Venerdì, 24 Settembre 2021
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Dieci anni fa moriva Marlon Brando

Stella troppo grande, implosa e distrutta da eccessi: troppo talento, troppa vita, troppi dolori, troppa consapevolezza

Il primo luglio 2004 moriva Marlon Brando. Facile dire “il più grande di tutti”. Facile perché in realtà questa definizione corrisponde al vero, anche se per essere più precisi bisognerebbe distinguere tra attori e “attori del Metodo”. E nessun è riuscito a rappresentare la sintesi del metodo Stanislavskij, tra personificazione e reviviscenza.

Divenne una leggenda quando apparve in teatro, jeans e maglietta bianca, nei panni di Stanley Kowalski in “Un tram che si chiama desiderio” di Tennesse Williams. Brutale, violento, rozzo ma al tempo stesso tenero e carico di erotismo, Brando sconvolse le scene newyorkesi e, tre anni dopo, i cinema di tutto il mondo. La sua carriera successiva si muove con un pugno di film che, salvo alcuni, vivono esclusivamente grazie alla sua presenza: “Giulio Cesare”, “Il selvaggio”, “Fronte del porto” (per il quale vince un Oscar), “I giovani leoni”, “Riflessi in un occhio d’oro”.

Nel 1972 si presenta ai provini per “Il padrino” di Francis Ford Coppola. La violenza brutale di Kowalski lascia il posto alla violenza silenziosa, sottile ma altrettanto esplosiva del boss Vito Corleone. Ormai Brando non è più semplicemente un attore, è un mito vivente.

Ogni sua interpretazione è troppo grande, troppo intensa, troppo viva.

Il ruolo dell’americano Paul in “Ultimo tango a Parigi” gli arriva quasi per caso, dopo il rifiuto di una mezza dozzina di attori francesi contatti da Bernardo Bertolucci per il suo “Ultimo tango a Parigi”. Il giovane regista italiano si mette al servizio dell’attore americano, che lo ripaga mettendosi a nudo completamente in una performance talmente intesa da risultare a volte quasi insopportabile da vedere, nella sua verità estrema. 

Quando Coppola lo richiama per per “Apocalypse Now”, Brando gli regala una ruolo che, all’epoca, aveva il sapore dell’ultimo, grandioso colpo di coda. Come sopravvivere a Kurtz?

Da allora la carriera di Brando si perde, i film diventano alimentari, la sua vita si perde in un gorgo di eccessi, anche alimentari, e tragedie famigliari che lo fiaccano sempre di più. Sposato tre volte, ha avuto sette figli da donne diverse (più altri non riconosciuti). Nel 1990 il maggiore Christian uccide il fidanzato della sorella Cheyenne, che poi si suicida.

Stella di prima grandezza, Brando ha lasciato che il suo talento lo autodistruggesse, implodendo. Nonostante i suoi sforzi (tipo interpretare il dottor Moreau nell’orrido “L’isola perduta” di John Frankenheimer nel 1996), quella luce non si poteva spegnere del tutto: qualche bagliore arriva, lontano e intermittente, ma guardare il risultato è troppo doloroso. 

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