Venerdì, 17 Settembre 2021
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Madres Paralelas di Almodovar apre Venezia78 ma non convince (nonostante il potenziale)

La recensione del film di apertura della Mostra del Cinema, scritto e diretto da Pedro Almodóvar. Nel cast Penelope Cruz, Milena Smit e Aitana Sánchez-Gijón

Foto Credits: La Biennale di Venezia, ph. G. Zucchiatti

Sono le donne, le loro sfaccettature, le loro idee di maternità, la loro sessualità, il loro concetto di libertà ad aprire la 78° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Madres Paralelas è il film che dà il via a dieci giorni di storie raccontate per immagini che Venezia, ogni anno, regala agli appassionati della settima arte. Scritto e diretto da Pedro Almodóvar, che lo scorso anno aveva presentato, sempre a Venezia, un suo piccolo capolavoro con Tilda Swinton, Madres Paralelas è un lungometraggio che punta tutto sulla rappresentazione grafica dei concetti di maternità e femminismo dispiegandoli in tre diverse generazioni di donne e mostrandoli attraverso lo sguardo intenso di Jenis (Penelope Cruz), mamma a 40 anni per un puro caso, l'innocenza di  Ana (Milena Smit), mamma minorenne perché vittima di violenza e la saggezza irriverente di Teresa (Aitana Sánchez-Gijón), madre ma, prima di tutto, donna indipendente con il sogno di essere un'attrice. Le protagoniste di Madres Paralelas sono un'adolescente, una donna di mezza età e una signora adulta che non volevano essere madri ma si sono ritrovate a farlo, una volta che hanno imparato a esserlo sono state costrette a rinunciare a questo ruolo per poi desiderare di assumerlo ancora una volta mostrando tutta la contraddizione insita nella stessa figura di madre. 

La pellicola parte da diversi presupposti molto interessanti, è un film femminista e non serviva la scritta "We should all be feminist" sulla maglietta di Penelope Cruz a dirlo, viene fuori dai dialoghi, dal montaggio, dalla storia raccontata, dai suoi protagonisti. Si parla di libertà femminile, della possibilità di scegliere cosa fare della propria vita senza il pregiudizio di non essere una buona donna o una buona madre, del giusto egoismo che una donna dovrebbe continuare ad avere anche dopo aver avuto figli, della libertà di scelta sulla maternità e come gestirla. Madres Paralelas mostra l'insicurezza di una donna innamorata, la "cattiveria" di una donna che ha paura di perdere qualcosa a cui tiene e l'egoismo di una donna che non vuole perdere l'ultima occasione che ha di realizzare i propri sogni. L'aspetto più bello del film sta nelle scene di interazione tra le protagoniste in cui viene fuori tutta la differenza nell'affrontare la vita, la maternità e le relazioni interpersonali a seconda dell'età che si sta vivendo. È bello, poi, vedere come tre donne che non potevano sembrare più diverse tra loro a inizio film, mostrano di condividere, nel profondo, lo stesso concetto di libertà e indipendenza femminile e fanno vedere al pubblico che la maternità non è per forza un limite a questa stessa libertà.  

Nonostante ciò, Madres Paralelas è un film che convince di più sulla carta che sullo schermo. È come se Almodovar avesse molti elementi buoni da giocarsi ma, nella pratica, non fosse riuscito a metterli insieme nel modo più comunicativo e appassionante possibile. La storia si perde tra flashback incastonati di momenti passati, una sottotrama storica sui desaparecidos delle fosse comuni di cui forse si poteva anche fare a meno (o fare un film a parte) e storie d'amore che non aggiungono niente alla trama e al suo messaggio. Il film, però, brilla nei suoi dialoghi, soprattutto quelli tra le tre protagoniste che riversano sullo schermo grandi verità che le stesse donne a volte hanno troppa paura di rivelare a sè stesse: come il loro desiderio di continuare a pensare a sè dopo la maternità, la ricerca della libertà e il non sottomettersi a nessuno, nè agli uomini nè al proprio ruolo di madri. 

Madres Paralelas non è un film bello ma dice cose belle e forse, anche solo per questo, varrebbe la pena vederlo almeno una volta. 

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