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Lunedì, 29 Novembre 2021
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Vent'anni senza Federico Fellini

Il ricordo del regista per antonomasia, scomparso nel 1993

Vent’anni fa, il 31 ottobre 1993 Federico Fellini moriva a Roma a 73 anni.

Pochi mesi prima era tornato a Los Angeles per ritirare l’Oscar, il quinto dopo quelli per “La Strada”, “Le notti di Cabiria”, “8 e mezzo”, “Amarcord”, che gli veniva consegnato alla carriera. Il premio gli fu consegnato da Sophia Loren e Marcello Mastroianni, l’amico di sempre, compagno fuori e dentro il set. Il pubblico del Dorothy Chandler Pavillon scattò in piedi per una standing ovation, ma Fellini li invitò a rimettersi seduti e poi si rivolse alla moglie Giulietta Masina, seduta in sala, per ringraziarla, invitandola a smettere di piangere.

Il tributo americano suggellò la fama di Federico Fellini come il regista simbolo dell’italianità all’estero, più ancora di Vittorio De Sica, e dell'idea stessa del regista cinematografico. Una carriera iniziata prima lontano dal cinema, quando nel 1939 si unì al gruppo del satirico “Marc’Aurelio”, dove presto la sua verve e le sue abilità di disegnatore e caricaturista. L’esordio dietro la macchina da presa arriva solo nel 1950, quando co-dirige con Alberto Lattuada “Luci del varietà”, dopo aver collaborato  con Roberto Rossellini e aver scritto diverse sceneggiature per altri autori. Due anni dirige il suo primo film da solo, che è già un capolavoro e che contiene in un nuce già molti temi felliniani: “Lo sceicco bianco” con Alberto Sordi. Inizia la serie di successi: “I vitelloni” (1953), "La Strada” (1954), che gli varrà il primo Oscar, “Le notti di Cabiria” (1957), ancora una volta premiato con la statuetta d’oro.

Nel 1959 inizia le riprese di quello che sarà il suo film più importante, una pietra miliare della filmografia felliniana e non solo, “La dolce vita”. L’affresco della Roma godereccia degli anni ’60, tra stelline in cerca di gloria, feste notturne, mostra l’altra faccia del boom: volgarità, valori sempre più labili e indefiniti, ambizioni svuotati di senso. Alla prima proiezione di gala il regista e il cast rischiarono il linciaggio e la stampa cattolica si scatenò. 

Federico Fellini

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Nel 1963 Fellini ci regala “Otto e mezzo”, affresco metacinematografico su un regista che non riesce a portare a termine il proprio film, metafora della crisi dell’uomo contemporaneo, nel quale Fellini mette pezzi di se stesso e del suo universo fatto di ricordi e fantasie visive.

I suoi film si fanno più pessimisti e inquietanti, i suoi protagonisti si dibattono tra incubi e visioni surreali, mentre intorno a loro non c’è che superficialità e decadenza.

Il 1973 è l’anno di “Amarcord”, il più autobiografico e poetico dei film di Fellini, il racconto onirico della sua infanzia riminese ai tempi del fascismo.

Da qui in poi inizia una fase che a volte si tende a definire come “la parabola discendente” di Fellini, perché i film successivi (“E la nave va”, “Il Casanova di Federico Fellini”, “Prove d’orchestra”, “Ginger e Fred” e gli altri) in realtà hanno il solo demerito di venire dopo un punto di arrivo e di svolta ineguagliabile come “Amarcord”.

Federico Fellini

Il pessimismo di Fellini si fa più forte, i suoi film più cupi, la sua critica più severa. L’ultimo film è il poetico “La voce della luna” del 1990, con Roberto Benigni e Paolo Villaggio.

Se l’impressione negli ultimi anni è che la figura e l’arte di Federico Fellini siano stati dimenticati e messi da parte dalle istituzioni, per fortuna il cinema lo ricorda, con omaggi nei festival e citazioni amorevoli nei film di registi - soprattutto americani - che lo ritengono fonte di ispirazione ed esempio imprescindibile. 

L’amico Ettore Scola, compagno dai tempi del “Marc’Aurelio”, gli ha dedicato il documentario “Che strano chiamarsi Federico”, che dopo Venezia sarà proiettato anche al Festival di Roma nell’ambito delle celebrazioni organizzate da Müller per l’anniversario della scomparsa del regista. 

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