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Mercoledì, 5 Ottobre 2022

Una settimana su Bereal, il social che vuole raccontare la vostra vita "in diretta"

In passato abbiamo scomodato il paragone con "Black Mirror" per molto meno, quindi è stato inevitabile farlo anche stavolta, quando abbiamo scoperto Bereal, il nuovo social network che vuole raccontare la vita in diretta. Ovvero che, ad una certa ora del giorno (un'ora completamente randomica, potrebbe essere anche mentre vi trovate sotto la doccia) invia una notifica al nostro telefono e ordina che, entro due minuti, condividimo una foto di quello che stiamo facendo, sia dalla fotocamera interna che da quella esterna. Peccato però che, più che un dittatore distopico (come immaginiamo vi stiate affrettando a descriverla), la piattaforma è in realtà una provocazione concettuale con un complesso approdo realistico. E lo diciamo dopo averci passato una settimana. Ovvero il tempo di confermare che, anche questa volta, "Black Mirror" l'abbiamo scomodata per troppo poco.  

Che cosa (non) è Bereal 

"Bereal, i tuoi amici per davvero" è lo slogan dell'app. Che aggiunge "Non è un altro social network". E allora che cos'è? "È la prima piattaforma imprevedibile e spontanea dove condividere con i tuoi amici la tua vita reale in una foto una volta al giorno. Ogni giorno infatti, ad un'ora differente, tutti scattano una foto nel giro di due minuti". E lo fanno "attraverso una fotocamera che è simultaneamente esterna ed interna, quindi non potete scappare".

Insomma, l'obiettivo del social è immortalare la vita vera, ponendosi come antagonista dichiarato delle app che privilegiano invece la vita patinata proposta dagli influencer. Qualcosa che i fondatori francesi Alexis Barreyat e Kevin Perreau, forti 10 milioni di utenti attivi giornalmente, affermano anche con una certa arroganza: "Attenzione - si legge ancora nella descrizione - questa è una vita senza filtri, non ti renderà famoso (se vuoi farlo, puoi restare su Instagram e TikTok); ti potrà dare fastidio, ma non riuscirai a barare: se vuoi provare a barare e ci riuscirai, vieni pure a lavorare con noi". Arroganza a cui Instagram starebbe peraltro rispondendo testando internamente la funzione "IG Candid" che, guarda un po', invita, esattamente nello stesso modo, a condividere una foto in orario casuale ("Cloni assassini", ha cominciato a definire, il giornalista americano Casey Newton, quelli di Meta, che in passato già copiarono anche i Reel sul modello di TikTok per neutralizzare l'avversario, ndr). 

Che cosa ti succede se non pubblichi le foto entro due minuti

Ma entriamo nel dettaglio dell'app. La prima, fisiologica domanda che nasce dal tentativo di arginare la distopia del tutto è: che cosa accade se non pubblichi la foto entro i due minuti imposti dal sergente Bereal? Due risposte. Anzitutto, l'interdizione dalla pubblica piazza: se non pubblichi, non vedrai le foto degli altri (sparisci, voyeur!). In secondo luogo, la gogna su pubblica piazza: se non pubblichi entro i tempi stabiliti, l'app segnalerà in alto a destra quanti minuti o ore di ritardo hai accumulato nel pubblicare (ovvero, diciamocelo, quanto tempo hai impiegato nel trovare l'angolazione giusta del selfie) ai tuoi follower; follower che potranno così conoscere quanti tentativi hai collezionato nell'obiettivo di renderti decente, presentabile, cool; follower che verranno quindi a sapere quanto stai barando, quanto sei falso e, soprattutto, quanto stai tradendo la filosofia della piattaforma. 

Qui, inoltre, non esistono filtri di bellezza né conteggi di seguaci: questo non è insomma l'habitat per chi sponsorizza ombretti. Qui vale il "qui ed ora" ben targettizzato dall'app in base al fuso orario della città da cui stai pubblicando (tradotto: non ti arriverà mai una notifica nel pieno della notte). Qui il tuo bel faccino, truccato o sfatto che sia, viene esposto al pubblico ludibrio al punto che persino le emoji, ovvero le "reazioni", sono create attraverso un autoscatto dell'utente "amico" che si immortala nell'emozione desiderata: col pollice in su ad esempio, oppure ridendo in forma di "smile". 

La mia prima settimana su Bereal

Ad ogni modo, che con Bereal non puoi barare, è pura verità. O almeno io non ci sono riuscita e dunque non potrò mai sperare di essere assunta in azienda. Ora, io non so se l'app raggiungerà ampia diffusione, ma credo sia un utile strumento di psicoanalisi per l'utente, da scaricare almeno una volta nella vita: bastano infatti un paio d'ore per acquistare coscienza del rapporto distorto ed artificiale che abbiamo con i social media. La pessima idea che ho avuto io, ad esempio, è stata quella di scaricare la app di domenica. E domenica è notoriamente il giorno della settimana in cui siamo meno Instagrammabili in assoluto, ovvero il giorno in cui l'iconografia ci vuole sdraiati sul divano alle prese con la peggiore versione di noi stessi. Non è passata neanche mezz'ora dal download, quando l'app ha mandato la sua prima notifica. Non sono passati neanche i due minuti prestabiliti per scattare la foto, quando mi sono resa conto che stavo già tradendo gli intenti di Barreyat e Perreau: eccomi girare per casa in cerca della cosa più instagrammabile che avessi a tiro. Avevo dei gatti, ad esempio (Giorgia Meloni ci ha fatto la campagna elettorale, con lei in versione gattara su Ig, dunque può funzionare, ndr); oppure avevo dei succulenti spiedini in cottura, oppure ancora potevo comprirmi il volto sbattuto con la manicure appena fatta. Vada per il gatto. 

Gli intenti sono nobili, ma la resa è difficile. Ecco perché Bereal potrebbe essere qui per NON restare

Vada per il gatto sì, ma quella prima foto è valsa una consapevolezza che è andata poi sedimentandosi nella settimana di prova. Consapevolezza che è chiaramente la scoperta dell'acqua calda ma che con Bereal possiamo toccare con mano: ovvero di quanto sia artefatta, post prodotta ed in differita l'immagine che diamo di noi stessi su Instagram, concentrati nel tentativo di rendere affascinante una vita che invece, se immortalata in diretta, sarebbe incredibilmente noiosa. E, soprattutto, quanto lo è quella altrui, con cui quotidianamente ci misuriamo per amplificare, o all'occorrenza sgonfiare, le nostre insicurezze.

In sei dei sette giorni di prova della app, infatti, ho postato unicamente selfie al lavoro davanti al pc. Un contenuto che non può funzionare nel mondo social se ripenso ad un aneddoto che mi ha raccontato di recente un'amica, ovvero quello di una sua collega che, finito il tirocinio da infermiera all'università, nel giorno successivo alla laurea si è ri-vestita, ri-truccata, ri-messa in testa la corona esattamente come il giorno precedente per "fare una foto che immortalasse anche sui social il suo traguardo". 

Mi spiego meglio. Se è vero che i social media tradizionali sono malsanamente studiati per rendere la vita delle persone più seducente ed interessante di quanto in realtà non sia - contribuendo così a renderci incredibilmente insicuri e competitivi - è altrettanto vero che la vita reale, nella sua quotidianità, è profondamente monotona e noiosa. Ed insomma, chi andrebbe al cinema a vedere un film che ha già visto? Nessuno. E questo è il motivo per cui risulta difficile immaginare un futuro per Bereal: volete condividere con i vostri follower il libro interessantissimo che state leggendo, in modo da creare un sano dibattito? Non potete. Volete condividere una foto del momento più bello del vostro matrimonio, in modo da nutrire il vostro malsano narcisismo, che è appunto valuta di ogni social? Neanche. 

Nel video in basso, come le persone ingannano Bereal (clicca qui se non lo vedi) 

@lxvxgx Add me @Lxvxgx and I promise to try and be real as much as I can (although im not ashamed to say I have in fact been this type of person once or twice) #bereal #lxvxgx #funny ♬ Unstoppable - Sia

Se è vero che i social media tradizionali sono artificiosamente (e malsanamente) studiati per rendere la vita delle persone più affascinante ed interessante di quanto in realtà non sia - contribuendo così a renderci incredibilmente insicuri e competitivi - è altrettanto vero che la vita reale, nella sua quotidianità, è profondamente monotona e noiosa. E dunque è difficile pensare che Bereal sia qui per restare.

"Selfie brutti" e normalizzazione sono trend. Ecco perché Bereal potrebbe essere qui per restare

Eppure c'è un motivo per cui Bereal, sebbene di per sé poco applicabile, sta vivendo nel momento migliore per poter essere al mondo. Per comprenderlo, bisogna contestualizzarlo. Anzitutto, è ovvio che Bereal non sarebbe potuto nascere dieci anni fa, quando in sintesi sono nati i social network, poiché ne è principalmente una critica sociale. E le critiche hanno un tempo di maturazione: Bereal sostiene, ad esempio, tra le altre cose, di riuscire a ridurre il tempo di presenza, sia fisica che mentale, sulle piattaforme; di ridurre la nostra Fomo, insomma, quella forma di ansia sociale che ci spinge a postare (e di cui dieci anni fa non avremmo potuto immaginare l'esistenza). Ma non basta certo questo per spiegarne il successo. C'è dell'altro. Bereal abita infatti un mondo virtuale che negli ultimi anni è profondamente cambiato, divenendo la versione più "sporca" e meno "patinata" di se stesso, ovvero più "autentica", ovvero - appunto - più adatta ad ospitare la app del duo di imprenditori.

Per raccontarlo, serve una premessa: all'inizio del 2022 i trend indicavano "l'autenticità" come una delle tendenze che gli influencer avrebbero dovuto seguire per adattarsi al cambiamento dei gusti del pubblico. Una metamorfosi cominciata due anni prima, secondo qualcuno in piena pandemia, quando i lustrini hanno lasciato spazio alla quotidianità: all'epoca ci fu una vera e propria riconversione dei contenuti, che ha colpito i creator ma anche gli utenti comuni. E che ha portato, col tempo, alla filosofia della cosiddetta "normalizzazione": normalizzazione delle imperfezioni, dei difetti e, nel suo versante estremo, delle fragilità. Non serve aggiungere altro per rendersi conto che è esattamente la filosofia dell'app.

Se però dovessimo dare forma ed "immagine" a ciò che stiamo dicendo, basterà ricorrere alla moda dei cosiddetti "selfie brutti" della generazione z, ben spiegata dal New York Times: letteralmente selfie sfocati che danno l'idea di essere scattati in modo casuale, disordinato e divertente. Perché quei giovani cresciuti nell'estetica patinata di Instagram (uno stile definito proprio "aestetich", fatto di influencer in posa e visi perfettamente piallati dai filtri) ne sono ormai così assuefatti e annoiati da rompere quell'ingessatura in favore di contenuti più rilassati, più autoironici in pieno stile TikTok (che non a caso è in piena ascesa). In conclusione: essere fighi non è più di moda, questa è l'era dei finti trasandati. Finti perché poi è ovvio che c'è sempre una scelta ben precisa dietro al selfie da pubblicare in rete. Ovvero dietro all'immagine di sé da consegnare al pubblico. 

Nel video in basso, l'estetica dei "selfie brutti" spiegata in un video (clicca qui se non lo vedi)

@syrihan Vi vedo #greenscreen #fy #fyp #neiperte #funny #genz ♬ original sound - Lily Tran

Come il pubblico prova a fregare Bereal

Ed è qui che si inserisce Bereal. Perché quando al mattino ti svegli alle 8.00, hai un viso ancora distrutto, gli occhi gonfi e la lucidità di un bradipo e ti arriva la notifica dell'app, capisci che hai tre strade. Ovvero le tre strade che ho visto percorrere in questa settimana a tutti, ma proprio tutti, gli utenti che ho incontrato. La prima è quella di buttarsi sull'autoironia, che è prendersi in giro per primi in modo da anticipare sul tempo gli altri (a Roma su dice "buttarla in caciara"): su Bereal è pieno si smorfie, linguacce, duck face (volgarmente detti "selfie a culo di gallina"). La seconda strada è quella di inquadrarsi solo parzialmente: molti si coprono la faccia, tagliano il viso in modo che si vedano solo gli occhi o solo le labbra oppure la manicure appena fatta, insomma ciò che abbiamo di più presentabile secondo la netiquette. La terza è la via della verità, ovvero della drammatica accettazione di una vita monotona attraverso selfie incredibilmente sinceri, ma - indovinate un po'? - è quella che ho visto percorrere di meno.

 Perché quei giovani cresciuti nell'estetica patinata di Instagram (uno stile definito proprio "aestetich", fatto di influencer in posa e visi perfettamente piallati dai filtri) ne sono ormai così assuefatti e annoiati da rompere quell'ingessatura in favore di contenuti più rilassati, più sporchi, più autoironici in pieno stile TikTok (che non a caso è in piena ascesa). Essere fighi non è più di moda.

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