Venerdì, 7 Maggio 2021

Enrico Silvestrin: "Addio cinema e tv, il mio mestiere è la musica"

Il conduttore, archiviata l'esperienza televisiva e cinematografica, oggi è uno speaker radiofonico a tempo pieno, e la grande passione per la musica fa di lui un vero e proprio talent scout sempre pronto a lanciare nuove proposte, a dispetto dell'egemonia delle etichette discografiche

Enrico Silvestrin

Da anni assente in sale cinematografiche e palinsesti televisivi, Enrico Silvestrin è tornato al suo primo amore, la musica. Dj e compositore, oggi è uno speaker a tempo pieno e su Radio Radio, importante emittente radiofonica romana, conduce insieme a Dj Armandino "Alti e Bassi", programma di proposte musicali. Di questo, e tanto altro, ha parlato con noi di Today

Attore, conduttore, inviato, nel tuo curriculum c'è un po' di tutto, ma la musica ha un ruolo fondamentale nella tua carriera. Sei stato il primo vj italiano di Mtv, hai presentato importanti eventi musicali come "Un disco per l'estate" e "Festivalbar", sei anche cantante e compositore, oltre che un ottimo dj e speaker radiofonico. Da dove nasce questa tua passione?
"La musica è stato un accompagnamento costante. Non so dirti il momento esatto in cui è iniziato tutto, ma ricordo che fin da piccolo avevo un forte interesse per i vinili che c'erano a casa dei miei genitori e questa attrazione me la sono portata avanti per tutta la vita. La musica è sempre stata molto affascinante ed evocativa per me, prima di diventare una professione. Inizialmente volevo essere solo un musicista, e in questo i miei genitori non mi hanno mai ostacolato. Poi è arrivato il lavoro a Mtv come vj, in modo abbastanza casuale e fortuito. Non me la sono cercata, ma è andata bene e sono nato televisivamente. Fino a quando la musica in tv è stata quasi sovraesposta, tutto questo è andato benissimo. A fine anni '90 in ogni programma c'era la musica, l'hanno fatta in tutte le salse fino quasi a bruciarla. Da lì si è passati a una progressiva demonizzazione della musica, da ogni tipo di palinsesto, e a un triste appiattimento di proposte. Un po' è cambiato il mercato, un po' i dirigenti e la musica ha trovato sempre meno spazio in televisione. Il caso di Mtv è eclatante: la "M" iniziava a pesare ed è rimasta la "tv". Addio videoclip. Si è passati dalle stelle alle stalle, e chi come me ha fatto della musica una professione, senza voler andare sulla conduzione più generalista, si è trovato spiazzato. Io e qualche altro collega ci siamo dovuti reinventare in altre maniere. Io ho intrapreso un percorso attoriale che mi ha fatto smettere di fare televisione anche all'indomani di un Festivalbar condotto, quindi all'apice, ma di spazi iniziavano ad essercene pochi".

Oggi fai radio. Su Radio Radio conduci "Un giorno speciale" e da poche settimane un nuovo programma, "Alti e bassi", di cui vai fiero. Parlaci di questo format...
"E' un programma di proposte musicali. Si fa anche della memoria, ci piace passare dei brani vecchi, ma fondamentalmente facciamo ascoltare pezzi nuovi. Faccio ricerca quotidiana, faccio il lavoro che dovrebbe fare qualsiasi direttore artistico e qualsiasi speaker. Non mi piace avere qualcosa di preconfezionato, ma amo trovare proposte. Propongo musica che secondo me è bella, lo faccio con passione cercando di spiegare e raccontare qualcosa di nuovo. E' il rapporto che avevi una volta con chi ti vendeva i dischi nel negozio di fiducia: compravi 2 classici e 8 dischi erano nuovi, e li compravi sulla fiducia perché davanti a te avevi qualcuno di credibile. C'è tanta musica incredibile in giro e io voglio farla conoscere al pubblico. 

Radio e musica, com'è vissuto questo binomio in Italia?
"Da noi è molto viziato dal fatto che i gruppi proprietari di alcuni dei network più importanti siano proprietari di etichette, quindi promuovono i loro artisti. Decidono loro cosa passare in radio e cosa no. Questo dice tutto. Nei network la scaletta non la fa lo speaker, e questo penso sia l'annullamento della personalità di chi conduce. Fare un palinsesto che è sempre lo stesso, in cui alterni solo le voci, ha pochissimo senso, soprattutto per chi ha la pretesa di parlare di musica".

Restiamo in Italia e parliamo sempre di musica. Cosa offre di buono il nostro panorama nazionale?
"Io mi sono sempre occupato pochissimo della musica italiana perché non la ritengono influente in nessun modo nella musica internazionale. Mi occupo di quello che finisce nelle classifiche internazionali, che ha una prospettiva più ampia, poi che venga dalla Svezia o dall'Australia non mi cambia niente. Non è esterofilia, ma la musica italiana davvero resta confinata dentro l'Italia e lì muore. Di base non mi interessa, manca di originalità, anche gli artisti più affermati non sono altro che la versione italiana di qualcosa che è successo 10 anni prima altrove".

Faresti mai il giudice di un talent? 
"Sì, lo farei volentieri. Non contesto in sé il talent, il talent ha un senso nel momento in cui c'è una proposta alternativa. Da noi, invece, nell'atrofizzazione che c'è nel nostro mercato, il talent diventa l'unica risorsa come una volta era Sanremo. E' un po' penoso da quel punto di vista. Parliamoci chiaro, le carriere di chi ha vinto i talent negli utlimi anni sono state carriere faticose e raramente importanti. Da quando X Factor è sbarcato su Sky, salvo Francesca Michielin, che comunque non possiamo definire una leader delle classifiche, non c'è nessuno che sia uscito fuori. Conta anche il peso specifico degli artisti: avere tournée piene di ragazzine non è come avere dischi di qualità, c'è una differenza notevole. Farei il giudice perché lo farei a modo mio, ma il fatto che oggi il talent sia l'unica alternativa è abbastanza triste".

Hai recitato con registi importanti come Gabriele Muccino in "Ricordati di me" e Giovanni Veronesi in "Che ne sarà di noi". Il cinema è un capitolo chiuso? 
"Sì, assolutamente. La recitazione è un capitolo chiuso. Era un lavoro che mi annoiava. All'inizio no, ma poi è arrivata una noia feroce e anche poca soddisfazione per i ruoli che interpretavo, quindi a poco a poco il cinema non ha più sentito il mio bisogno e io non ho più sentito il bisogno del cinema. E' stato un disamoramento reciproco".

La partner femminile con cui ti sarebbe piaciuto recitare?
"Sinceramente di colpi rimasti in canna non ne ho, ma al contrario posso dire con chi mi sono trovato molto bene. Sono contento di aver recitato con Giuliana De Sio e Anna Foglietta".

Il sogno nel cassetto di Enrico Silvestrin?
"Mi piacerebbe riuscire a fare un percorso non di fama, ma di qualità. Vorrei fare qualcosa che abbia un'influenza, sempre musicalmente parlando. Non predicare nel deserto, ma magari avere dei seguaci e cercare di dimostrare a chi ha la gestione della musica in Italia, che si sono autoconfinati in un autoterrosismo che non ha alcun senso. Sottovalutano troppo il pubblico e l'intelligenza delle persone di discernere la qualità dall'immondizia. Oggi in Italia i dirigenti, i direttori artistici, sono degli 'sfigati': hanno la sfiga di avere la musica tra le mani senza sapere neanche da dove partire. Ecco, in questo paese di 'sfigati'mi piacerebbe creare qualcosa che possa essere un esempio di discontinuità con tutta questa sfiga che ci hanno tirato addosso".

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