Sabato, 27 Febbraio 2021
L'opinione di Donatella Polito

L'opinione di Donatella Polito

A cura di Donatella Polito

Accecate l’occhio guercio del Grande Fratello: via le telecamere dal dolore di Dayane Mello

Dayane Mello

Quanto ancora dovrà spiare l’occhio pettegolo di un Grande Fratello che di fraterno non ha mai avuto nulla e si finge orbo davanti a certe situazioni? Dopo sorrisi, smorfie, sguardi esausti ed eccitati, movenze sempre diverse e tutte ormai arrese alla stanchezza di essere sotto costante monitoraggio da quattro mesi, cos’altro ancora deve registrare l’obiettivo di una telecamera per spettacolarizzare persone ridotte a figuranti di uno show infinito?

Gli interrogativi avanzano nelle ore successive alla tragica morte del fratello non ancora 27enne di Dayane Mello, reclusa nel loft di Cinecittà e informata della grave perdita dagli autori del cosiddetto ‘reality’ di Canale 5. Quei dubbi avanzano e con loro le perplessità sull’esistenza di un confine tra trasmissione televisiva e pudore emotivo, sull’effettiva “sovranità” di un pubblico che adesso, sui social, chiede in massa lo spegnimento di una lucina rossa accesa da troppo tempo. Perché anche il più impiccione dei curiosi, alla fine, non ci sta più a guardare attraverso il buco di una serratura se poi il proprietario di casa gli apre la porta per farlo accomodare. E se la scena che gli presenta è quella di una donna che piange un parente morto per cui non può essere celebrato un funerale, che confida di non sapere da chi andare per ricevere un abbraccio, che manifesta in tutta la sua disperata fragilità la devastazione di un dolore, beh anche lui, il massimo esponente dei guardoni cinici, alla fine non ci sta, fa fatica a considerare ancora spettacolo un contesto che non intrattiene più come dovrebbe e vorrebbe.

Ai tempi del coronavirus la tv ha convinto il telespettatore di avere diritto a un sacrosanto svago, inviolabile nella misura in cui riequilibra la gravità dell’attuale informazione con un po’ di leggerezza. Nel nome di quell’impegno, in virtù di quel patto tacito tra lei e lui, la finzione scenica ha tenuto lontani dalla realtà chi ha accettato di recitare un ruolo nel piccolo mondo finto chiuso da quattro mura posticce. Ma il problema, adesso, è che proprio lì, nella zona franca inaccessibile a qualsiasi virus e aperta agli abbracci, ai baci, al contatto fisico precluso al resto della popolazione, si è incuneata un’angoscia tale da impedire di interpretare ancora la parte dei ‘vip’ a loro che adesso sono i primi a chiedere l’apertura della porta sull’umanità autentica delle ‘normal person’. Le stesse che dopo aver assistito alle lacrime di una donna - non più concorrente, ma ormai solo sorella di un ragazzo tragicamente scomparso - non ambiscono ad assistere anche all’elaborazione del lutto che di spettacolare non ha nulla, davvero nulla.

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