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Sabato, 21 Maggio 2022
Cinema

Fragile, un film che racconta il dramma di una famiglia "delicata" come la porcellana

La pellicola, primo lungometraggio della regista olandese Jenneke Boeijink, vede tra i protagonisti Tom Vermeir e Laura de Boer. Distribuita da Notorious Picrtures, sarà nelle sale a partire dal 28 aprile

Primo lungometraggio della regista belga Jenneke Boeijink, “Fragile” – Porcelain in lingua originale – racconta il dramma di una famiglia apparentemente perfetta ma i cui equilibri sono delicati quanto, e forse più, della porcellana. Con il grigiore di una città europea non meglio identificata a fare da sfondo, la pellicola ci racconta una storia tragica ma che, nonostante il dolore espresso, non suscita emozioni. Colpa, soprattutto, di una trama inconsistente e confusionaria.

Trama ufficiale

Paul (Tom Vermeir) ha costruito una vita di benessere materiale per sua moglie Anna (Laura de Boer) e il figlio Thomas. Quando si scopre che Thomas soffre di una malattia misteriosa ed incurabile, nelle loro vite si forma una crepa indelebile, proprio come fragile porcellana. Anna e? estremamente stressata dalla situazione che sta vivendo con Thomas e la costante assenza di Paul, cosi? i due genitori decidono di chiedere aiuto a Cristina (Teresa Saponangelo), un’infermiera di origine italiana. Nel frattempo, Paul inizia ad avere problemi sul lavoro, perdendo, a causa di investimenti avventati, l’amicizia del socio Rick. Anna ha un crollo nervoso e va a rifugiarsi nella comunità? dove vive il fratello di Paul, Arend. Thomas non migliora e Cristina suggerisce di portare il bambino dalle sue parti, in Italia, ma anche se sembra esserci un leggero miglioramento, la sua fine appare inevitabile...

Un film dall’equilibrio fragile come la porcellana

Se l’intento della regista era raccontarci la fragilità dei rapporti umani o della caducità della vita di fronte alla malattia, ha tragicamente fallito. Il film, nei suoi 96 minuti è lento, ripetitivo e davvero poco credibile (soprattutto la parte relativa al misterioso morbo che ha colpito il piccolo Thomas). Il senso della pellicola è già chiaro dopo la prima mezz’ora, quando, durante una conferenza, Anna – che è una restauratrice di successo – racconta del processo distruttivo attraverso il quale la porcellana viene attaccata e irrimediabilmente rovinata da un misterioso morbo. “La sta distruggendo dall’interno, sta svanendo molto molto lentamente. Un processo misterioso, lento e crudele attraverso la cristallizzazione, molto affascinante”. E così come la porcellana si deteriora dall’interno, allo stesso modo Thomas viene attaccato “da dentro”. Ma questa malattia misteriosa, che proviene dalle profondità dell’anima, si riversa all’esterno contaminando il corpo. E non solo: sembra contaminare tutto quello che ha intorno, anche il rapporto tra i coniugi che prima, almeno apparentemente, sembrava idilliaco. La malattia del figlio, infatti, costringe Paul e Anna a confrontarsi con le loro fragilità, che probabilmente erano sempre state lì, in attesa di emergere, ma che arrivano a separarli definitivamente nel momento più sbagliato, quello in cui avrebbero dovuto restare più uniti. Paradossalmente, proprio Anna, che inizialmente sembrava la più presente per il figlio, è la prima a cedere, a scappare, a fuggire il suo ruolo di madre, sostituita da Cristina, un’infermiera italiana assunta dalla coppia per badare al piccolo Thomas. Proprio lei è l’unica che sembra riuscire ad interagire con il bimbo, a tranquillizzarlo durante i suoi scoppi d’ira o durante le manifestazioni di dolore e autolesionismo.

Trailer

Nel film vediamo Thomas regredire sempre di più allo stato ‘animale’, quasi una sorta di ritorno ad una base primordiale, e la stessa cosa accade ad Anna e Paul: entrambi lasciano che le loro vere nature prendano il sopravvento, facendo sì che le loro strade si dividano forse per sempre. Interessante, comunque, la scelta di caratterizzare la terra come matrice comune di salvezza per tutti i personaggi. Solo il contatto con la natura porta beneficio ai protagonisti, come se abitudini ancestrali possano, in qualche modo, fermare il terribile declino e la malattia. Ma non fino in fondo.

Un film che non coinvolge

La trama sembra sconnessa, con lati poco approfonditi e con sequenze di eventi che si dipanano di fronte a noi senza una vera e propria logica. Buona, nonostante tutto, la regia, così come anche la fotografia. Il grigio della città sembra accompagnarci perfino nella luminosa campagna, tutto ci arriva volutamente (e in modo molto azzeccato), freddo e asettico. E colpisce, per certi versi, ma non coinvolge. Perché una buona regia non basta a suscitare emozioni nello spettatore se non è accompagnata da uno script che ne sorregga la struttura. E in “Porcelain”, la scrittura è “Fragile” quanto e più della porcellana. E soccombe, di fronte ad una narrazione che non soddisfa. Buona, comunque, la performance degli attori, soprattutto quella di Teresa Saponangelo che rende molto bene il suo personaggio nonostante – almeno inizialmente – il suo sia un ruolo più marginale. Ottima anche la resa che Laura de Boer fa di Anna, una madre che non riesce più ad entrare in contatto con il figlio e che, invece di combattere, preferisce tutelare sé stessa fuggendo prima che lo tsunami si abbatta su di lei. Ma nemmeno un buon cast basta a risollevare le sorti di un film che, alla resa dei conti, mostra molti più difetti che pregi.

Voto: 5

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