Giovedì, 17 Giugno 2021
"'51 Montesacro e tutto cominciava"

I 70 anni di Claudio Baglioni, ancora e sempre un "cantastorie dei giorni nostri"

Il divo Claudio dopo più di cinquant’anni di carriera da record è ancora il cantore di storie d’amore universali ma non solo

A settant'anni Claudio Baglioni è ancora "un cantastorie dei giorni nostri". Sono passati esattamente 50 anni da quando nei negozi di dischi fece capolino quell'lp scuro, con sopra il volto di un giovane cantante illuminato da uno strano verde acido, seguito del primissimo e sfortunato album omonimo "Claudio Baglioni" e preludio al successo esplosivo di "Piccolo grande amore". Oggi quel cantante, nato il 16 maggio 1951 nel quartiere Montesacro a Roma, è ancora sulla scena, ha da poco pubblicato il sedicesimo disco di inediti e si prepara all’ennesimo esperimento, un concerto totale letteralmente immerso in ogni spazio del Teatro dell'Opera di Roma che sarà visibile in streaming.

Questo piccolo, grande amore (anche oggi)

Nel mezzo di questa carriera ci sono decenni di "canzoni stonate urlate al cielo lassù", che hanno accompagnato "strada facendo" generazioni di fan che negli anni si sono passati il testimone, mentre Baglioni è invecchiato/maturato con grazia, trasformandosi dall'adolescenziale "Agonia" (come lo avevano soprannominato con romanesca causticità gli amici del baretto di Centocelle quando attraversò la fase esistenzialista del dolcevita nero, gli occhiali di tartaruga e Edgar Allan Poe sempre tra le mani) in uno showman capace di condurre con successo due edizioni del Festival di Sanremo, l'ultima trasformazione - in ordine di tempo - di un artista poliedrico che per pigrizia e con un po' di superficialità si è spesso considerato un gradino sotto alla grande generazione dei cantautori impegnati degli anni Settanta, lontano com'era dagli eskimi e dalle bombe per inseguire la sua poetica delle piccole cose. Baglioni è certamente un "cantastorie". Ha trovato il successo con la storia d'amore di due giovani con i pantaloni a zampa d'elefante che si incontrano a margine di una contestazione finita male in piazza del Popolo, si amano per "la prima volta" e "con tutto l’amore che posso", nonostante un "battibecco" e i "begli amici" che si mettono in mezzo insieme alla malelingue, poi la "cartolina rosa" li allontana, lui continua a sognare il loro "piccolo grande amore", ma quando torna a "Porta Portese" la vede con un altro e, pure se non può fare a meno di urlare "quanto ti voglio", alla fine si ritrovano a camminare ormai estranei tra quelle stesse strade di Roma per dirsi addio anche se "sembra il primo giorno" e invece il sogno è finito. Una storia d'amore universale, nata negli anni Settanta ma nella quale ancora adesso può riconoscersi anche chi oggi la ascolta senza più il fruscio del vinile, magari su Spotify.

L'evoluzione di Claudio Baglioni

Non c'è uno dei suoi sedici album in studio nei quali non ci sia almeno una storia d'amore, ma insieme a quelle ci sono anche storie più intime, inconsuete, racconti chirurgici di piccole e umanissime solitudini e anche di sentimenti più profondi e complessi, gemme (come "Gagarin", "Gesù caro fratello", "Ninna nanna nanna ninna", "Loro sono là" e "Ancora la pioggia cadrà") che erano già incastonate nei primissimi album 'romantici' e che poi via via si sono guadagnate sempre più spazio nei dischi della maturità, a partire dai due capolavori degli anni Ottanta, "Strada facendo" e "La vita è adesso", quando dopo la cavalcata degli anni Settanta Baglioni ha iniziato a centellinare la sua produzione, con quasi un disco ogni lustro. Da un decennio all'altro, il ragazzo capellone e timido degli esordi era cresciuto per diventare un giovane uomo che nel frattempo si era sposato, era diventato padre, aveva conquistato e trascinato anche il pubblico di stadi e i palazzetti, ma insieme ai successi e ai record, alle soddisfazioni e ai premi, hanno fatto capolino anche momenti duri, come la pesante contestazione al concerto benefico Human Rights Now! a Torino nel 1988, da parte di chi lo considerava un intruso in mezzo a Peter Gabriel e Bruce Springsteen (30 minuti di esibizione sofferta portata a termine fino all'ultimo tra fischi e lanci di bottigliette), dopo la quale Baglioni rimase in silenzio per due anni, tornando su un palco per la prima volta al Teatro Parioli per una lunga chiacchierata a cuore aperto (lui sempre così schivo, in quegli anni ancora di più) con Maurizio Costanzo qualche tempo dopo il grave incidente d'auto in cui rimase coinvolto e poco prima del disco della svolta, "Oltre", il suo lavoro più articolato, ambizioso, difficile, spiazzante e rivoluzionario. 

Ancora e sempre "cantastorie" dei giorni nostri

Baglioni, nonostante il successo, non ha mai perso il gusto dell'innovazione e della sperimentazione: nei testi, nella struttura delle canzoni, nella composizione, nelle sonorità, nell'uso della voce. Nel frattempo la timidezza degli esordi ha lasciato il posto a un artista che ha imparato a flirtare con la televisione così come riusciva a fare nei suoi live oceanici con il pubblico dal vivo, tanto da arrivare all'appuntamento con il suo primo Sanremo da "dittatore artistico" con in tasca un mestiere e una sicurezza che in pochi, quando il suo nome era stato ufficializzato, avrebbero pensato che avrebbe dimostrato poi alla prova dei fatti. Quello che poteva sembrare un punto di arrivo di un carriera luminosa in realtà è stato l'ennesima svolta di un percorso che non è ancora finito, come dimostra il successo (anche di critica) dell'ultimo album "In questa storia che è la mia", che è al tempo stesso un ritorno alle origini e un altro passo verso il futuro, ancora e sempre, di "un cantastorie dei giorni nostri". 

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