Lunedì, 8 Marzo 2021
alcuni già usati decine di volte

Sanremo, copia-copia nei titoli: "Aspettiamoci accuse di plagio"

L'indagine di Michele Bovi, esperto di diritto d'autore, sui brani in gara alla 71esima edizione del Festival

Sanremo 2021, in programma all'Ariston dal 2 al 6 marzo

I titoli delle canzoni non sfuggono al plagio. Quasi tutti i brani di Sanremo 2021 - in programma dal 2 al 6 marzo - hanno decine, o centinaia e persino migliaia di identici precedenti. Lo rivela un'indagine condota dall'esperto di diritto d'autore Michele Bovi (autore del libro 'Ladri di canzoni' Hoepli editore) insieme a Grazia De Santis.

Ad anticipare l'indagine è l'Adnkronos. Bovi parla di rischio di denunce: "Il Festival di Sanremo resta il più oggettivo strumento di valutazione dello stato della creatività musicale degli autori italiani. Dopo 70 anni di canzoni orecchiabili diventa sempre più arduo comporre una melodia capace di sorprendere per originalità: aspettiamoci nuove accuse di plagio per l'edizione 2021". Occhi puntati - almeno per ora che non sono ancora usciti i testi - sui titoli: "Se i sentieri melodico-armonici sono stati tutti ripetutamente battuti, anche per i titoli delle canzoni gli autori non sembrano orientati ad azzardare guizzi di immaginazione - scrive il giornalista - Persino un gruppo dal nome stravagante come La Rappresentante di Lista parteciperà al Festival con la canzone 'Amare': scontato supporre l'esistenza di precedenti di un titolo del genere, che infatti è stato addirittura già in gara a Sanremo, edizione 1979, proposto da Mino Verniaghi. Eppure basta poco per distinguersi pur rimanendo sui medesimi termini e concetti: ad esempio Scialpi nel 1991 intitolò la sua canzone 'A... Amare' e Andrea Mingardi al Festival di Sanremo del 1994 giocò al raddoppio con 'Amare amare'. Lo ha fatto quest'anno Willie Peyote con 'Mai dire mai', al quale ha aggiunto, tra parentesi, (La Locura), un termine a doppio senso: metà follia in spagnolo, metà cultura del lockdown. E ha fatto bene - aggiunge Boni - senza quel supplemento la sua canzone si sarebbe confusa nella marea di 'Mai dire mai' eseguite negli ultimi 60 anni da una formidabile schiera di celebrità della musica italiana. A cominciare dal 1959 quando 'Mai dire mai' composta da Aldo Salvi con le parole di Gian Carlo Testoni diventò un successo per Caterina Valente ripetuto un anno dopo da Peppino Di Capri. Da allora - approfondisce Bovi - a incidere sempre diverse 'Mai dire mai' sono stati Anna Oxa (1984), Renato Zero (1986), i Pooh (1987), Tosca (1996), Ricchi e Poveri (1998), Paolo Belli (1999), Umberto Tozzi (2000), Fausto Leali (2002) Alberto Fortis (2005), Alexia (2005), poi Anna Tatangelo il cui singolo 'Mai dire mai' battezzò il suo album del 2008 e per ultimo Ligabue nel 2019".

Da Aiello a Madame: tutti i titoli già usati (decine di volte)

"Il canone del copia-copia - prosegue Michele Bovi - vale invece per 'Ora', il brano di Aiello. Adottò questo titolo nel 1966 Bruno Martino per il motivo iniziale del varietà televisivo 'Aria condizionata', poi surclassato dalla popolarità della sigla finale 'Se telefonando' di Mina; dopo Martino incisero canzoni intitolate 'Ora' Eros Ramazzotti (1985), Dora Moroni (1986), i jazzisti Giorgio Gaslini (1988) e Avishai Cohen (1998), Ludovico Einaudi (2004), Chiara Civello (2005), il gruppo Dirotta su Cuba (2005), Jovanotti (2011) e per ultimo Gigi D'Alessio che ha intitolato 'Ora' il brano guida del suo album del 2013. Idem per 'Voce' di Madame: Bungaro cantò 'Voce' nel 2012 e Lara Fabian si esibì con lo stesso titolo al Festival di Sanremo 2015 e un anno dopo un'altra 'Voce' emerse dall'album di Arisa. Anche 'Parlami', titolo del brano di Fasma, conta diverse decine di precedenti, alcuni illustri come 'Parlami' di Peppino Gagliardi del 1972, seguito da incisioni con identico titolo di Anna Oxa (1985), Laura Pausini (2004), Marco Carta (2012), Lorenzo Fragola (2016)". 

"Il fenomeno dei titoli non originali a Sanremo 2021 rimane diffuso almeno quanto nelle precedenti edizioni. Nell'Archivio delle opere musicali della Siae - indaga ancora il giornalista - scopriamo che 'Glicine' il titolo del brano scritto da Mahmood e Dardust per Noemi era stato depositato già 40 volte, la prima nel 1937 da Mario Ruccione e Giuseppe Micheli, ovvero il compositore e il paroliere di 'Faccetta nera' e l'ultima nel 2020 dal rapper romano Carl Brave. Il titolo 'Arnica' di Gio Evan ha 19 precedenti, 7 sono quelli per 'Cuore amaro' di Gaia e 'Chiamami per nome' della coppia Francesca Michielin-Fedez, 6 per 'Momento perfetto' di Ghemon, 5 per 'E invece sì' di Bugo, 4 per 'Torno a te' di Random e 2 per 'Santa Marinella' di Fulminacci e 'Il farmacista' di Max Gazzé".

Titoli uguali, "la Siae dovrebbe rifiutarli"

Ma cosa dicono i due maggiori esperti italiani di diritto d'autore con cui Michele Bovi si è confrontato? "Il titolo serve proprio per differenziare un'opera dalle altre, se più opere sono identificate con lo stesso titolo si crea una confusione - spiega l'avvocato Giorgio Assumma, ex presidente della Siae - Chi può ribellarsi all'uso di un titolo? L'autore dell'opera originaria o i suoi parenti o i suoi eredi. E questa reazione può avvenire anche quando l'opera non è tutelata e quando è caduta in pubblico dominio perché essa continua a esistere senza limitazioni di tempo. Spesso accade che non venga impugnato l'utilizzo di titoli successivi al primo, perché non ci sono più i parenti legittimati ad agire. In tal caso nell'interesse pubblico è il ministero dei Beni Culturali che può fare un'azione presso il magistrato affinché la seconda opera non sia intitolata come la prima, proprio perché è interesse della collettività distinguere le varie opere anche se non più protette". 

"I titoli simili sono confondibili e la Siae dovrebbe rifiutarli innanzitutto per il rispetto dovuto alla proprietà intellettuale che secondo me è la più sacra delle proprietà - dice l'avvocato Gianpietro Quiriconi - e poi perché alla confusione consegue la possibilità del drenaggio dei profitti da opere celebri e altamente remunerate a composizioni modeste con lo stesso titolo. Quando un tempo nei locali da ballo si compilavano i borderò per la Siae alcuni capi orchestra inserivano propri lavori titolati come canzoni famose per sfruttare l'equivoco. Il titolo andrebbe considerato come segno distintivo non soltanto dell'opera dell'ingegno ma anche di un prodotto aziendale in quanto bene economico. Pertanto un titolo che imita servilmente il segno distintivo di un prodotto altrui andrebbe considerato in base allo stesso principio giuridico di un illecito civile per concorrenza sleale".

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