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Venerdì, 20 Maggio 2022
Cinema

Arthur Rambo – Il blogger maledetto: un film sullo strapotere della vita virtuale

Nelle sale italiane dal 28 aprile, il film di Laurent Cantet si ispira all’affaire Mehdi Meklat, la parabola del giornalista francese condannato per i suoi vecchi tweet

Il 16 febbraio 2017, in seguito alla pubblicazione sulla stampa di una quindicina di tweet razzisti, omofobi, antisemiti e misogini firmati “Marcelin Deschamps”, scoppia in Francia l’affaire Mehdi Maklet, un’enorme polemica attorno al giovane scrittore, blogger e giornalista. L’escalation è rapida e porta in breve tempo Mehdi al centro di pesanti accuse da parte della comunità culturale francese e di molte associazioni impegnate nella difesa delle minoranze. Lo scrittore si difenderà sostenendo come Marcelin Duschamps sia un “personaggio di fantasia”, un “vergognoso razzista antisemita misogino omofobo, attraverso il quale mettere in discussione la nozione di eccesso e provocazione”.

Diretto da Laurent Cantet, Arthur Rambo – Il blogger maledetto è il film che ripercorre la vicenda di Mehdi Meklat in chiave cinematografica; prendendo ispirazione dalla storia reale, Cantet racconta la triste parabola di un autore troppo giovane per reggere pressioni simili, costretto a lasciare il paese per fuggire dall’occhio del ciclone nato sui social.

Arthur Rambo – Il blogger maledetto, la trama del film

Cresciuto nelle banlieue parigine, Karim D. (Rabah Nait Oufella) è un giovane scrittore di origini algerine che ha recentemente conquistato la critica con il suo romanzo “Lo sbarco”, in cui racconta la storia di sua madre e la sua nuova, difficile vita in Francia. Ormai sulla cresta dell’onda, ha un pubblico fedelissimo ed è corteggiato da varie case editrici per i diritti sul suo libro. Proprio nella serata dei grandi festeggiamenti – in cui gli viene anche offerto di dirigere la trasposizione cinematografica de “Lo sbarco” – però, inizia la caduta libera di Karim. Emergono infatti dei tweet riprovevoli, carichi di odio omofobo, razzista e antisemita firmati “Arthur Rambo”. L’utente che unisce provocatoriamente il poeta maledetto francese Arthur Rimbaud all’icona hollywoodiana Rambo viene presto collegato a Karim che, tramite questa seconda identità, ha pubblicato pensieri estremisti e ignobili nel corso degli ultimi anni. Nel giro di un istante, per il giovane scrittore la consacrazione diventa così la fine. Il pubblico non riesce a distinguere Karim dall’avatar Arthur, e la condanna morale diventa definitiva, facendo sprofondare il giovane scrittore e la sua famiglia.

Il trailer

Lo strapotere dei social come mezzo, non come fine

Laurent Cantet torna a trattare il mondo delle banlieue, delle periferie parigine e dei migranti africani di seconda generazione, ma questa volta decide di inserire questi temi in un contesto diverso, prendendo spunto dalla storia del cronista Mehdi Meklat. Contando su un ottimo e credibile Rabah Nait Oufella (già diretto dal regista ne “La classe” del 2008), Arthur Rambo unisce infatti tali tematiche a una riflessione sul mondo virtuale dei social e le sue potenzialità (nel bene e nel male), e riesce a farlo senza cadere nel semplice giudizio sì/no. Il regista – come già dimostrato in tutta la sua filmografia, ad esempio in “A tempo pieno” – è appassionato di storie umane, e soprattutto di parabole, di cadute libere e fallimenti; non gli interessa proporre giudizi o pregiudizi morali, quanto più raccontare.

Ecco perché in Arthur Rambo – Il blogger maledetto i social sono intelligentemente il mezzo per farlo, e non il fine del racconto. Se Karim è Arthur – come sostengono tutti – o è veramente un personaggio fittizio estremo per testare i limiti del dibattito – come si difende lo scrittore – non viene stabilito. Con la cinepresa Cantet si limita a “pedinare” fisicamente ed emotivamente Karim, mentre lo spettatore oscilla tra il giudizio e l’empatia per il protagonista. In un momento si è pronti a schierarsi dalla parte dei lettori “traditi”, in quello successivo a difendere lo scrittore da questa gogna mediatica: il film costruisce questo scarto per far riflettere da entrambe le parti.

Se da un lato è impossibile non giudicare come inaccettabili i messaggi di Arthur, dall’altro è evidente come la borghesia benpensante francese sia quasi sollevata nel poter condannare qualcuno, per prendersi un attimo di respiro e sentirsi meglio con sé stessa. Tra tweet antisemiti e sentenze definitive, però, emergono quelli che sono i contenuti più significativi: la difficoltà nello slegare la figura pubblica da quella privata, l’incapacità di leggere un comportamento socialmente inammissibile nel contesto in cui è maturato e, soprattutto, il rifiuto dell’idea che possano esistere pensieri inconsci. Il grande merito di Arthur Rambo è quindi quello di non sbilanciarsi, evitando preconcetti e giudizi o sentimenti di empatia, lasciando lo spettatore a riflettere piuttosto sul meccanismo che ha innescato una contraddizione così grande da portare un giovane sull’orlo della crisi.

VOTO: 6,5

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