio - temporali. L’importante è che non ci sia scollamento dalla realtà, vera fobia nel panorama letterario italiano. Lo dimostra anche la cinquina finalista del Campiello, dove Marta Cai, come la sua eroina piantata in mezzo al nulla, si ritrova sola, tra quattro storie ben geolocalizzate e ben datate. Storie in cui, è stato detto, la narrativa rompe il confine che la separa dalla saggistica. Romanzi che, dalla sola descrizione, sembrano biografie, reportage, saggi storici o filosofici.

Marta Cai si pone quindi come voce “dissonante” nel coro e non per niente Centomilioni fa parte della collana Unici di Einaudi, dedicata alle novità e agli autori che hanno trovato “la loro via”. Un libro controcorrente che ci dà una lezione: l’invenzione verosimile, se ha una voce autentica, non ha bisogno di fatti accaduti per essere reale e una storia senza riferimenti può diventare più vera del vero. Un archetipo indossabile da tutti noi. Un messaggio quasi rivoluzionario per questo paese, che (un caso?) l’autrice ha lasciato qualche anno fa. E che adesso, per fortuna, sembra chiamarla a gran voce.

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