Lunedì, 21 Giugno 2021
La recensione

Le cose da sapere sulla serie "Veleno", la (grande) risposta di Prime Video a Sanpa

L'inchiesta di Pablo Trincia sul celebre caso di cronaca

Pablo Trincia in un'immagine tratta da Veleno, dal 25 maggio su Prime Video

Il 25 maggio su Prime Video è uscita Veleno, docu-serie tv ispirata al libro e al podcast omonimi del giornalista ed ex Iena Pablo Trincia. Nello specifico, Veleno è un'inchiesta su uno dei casi di cronaca più agghiaccianti avvenuti in Italia alla fine degli anni '90, e tornato alla ribalta per il lavoro di ricostruzione fatto da Trincia ma anche per il "caso Bibbiano", scoppiato nel 2019.

Veleno rappresenta in un certo senso la risposta di Amazon a Sanpa, la docuserie di Netflix uscita a gennaio che ha riscosso grande successo e scosso l'opinione pubblica. E rispetto a San Patrignano, le vicende descritte da Veleno sono anche geograficamente vicine, essendosi svolte nel cuore dell'Emilia, in provincia di Modena: il caso, infatti, è noto come quello dei "Diavoli della Bassa Modenese".

Di cosa parla la docuserie Veleno su Prime Video

Questo il riassunto diffuso da Amazon: "Veleno racconta le vicende, narrate da Trincia in un libro ma anche in un seguitissimo podcast, incentrate sui fatti accaduti a Mirandola, Finale Emilia e Massa Finalese, in nord Italia, tra il 1997 e il 1998. Oltre venti persone furono accusate di far parte di una setta chiamata “I diavoli della Bassa Modenese” che, secondo l’accusa, sarebbe colpevole di pedofilia e violenza nei confronti di sedici bambini. Dalla denuncia di uno dei bambini seguì una vasta indagine della Polizia italiana che portò all'allontanamento definitivo di tutti i ragazzini dalle proprie famiglie".

Anche se la serie porta il nome del podcast e del libro, in realtà va oltre il lavoro di inchiesta portato avanti da Trincia negli scorsi anni, perché ci mostra anche alcune delle ultime evoluzioni giudiziarie del caso, ma soprattutto perché, rispetto al podcast e al libro, nella docuserie Veleno ci sono anche le dichiarazioni di alcuni dei bambini, oggi adulti, coinvolti nel caso, che in precedenza si erano rifiutati di parlare con Trincia.

La serie, quindi, rappresenta l'opera più completa per conoscere meglio cosa è successo, i punti di vista delle persone coinvolte e le conseguenze che i processi hanno avuto sulle loro vite.

La storia dei Diavoli della Bassa Modenese

Il caso ebbe inizio con una famiglia disagiata di Massa Finalese, i Galliera: due dei loro figli minori furono affidati ai servizi sociali, avendo però l'opportunità di tornare ogni tanto a visitare le proprie famiglia naturali.

Quando tornavano dalle famiglie affidatarie, i bambini manifestavano disagio. Si iniziò quindi a indagare sui possibili abusi subiti da uno di questi bambini - che in Veleno si chiama con il nome fittizio "Dario" - attraverso dei colloqui con la psicologa dei servizi sociali, Valeria Donati.

"Dario" iniziò a raccontare alcune cose che accusavano la propria famiglia, che col tempo si arricchirono di particolari scabrosi e che coinvolsero sempre più persone. Il 17 maggio 1997 vennero arrestati con l'accusa di pedofilia il padre e il fratello.

Dario parlò di abusi e violenze, di filmati pedo pornografici e di riti satanici svolti nei cimiteri che coinvolgevano anche altri bambini. In seguito alle sue dichiarazioni, e nonostante la mancanza di filmati e prove oggettive il 15 luglio 1997 venne chiesto il rinvio a giudizio per sette persone.

Nel gruppo di pedofili satanisti, secondo le accuse il leader era don Giorgio Govoni, parroco di San Biagio. Tra il 14 gennaio 1998 e il 10 aprile 1998 si svolse quindi il primo processo, noto come “Pedofili 1” in cui vennero condannati sei imputati, tra cui i genitori di "Dario".

Nel corso del processo, intanto, l'inchiesta si estese a seguito delle rivelazioni fatte dai bambini alle assistenti sociali, tra particolari inverosimili e raccapriccianti, con un numero sempre maggiore di bambini coinvolti e di crimini (omicidi, decapitazioni e riti orgiastici). A seguito delle indagini vennero allontanati anche altri sedici bambini dalle proprie famiglie.

Tra le famiglie coinvolte in questa seconda fase, c'era anche quella di Lorena Morselli e Delfino Covezzi: in un primo momento furono accusati di scarsa vigilanza perché non si erano accorti che i loro figli partecipavano ai riti satanici; poi furono accusati anche loro di abusi, in seguito ai racconti fatti da una dei loro quattro figli, all'epoca di 8 anni e con supposti problemi mentali. 

In questo secondo troncone del processo, chiamto Pedofili Bis, furono coinvolti don Giorgio e altri 16 imputati (tra cui membri della famiglia Morselli e della famiglia Giacco), tutti accusati dai bambini di violenze sia in ambito domestico sia all'interno di riti satanici nei cimiteri, con omicidi di altri bambini.

Il processo si concluse nel 2000 con la condanna a 14 anni per Govoni, che nel frattempo era morto di infarto: per gli altri imputati, il 5 giugno 2000 il tribunale comminerà pene più dure di quelle richieste dall'accusa per un totale di 157 anni di carcere.

Il processo di appello nel marzo 1999 e la Cassazione nel settembre 2000 confermarono le condanne del primo processo, ma solo per gli abusi in ambito domestico e non per quelli che sarebbero stati commessi nei cimiteri.

Il processo di appello “Pedofili Bis” nel luglio 2001, confermato poi dalla Cassazione nel 2002, assolse gli imputati. Nel 2005, e poi di nuovo nel 2012 a seguito di un ricorso dell'Ausl, i fratelli Giuseppe ed Emidio Morselli vennero assolti dalle accuse per le violenze sulla nipote così come il padre Enzo che però era intanto deceduto.

Perché questo caso è così discusso ancora oggi

I motivi per cui questi casi giudiziari hanno suscitato tanta attenzione tra l'opinione pubblica sono fondamentalmente due: da una parte la gravità delle accuse, secondo cui nella Bassa Modenese agiva una articolata rete di pedofili e satanisti; dall'altra i dubbi sulle accuse, o meglio sul modo in cui vennero fuori. 

In estrema sintesi, infatti, i genitori accusati, i loro avvocati e alcuni giornalisti e personaggi legati al caso sostengono, alla luce anche delle registrazioni, che i colloqui dei bambini con gli operatori dei servizi sociali, le psicologhe e i magistrati siano stati condotti in modo sbagliato, inducendo forzatamente i bambini a raccontare cose mai avvenute, pur di non essere più sottoposti agli interrogatori.

Su Wikipedia si legge in proposito questo passaggio: "Nel 2018, una delle vittime riferì di essersi inventata gli abusi quando aveva otto anni perché la psicologa Valeria Donati e le altre psicologhe dei servizi sociali di Mirandola le raccontavano a lungo di messe nere e di riti pedo-pornografici che don Govoni avrebbe compiuto al cimitero di Massa Finalese. I bambini sarebbero stati sottoposti a veri e propri interrogatori per incastrare i presunti pedofili, tra cui gli stessi genitori. La ragazza afferma pertanto di essere stata manipolata e convinta a raccontare cose non vere come altri bambini come lei. La pressione psicologica sarebbe stata tale che i bambini si sarebbero calati inconsapevolmente nel ruolo di vittime. Oltre a lei, altri quattro bambini hanno poi ritrattato dei sedici coinvolti".

Tuttavia, va anche sottolineato che alcuni degli ex bambini rivendicano oggi con forza la veridicità delle proprie accuse, in particolare la figlia di Lorena Morselli e Delfino Covezzi e la figlia della famiglia Giacco. Loro, insieme ad altri ragazzi e genitori affidatari hanno dato quindi vita a VociVere, comitato a sostegno delle giovani vittime dei casi di pedofilia della bassa modenese (link alla pagina Facebook).

Dai Diavoli a Bibbiano

Mentre non sono ancora terminate le vicende processuali (Federico Scotta, che ha passato 11 anni in carcere, ha chiesto la revisione del processo dopo che "Marta", la figlia dell'amica Francesca, poi suicida, ha ritirato le accuse contro di lui; in primo grado la revisione è stata respinta, ma nel frattempo ha potuto rivedere Nik, il figlio che gli fu tolto quando aveva pochi mesi), l'onda lunga del caso dei Diavoli della Bassa Modenese è arrivata fino ai giorni nostri non solo per il lavoro di Pablo Trincia, ma anche per i collegamenti con il famoso "caso Bibbiano", scoppiato nella primavera 2019.

Nel corso dell'inchiesta "Angeli e demoni", la procura di Reggio Emilia ha indagato sugli operatori dei servizi sociali di Bibbiano, accusandoli di aver depistato le indagini e di aver "strappato dalle loro famiglie" dei bambini, inducendoli a rilasciare false dichiarazioni contro i propri genitori.

Il collegamento tra questo caso e quello raccontato da Veleno riguarda in particolare lo psicoterapeuta Claudio Foti, ex marito di una delle psicologhe che parlarono con i bambini del caso della Bassa Modenese. Nell'avviso di garanzia per Foti, si contesta allo psicoterapeuta di aver alterato "lo stato psicologico ed emotivo di una minore", sottoponendola "a sedute serrate, attraverso modalità suggestive" (a questo link gli ultimi aggiornamenti sul caso, a quest'altro tutte le notizie su Bibbiano).

Perché vedere Veleno su Prime Video

La docu-serie di Amazon racconta nel modo più completo la vicenda. La visione di Veleno lascia profondamente scossi gli spettatori, senza tuttavia schierarsi in modo netto da una parte (i genitori accusati) o dall'altra (i bimbi, oggi, adulti, che rivendicano le proprie accuse).

Per tutti e cinque gli episodi, la tentazione di prendere posizione è forte, ma il pregio maggiore del documentario è appunto quello di non imporre una narrazione in contrasto con la verità processuale, riuscendo tuttavia a insinuare il dubbio che non tutto, nell'inchiesta giudiziaria, si sia svolto nel modo migliore possibile per tutelare la salute e la sicurezza dei protagonisti. 

Veleno ha quindi il merito di aver ri-acceso potenti riflettori sulla vicenda, e di mantenere accesa la speranza che, dentro o fuori le aule di un tribunale, prima o poi possa emergere una piena verità, condivisa da tutti. O, almeno, che non si verifichino più casi giudiziari come questo, intorno al quale permangono tuttora troppe ombre. 

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