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Sabato, 28 Maggio 2022
Cinema

“Caveman – Il gigante nascosto”, il commovente omaggio al grande scultore Filippo Dobrilla

La recensione del film di Tommaso Landucci, al suo esordio alla regia documentaristica. Dal 24 febbraio al cinema

Quando un documentario è costruito bene, lo si riconosce subito. E “Caveman – Il gigante nascosto”, presentato alla 78ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel corso delle Notti Veneziane, si riserva un posticino nel grande Olimpo dei bei documentari che omaggiano tutti quegli artisti che hanno dedicato la vita alla loro passione, facendone un lavoro vero e proprio.

Tommaso Landucci, al suo esordio con un progetto documentaristico, firma uno script minimal che lascia spazio a immagini d’archivio con un Filippo Dobrilla giovanissimo che racconta come riusciva a ricavare dalla creta, dal bronzo e dal marmo le sue sculture. Unite a discorsi e citazioni che pullulano di arte allo stato puro: fotografie di sé stesso e la loro realizzazione su una lastra di marmo o modellate nel bronzo sono raccontati con un filo di voce, quasi come un sussurro per non disturbare l’uomo che dormirà per sempre nella grotta profonda.

Leggiamo la trama del documentario che loda letteralmente l’arte di uno dei più grandi scultori e speleologi in Italia, scomparso recentemente, che non amava tanto essere al centro dell’attenzione.

“Caveman – Il gigante nascosto”, trama del documentario

Filippo Dobrilla ci racconta la sua routine quotidiana in mezzo alla natura dove vive. Fedele al suo mantra che “l’uomo per vivere deve bastarsi da solo”, conduce una vita agreste con il suo cane e i suoi gatti che gli tengono compagnia. Taglia gli alberi per la legna, cucina minestre e plasma la creta in un angolo della sua misera casa. Solo una sterminata biblioteca con libri di ogni genere e i suoi modellini realizzati prima di creare l’imponente scultura abbelliscono le quattro mura.

Tra vecchi filmati di Dobrilla che studia il suo corpo umano nudo, con tanto di misure per l’arcata delle braccia guardandosi allo specchio per (ri)crearlo sulla statua, e frame fotografici di sé stesso tramutati in vere opere d’arte scolpite su lastre di marmo con dettagli che rizzano i capelli, la sua voce flebile ci descrive i suoi progetti futuri, la sua esposizione organizzata anche da Vittorio Sgarbi e il suo più ambizioso progetto rimasto incompiuto: il colosso di marmo invisibile che ritrae un gigante dormiente ? a sua immagine e somiglianza ? scolpito a 650 metri di profondità nella grotta delle Alpi Apuane.

E lo speleologo, scultore e fotografo Filippo Dobrilla per trent’anni si avventurava nei meandri della grotta, viveva come un uomo delle caverne armato di un martello e uno scalpello per creare il suo più grande autoritratto. Come Michelangelo e i grandi artisti che scolpivano perché assuefatti dalla loro stessa arte.

Le conseguenze di un cancro alla gola lo porteranno all’inevitabile fine a cui ogni uomo è inesorabilmente destinato. Senza mai rinunciare all’arte scultorea che lo dominava anche da un lettino di ospedale, con quelle mani che creavano statue con qualsiasi materiale a sua disposizione.

“Caveman – Il gigante nascosto”, l’arte oltre l’abisso della propria anima

“Anche se sono un disoccupato dell’arte, non smetterò mai di scolpire”
(Filippo Dobrilla in “Caveman – Il gigante nascosto”)

È tutto qui il significato del documentario “Caveman – Il gigante nascosto”. Nelle bellissime immagini in bianco e nero e nei filmati che proiettano il modus operandi dello scultore Dobrilla, con i capelli folti e uno sprint fuori dal comune, l’arte prende vita. E le sculture prima abbozzate si animano. Come se a dare la linfa vitale sia il padre esteta dell’arte stessa. 

È un omaggio all’artista e alla sua indole da guru “Caveman – Il gigante nascosto”. Nel suo gusto sopraffino e nel suo genio ribelle contro la società che vive secondo regole e dogmi, Dobrilla decide per scelta di isolarsi nella solitudine della natura ? e di sé stesso ? e vivere di arte, quella per cui il suo superuomo balza fuori al di là degli spazi espositivi o dei progetti scolastici organizzati. E la clausura spirituale si mescola alla sua insofferenza nell’instaurare un rapporto vis-à-vis, confidente com’è solo con il suo estro.
Tanto che il suo essere anti-socievole non biasima la bontà dei figli, avuti con due donne diverse, che invece lo amano così com’è malgrado la sua assenza. Essere padre non faceva certo per lui.

C’è la voglia di addentrarsi nei meandri della sua mente e capire chi era lo scultore riservato che non amava la notorietà in “Caveman – Il gigante nascosto”. Libri letterari su diversi artisti e Michelangelo il suo modello di ispirazione, tanta cultura che teneva volentieri da parte. Senza esibizionismo alcuno: l’arte lo seguiva come un’ombra e di arte ne aveva da vendere Filippo Dobrilla. A tal punto da calarsi da solo in una grotta oscura, con tutti i pericoli legati dietro, optando l’isolamento totale come via di fuga. E tra una tenda e vestiti più pesanti per combattere il freddo di una cava umida, incide con una luce fioca il gigante dormiente tra colpi di martello e scalpello. Il Michelangelo del nuovo millennio rimasto nell’oblio per trent’anni: è questo Filippo Dobrilla, con il suo ultimo autoritratto che non vedrà mai nessuno, che sia per scelta o per rifuggire dalla mondanità a cui palesemente non credeva. O forse per entrare in pace con il suo inconscio, che finalmente può dormire un sonno tranquillo.

E tra meravigliosi fotogrammi degni di nota intervallati da belle immagini in movimento impreziositi dalla camera a mano che lo segue ovunque vada e parole sussurrate come una storia che sta per finire, Tommaso Landucci ha (ri)portato alla luce l’opera d’arte più profonda del mondo e le tempra di un uomo che ha scelto il riserbo come stile di vita. E nella continua rimembranza di passato e presente, l’abisso della sua anima e della natura circostante (specialmente la natura, come aveva fatto Michelangelo Frammartino con il suo film “Il buco”), sono (ri)tornati vitali valicando la dimensione dell’altro mondo. Perché l’arte è eterna e la sua anima non può più affievolirsi.

Voto: 8

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