Lunedì, 26 Luglio 2021
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L'umanità calpestata dei migranti in Libia e l'Occidente che gira la testa: è "L'ordine delle cose"

Esce nei cinema "L'ordine delle cose" di Andrea Segre, un film che racconta la questione dei respingimenti di migranti in Libia dal punto di vista di un alto funzionario del Viminale, diviso tra il rispetto della legge e l'istinto di aiutare chi è in difficoltà

Una scena del film "L'ordine delle cose" di Andrea Segre

"I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce", diceva la didascalia de "Le mani sulla città" di Francesco Rosi, uno dei più rappresentativi film italiani di impegno civile. Lo stesso impegno e la stessa didascalia accompagnano "L'ordine delle cose" di Andrea Segre, presentato alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia e nelle sale italiane dal 7 settembre.

Il funzionario del Viminale Corrado, impegnato per conto del governo italiano a trattare con i libici e fermare gli sbarchi (così da placare l'opinione pubblica sempre più insofferente verso il tema dell'immigrazione), è un personaggio immaginario, ma è autentico il contesto in cui si muove, oltre che di strettissima attualità. Anzi, "L'ordine delle cose" è un film di "una contemporaneità feroce", come lo ha definito Luigi Manconi durante la presentazione a a Roma a palazzo Giustiniani, residenza del presidente del Senato, presente anche Emma Bonino. Segre ha iniziato a lavorare al film tre anni fa, quando dell'ipotesi di centri di detenzione libica poco o nulla si sapeva (o si voleva sapere), mentre ora è tutto alla luce del sole.

In Libia per fermare i viaggi illegali dei profughi verso l'Italia, Corrado deve muoversi con cautela, per convincere chi gestisce i centri a farne degli hotspot con adeguati standard di rispetto per i diritti umani in cui ospitare i migranti che la Guardia Costiera libica deve riportare indietro, costi quel che costi, anche se questi centri per il momento sono poco meno di un lager. Il protagonista rispetta "l'ordine delle cose" e fa il suo lavoro, ma pensa anche con la propria testa, registra le ipocrisie e le illegalità. Eppure un attimo di distrazione e debolezza mentre compie il suo lavoro mette a rischio quell'ordine.

Viaggio "a casa loro": cosa succede nei centri di detenzione per rifugiati in Libia

Corrado (interpretato da un ottimo Paolo Pierobon) entra in contatto con una delle donne rinchiuse in un centro, una giovane somala che gli chiede aiuto per scappare e raggiungere il marito in Finlandia attraverso il Mediterraneo e poi il viaggio in Europa. Swada non è più un numero, un volto confuso tra la folla: diventa una persona reale, con il suo senso dell'umorismo, i suoi interessi, i suoi progetti. E il suo bisogno disperato essere aiutata. 

Region di Stato o umanità, far rispettare la legge o tendere una  mano abchi è in difficoltà e si rivolge a lui? Questo è il tormento di Corrado, una crisi che è poi la stessa che sta mettendo in discussione l'identità stessa dell'Europa. Quello stesso continente che sa di star mandando i migranti "all'inferno", come ha detto Emma Bonino, ma che poi, quando "il tappo" che è stato messo per fermare i migranti salterà - perché salterà, assicurano sia lei che Manconi - "vorrei perlomeno che quando scopriremo le fosse comuni, non faremo finta di stupirci, risparmiamoci questa ipocrisia perché quello che succede lo sappiamo già perfettamente", profetizza l'esponente radicale.

L'uscita del film è accompagnata dalla pubblicazione di un pamphlet dal titolo "Per cambiare l'ordine delle cose", con interventi di scrittori e attivsiti per i migranti come tra i quali Igiaba Scego, Ilvo Diamanti, Luigi Manconi, Andrea Baranes e Pietro Massarotto. Il film ha il patrocinio di Amnesty international Italia.

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