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Domenica, 29 Maggio 2022
Cinema

"Un figlio", il film che racconta il dramma di una coppia (e di un intero Paese)

La pellicola, diretta dal regista tunisino Mehdi M. Barsaoui, è stata presentata alla 76° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti. Nelle sale a partire dal 21 aprile, è distribuita da Valmyn Distribution

"Un figlio" è il primo lungometraggio del giovane regista tunisino Mehdi M. Barsaoui, classe 1984. Selezionato alla 76° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, il film è un commovente, nonché crudo, dramma familiare che ha il pregio di raccontare, attraverso le dinamiche di coppia, le profonde contraddizioni di un intero Paese. La pellicola vede come protagonisti un magistrale Sami Bouajila, che per la sua performance ha vinto il premio della critica come miglior attore. Nel cast anche Najla ben Abdallah, Youssef Khemiri, Slah Msadek e Mohamed Ali Ben Jemaa.

Trama 

A volte basta un evento del tutto inaspettato per sconvolgere la vita di un’intera famiglia. Quanto accaduto nel settembre 2011, in Tunisia, sembrerebbe un evento marginale per la coppia formata da Meriem e Farès, se non fosse che il periodo particolarmente turbolento che ha sconvolto quella parte di mondo avrà ripercussioni dirette su Aziz, il loro figlio di undici anni. Siamo in Tunisia, a pochi mesi dalla rivoluzione e dalla caduta di Ben Ali, a due mesi dalla morte di Gheddafi. Dopo una festa in campagna organizzata in occasione della promozione di Meriem, Meriem, Farès e Aziz partono per trascorrere un weekend a Tataouine, a meno di 300 km dal confine con la Libia. Nel deserto, un'imboscata guidata da un gruppo armato sorprende la famiglia; il piccolo Aziz è gravemente ferito e solo un trapianto di fegato può salvarlo. Ma in Tunisia, ottenere un trapianto è particolarmente difficile e Aziz è solo 19° in lista d'attesa. Suo padre Farès sarebbe un donatore perfetto ma…

Uno spaccato della Tunisia nel bel mezzo delle Primavere Arabe

“Un figlio” è un film drammatico e potente che porta in scena la sofferenza di una famiglia e, per certi versi, di un’intera nazione. Il giovane Barsaoui riesce a raccontare con estrema delicatezza - e allo stesso tempo crudezza - le contraddizioni della società tunisina nel bel mezzo delle Primavere Arabe. La pellicola si snoda tra contrasti e contrapposizioni, giocando con la complessità dei diversi punti di vista. La Tunisia ci appare come un Paese combattuto tra diverse visioni ideologiche e religiose, in un contesto dove la scienza impone una velocizzazione nell’adeguamento delle leggi. La medicina si trova di fronte a un vero e proprio conflitto morale interno che la costringe a fare costantemente dei passi indietro (o comunque di lato). Meriem e Farès, che ci sembrano così ‘moderni’, che sembrano vivere il loro rapporto pienamente e alla pari, soccombono poi agli insegnamenti intrinsechi della loro cultura di base, anche se – per fortuna – non ne cadono vittime fino in fondo. I loro dialoghi sono potenti quasi quanto lo sono i silenzi, e rendono chiaro il loro bisogno di modernità. Una modernità che cerca di fiorire mentre lotta contro l’arretratezza di un Paese che rivendica ufficialmente il ricorso alla moralità e al patriarcato pur consentendo lo sviluppo di una delinquenza che si alimenta dalla miseria della guerra. 

Trailer 

Un film drammatico che non eccede nel dramma

“Un figlio” contrappone le verdi colline di Tunisi ai sentieri sassosi e aridi di Tataouine. Una metafora che illustra perfettamente la frattura della società del luogo, che annuncia a vuoto le rivoluzioni giovanili e l'avvento del fondamentalismo religioso. Ai paesaggi superbi, Barsaoui affianca le grigie pareti di una sala d’attesa, protagonista, nella sua decadenza, del terrore che attanaglia i genitori di Aziz e della loro impotenza. La messa in scena non eccede nel dramma, anche se lo spettatore riesce a percepire intimamente l'angoscia che stritola il cuore dei due genitori, entrambi confinati in una verità dalla quale non riescono ad estrarsi. E in questo, Sami Bouajila è magistrale. Riesce a far arrivare al pubblico tutto il suo dolore, ma anche tutto l’amore e la disperazione che prova una volta messo di fronte al fatto di essere impotente. E non importa se, alla fine, la sua presenza sarà risolutiva, per gran parte del film lo vediamo completamente in balia di sé stesso mentre cerca di combattere la morte. Nonostante il pathos, nonostante la corsa contro il tempo che rende la pellicola, soprattutto nella parte finale, molto adrenalinica, “Un figlio” mantiene l’equilibro, accompagnando l’approccio frontale dei soggetti con una rispettosa sobrietà nei confronti dei personaggi e del Paese, in mutazione, in cui si evolvono. Il film affronta anche la spinosa questione della donazione degli organi in una realtà in cui questa scelta è ancora poco diffusa, mostrandoci quella che ad un tratto, per Farès, sembra essere l’unica soluzione possibile: cioè comprare un fegato per suo figlio. Il regista non ha paura di raccontare attraverso le inquadrature il tormento di una realtà che spesso nemmeno i media vogliono affrontare. E Barsaoui non ci propina una soluzione facile, ma ci invita piuttosto a prendere coscienza del fatto che una realtà simile è sotto gli occhi di tutti, anche quando decidiamo di non guardare. “Un figlio” è un film critico nei confronti della società a cui fa riferimento, che condanna determinate discrepanze e ne legittima altre, fornendo allo spettatore un racconto onesto e reale, e per questo, forse, ancora più difficile da digerire.

Voto: 8

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