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Giovedì, 19 Maggio 2022
Cinema

“Il Discorso perfetto”: una lettura ironica delle insicurezze umane (non del tutto riuscita)

Dal 10 Febbraio Laurent Tirard porta sullo schermo l'adattamento del romanzo, "Il discorso" di Fabrice Caro

Ci sono tanti aspetti che questo film sceglie di trattare e lo fa sempre con un approccio mai troppo serioso che lo rende piacevole da guardare. È un viaggio nei pensieri di un uomo di 35 anni la cui vita è al momento messa in pausa. Benjamin Lavernhe regge tutto il film sulle sue spalle. Sia con nonchalance che drammaticità riesce a mettere in scena il caleidoscopio di emozioni che un essere umano può provare in un momento di crisi. È altamente probabile che chiunque abbia vissuto una relazione ad un certo punto si sia trovato ad un momento di stallo. 

Il film ci racconta proprio questo: i sentimenti contrastanti di chi non comprende cosa stia succedendo nella propria relazione. Si analizza il rapporto in cerca di crepe iniziali che con il tempo si sono pericolosamente allargate. Si prova ad interpretare i comportamenti dell’altra persona con la speranza di trovare ciò che causa la crisi. La situazione però si complica quando si deve parlare d’amore. Come si fa a creare un discorso perfetto che gli renda giustizia? 

L'estenuante attesa ne "Il Discorso perfetto"

Adrien (Benjamin Lavernh) era soddisfatto della sua vita fino a quando la sua fidanzata Sonia(Sara Girardeau) non gli dice che ha bisogno di una pausa. Lui è confuso ma Sonia è chiara: ha bisogno di una pausa da lui e da loro rapporto. Vuole premere il tasto interrompendo la loro relazione per un tempo che rimane indefinito. Da qui inizia l'angoscioso e spinoso periodo di attesa. Adrien attraversa tutte le fasi della rottura: rifiuto, rabbia, disperazione, per fermarsi all’accettazione e reagire. Dopo 38 giorni di silenzio non resiste e alle 17:24 scrive a Sonia un messaggio. Ma il fato vuole che quella stessa sera l'uomo abbia una delle solite e monotone cene di famiglia con i genitori, la sorella e il futuro cognato. 

Così tra una portata e l'altra, tra discorsi di circostanza e vecchi aneddoti che non fanno più ridere, lui attende solo che il telefono squilli e porti la risposta di Sonia. Il tempo passa ma non arrivano risposte quando all’improvviso, ad aggiungere ansia e preoccupazione al suo già turbato e ipocondriaco stato d’animo, ci pensa il cognato che gli chiede di tenere il discorso per il matrimonio. Adrien è travolto da questa responsabilità. Non può tenere un discorso in pubblico, non se la sente. E come può parlare dell'amore quando la sua relazione è in crisi? Tra elucubrazioni e supposizioni estremizzate, l'uomo dovrà trovare una soluzione. Vi lasciamo il trailer per incuriosirvi di più con questa storia. 

La routine della narrazione 

La leggerezza e il cinismo sono alla base della sceneggiatura di questo film. Con tagliente e sottile ironia si affrontano non solo le mille insicurezze e l'ipocondria del protagonista, ma anche la stantia condizione abitudinaria. La routine uccide si sa, ed è la sua lama che cala implacabile sulla vita di Adrien. La sua relazione con Sonia, sebbene iniziata con conversazione leggere e spontanee, dopo anni si è trovata intrappolata nella routine. Gesti, comportamenti, tutto diventa troppo e i nervi sono a fior di pelle; la prospettiva per il futuro non c'è ed ecco il bisogno di bilanci, di rimettere tutto in prospettiva. Tanto il suo rapporto con Sonia quanto quello con la sua famiglia è vittima della routine ma soprattutto del non detto. Dietro il silenzio si nascondono le insicurezze e per affetto si accetta di ascoltare e di ridere degli stessi aneddoti che hanno perso valore, perdendo così la vera ed importante comunicazione. 

Tutto questo è reso molto bene non solo dalla prova attoriale del protagonista, ma anche a livello di regia e montaggio. Tirard utilizza fin dal primo minuto la quarta parete. Adrien, rompendola, coinvolge gli spettatori in un monologo diretto che è un elaborato flusso di pensieri e di paure confessate a chi guarda; quando invece racconta gli eventi diventa un narratore fuori campo. La telecamera lo segue con carrellate e primi piani dando la possibilità di percepirlo al nostro fianco. Vola con l'immaginazione e anche il presente viene messo in pausa. Tutti si bloccano come congelati nel tempo per lasciare a lui la possibilità di sfogarsi ed essere sincero come vorrebbe, solo per tornare poi alle risposte di circostanza.

Il Discorso (im)perfetto 

Sebbene tutto questo alzi il livello di coinvolgimento, il film non funziona benissimo come avrebbe potuto. La pellicola resta troppo focalizzata sul suo protagonista senza approfondire i rapporti con la sua famiglia, che in questa narrazione funge solo da cornice per i suoi pensieri. L’azione si svolge tutta nello stesso luogo, e si alterna solo, tra presente e passato, per presentarci le vicende e spiegarle. Allo stesso modo i siparietti si ripetono e le dinamiche sono simili, finendo per cadere anche loro vittime della routine. Un po' più di dinamismo, non solo nella regia, ma anche nelle vicende e nella loro resa avrebbe aiutato sicuramente. 

Voto: 6,5 

Il trailer

Il discorso perfetto locandina-2

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