Lunedì, 14 Giugno 2021
Musica

50 anni di Ricchi e Poveri: "Difficile una reunion. Sanremo? Perché no" | L'INTERVISTA

Angelo Sotgiu e la "brunetta" Angela Brambati festeggiano mezzo secolo di successi con un tour che parte il 21 aprile da Torino. Nati nel '67 come quartetto, oggi sono in due ma la passione è sempre la stessa come la voglia di continuare a mettersi in gioco

Angelo Sotgiu e Angela Brambilla

Cinquant'anni e non sentirli. L'esperienza è da giganti - 22 milioni di dischi venduti, 12 partecipazioni al Festival dei Sanremo, uno vinto nell'85, tour mondiali e numerose partecipazioni televisive - ma l'entusiasmo è lo stesso di quando le loro strade si sono incrociate per la prima volta, unendosi alla rincorsa dello stesso sogno. Era il 1967. Tutto quello che è successo dopo, fino ad oggi, in partenza per un viaggio musicale che inizia il 21 aprile dal Teatro Colosseo di Torino, ce lo raccontano loro.

"Non vedo l'ora di raccontare la nostra storia". Al telefono c'è Angelo Sotgiu con un'energia da vendere, anzi, da regalare, perché arriva dirompente nonostante la distanza. E allora iniziamo subito. 

50 anni di carriera, un bel traguardo. Siete nati come quartetto, poi diventati un terzetto, ora siete in due. Ne resterà soltanto uno?
"Non facciamo questi calcoli altrimenti io e Angela ci facciamo il malocchio a vicenda (ride, ndr). No, resteremo sempre in due. Siamo felici di portare avanti il nostro nome dopo 50 anni. Abbiamo la stessa passione di sempre per la musica, per quello che abbiamo fatto e che stiamo facendo".

Cominciamo dall'inizio. Fu Fabrizio De Andrè il primo a credere in voi e a organizzarvi un'audizione con una casa discografica. Che ricordo hai del Faber?
"Un ricordo bellissimo, poi siamo diventati amici e ci siamo seguiti nel tempo, anche se non sempre da vicino. Aveva sentito parlare di noi, cantavamo nei localini di Genova e un giorno ci ha invitato a casa sua. Abbiamo cantato e ci ha detto che voleva portarci a Milano per un provino con una casa discografica. Detto, fatto. Appuntamento alla stazione di Milano, noi siamo arrivati con la macchina e siamo andati con lui all'incontro. Siamo entrati in questo ufficio e abbiamo cantato. Il direttore artistico ha voluto parlare con lui subito dopo, si sono allontanati per più di mezzora. Quando De Andrè è tornato ci ha detto che questo non capiva niente. Non ci avevano preso, ma Fabrizio ci ha assicurato che avremmo fatto tanta strada. Saremo sempre riconoscenti alla sua gentilezza nel credere in noi. Fabrizio era un poeta, il suo incoraggiamento è stato uno sprone per andare avanti".

A febbraio, su Rai 1, è andata in onda una mini serie dedicata a De Andrè. E' stato un ritrato fedele?
"Quel film mi è piaciuto tantissimo. Ci sono state diverse polemiche perché l'attore che lo interpretava non aveva l'accento genovese, ma questo non era determinante. Determinante è come lo hanno raccontato, benissimo secondo me. L'amore per Dori Ghezzi, ad esempio, era esattamente quello. Il suo era un amore che trasudava da tutti i pori".

Il nome Ricchi e Poveri, invece, ve lo ha suggerito Franco Califano...
"La seconda occasione che abbiamo avuto dopo De Andrè. Siamo andati a trovare Califano che era direttore artistico di una casa discografica di Milano. Abbiamo cantato nel suo ufficio e ci ha detto: 'Vi fermate a Milano che facciamo un contratto'. Il giorno dopo abbiamo firmato, ma dopo pochi giorni si licenziò e diventò il nostro produttore. Califano ci ha trasformato come personaggi: mi ha fatto tingere di biondo, come Marina, ad Angela invece ha fatto tagliare i capelli. Due di noi vestiti da ricchi e due da poveri e ci ha detto semplicemente: 'Siete poveri perché non avete una lira, ma siete ricchi perché sapete cantare'. Da lì il nostro nome".

L'esordio nel '68 al Cantagiro. Mancano manifestazioni del genere oggi nel panorama musicale italiano? 
"I talent hanno preso un po' il posto di questi Festival. Una volta c'era il Cantagiro, il Festival di Venezia, Saint-Vincent. Oggi si chiamano talent, una volta si chiamavano festival, ma il meccanismo è lo stesso, cambiano solo i tempi. I giovani vanno, cantano e si fanno conoscere. Noi abbiamo avuto molta fortuna perché dopo il Cantagiro, il nostro primo talent, è arrivato Sanremo".

E con il primo Sanremo, nel '70, dove vi classificate secondi con "La prima cosa bella" al fianco di Nicola Di Bari, arriva anche il successo. Che ricordi hai di quel Festival?
"La giovinezza e l'incoscienza. Sapevamo che era l'occasione più importante, Sanremo era una chance incredibile, ma l'incoscienza che hai da ragazzo non ti fa vestire di questa grande responsabilità. Arrivammo secondi dopo Adriano Celentano, se ci penso oggi è incredibile".

Di Festival di Sanremo ce ne sono stati tanti altri. Nel '71 con "Che sarà" (secondo posto anche in quel caso), poi l'anno dopo e quello dopo ancora. Avete mai pensato a un ritorno all'Ariston?
"In totale sono stati 12. Nel '71 nuovamente secondi con 'Che sarà', canzone meravigliosa che ancora oggi mi emoziono a cantare. Ne abbiamo vinto solo uno, nell'85, con "Se m'innamoro". Ogni tanto ci pensiamo, ma lavorando tantissimo e spesso all'estero, ci pensiamo sempre all'ultimo e non abbiamo la canzone pronta. In futuro se ce lo chiedono ci possiamo organizzare. E' un'ipotesi possibile".

"Prontissima". In quanto a energia anche Angela Brambati non scherza. E' un vulcano la brunetta, con lei andiamo dritti al traguardo. 

Gli anni '80 sono stati un po' turbolenti per il vostro gruppo dopo l'addio di Marina Occhiena, eppure nell'81, stesso anno del suo abbandono, vi piazzate al quinto posto a Sanremo con quello che può essere considerato il vostro più grande successo, "Sarà perché ti amo". E' stato difficile restare uniti e continuare a credere nel vostro progetto?
"In cinquant'anni di carriera l'unico momento un po' drammatico è stato proprio quando ci siamo ritrovati in tre. Il pubblico ci conosceva e ci amava in quattro, non era così scontato ci accettasse in tre. Quando ci siamo presentati a Sanremo ero tesissima, ma quando sul palco il pubblico ci chiamava per nome è passata la paura. Sentirmi chiamare per nome dal pubblico all'Ariston era la prova che ci amavano ancora".

Due donne nella stessa band. C'era rivalità tra te e Marina?
"Rivalità no. Eravamo talmente diverse, proprio l'opposto. Lei alta e bionda, io piccolina. Ognuna aveva la propria personalità. Si andava d'accordo, ognuno di noi aveva il suo ruolo: io la brunetta tutta pepe, lei la bomba sexy".

In tre avete continuato a inanellare una lunga serie di successi, poi due anni fa l'addio di Franco Gatti. Ve lo aspettavate?
"Franco aveva perso il figlio da tre anni quando si è ritirato. Dopo quella tragedia ha continuato a cantare con noi, ma ogni anno per lui era sempre più dura. Ha provato ad andare avanti, ma non voleva più viaggiare, voleva stare più tempo a casa. Giorno dopo giorno diventava sempre più evidente il suo desiderio di fermarsi. E' stato un colpo durissimo per noi dopo una vita insieme, ma abbiamo capito benissimo la situazione. In lui vedevamo la gioia di stare a casa con la famiglia, godersi la moglie e la figlia. E' stato giusto così".

Avete venduto più di 22 milioni di dischi. In Italia dopo i Pooh ci siete voi, e loro arrivati ai 50 anni di carriera si sono sciolti proprio dopo un ultimo tour. Dobbiamo aspettarci lo stesso epilogo?
"Stiamo facendo dei progetti, abbiamo tante cose ancora in pentola. Abbiamo intenzione di fare altri teatri dopo Torino, poi d'estate siamo in tour, facciamo spettacoli ovunque in Italia e all'estero. Ci ritireremo quando ci renderemo conto che il pubblico non ci ama più. Siamo ancora molto amati e finché c'è questo e la salute andiamo avanti, anche se con fatica. Non è sempre semplice viaggiare ancora così tanto".

Una reunion invece è possibile? Anche solo per un concerto...
"Non si può mai sapere nella vita, ma non credo. Noi stiamo impegnando il nostro tempo per portare avanti questo duo, ci stiamo dedicando a questa nuova formazione. Non possiamo promuovere qualcosa che non si può portare in giro. Sarebbe bello, l'avevamo pensato, ma non abbiamo il tempo per adesso. (Ride, ndr) Bello 'per adesso', allora quando? Magari fra 10 anni".

Salutiamoci con la frase di una vostra canzone
"Bello! Sceglila tu".

“E' così bello che non mi sembra vero”.

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