Lunedì, 21 Giugno 2021

"Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino": perché molti non hanno amato la serie tv Prime Video

I sei protagonisti della serie tv "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino", in streaming su Amazon Prime Video

Il 7 maggio è uscita su Amazon Prime Video la serie tv Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: la serie è ispirata all'omonimo libro pubblicato nel 1978 (nel 1981 in Italiia), da cui era stato tratto un film del 1981.

La storia di Christiane Vera Felscherinow - nome completo di Christiane F. - è nota, grazie al libro e al film, praticamente ovunque nel mondo, ragion per cui c'era molta attesa sulla serie prodotta da Amazon (con l'italiana Cattleya). Tuttavia, la serie tv sui ragazzi di Bahnhof Zoo (la stazione della metropolitana di Berlino Ovest che dà il nome alla storia, nei pressi del giardino zoologico che, di per sé, non c'entra nulla) non ha riscontrato particolare successo né particolari apprezzamenti dalla critica.

Ciò è avvenuto a dispetto di una produzione comunque di qualità, ben girata e ben recitata dai giovani protagonisti. Proviamo quindi ad analizzare i motivi del mancato successo della serie tv tedesca Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino.

Le differenze tra libro, film e serie tv (in breve)

In sintesi, il libro scandalo sui giovanissimi tossicodipendenti berlinesi nacque dall'intervista che due giornalisti della testata tedesca Stern fecero a Christiane F., protagonista di una brutta vicenda negli anni '70 che vedeva coinvolti minorenni eroinomani e adulti che sfruttavano questi ragazzini. 

Il successo del libro fu tale che tre anni dopo fu prodotto un film ispirato alle stesse vicende. Ma già all'epoca Christiane F. aveva criticato la traposizione cinematografica, che secondo la protagonista "non descrive come sono cresciuta, come sono stata trascurata dai miei genitori. Mio padre era un alcolizzato e abusò di mia sorella e me. Era irascibile e mia mamma non faceva proprio niente, era più interessata alla sua relazione con un altro uomo e alla sua bellezza. Ero così sola quando ero una ragazza, volevo solo appartenere a qualcosa; stavo lottando con il mondo".

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In sostanza, Christiane accusava il film diretto da Uli Edel di aver tagliato le parti in cui lei denunciava la sua famiglia e criticava la società dell'epoca, essenziali a suo avviso per comprendere la storia sua e dei suoi amici. 

Nella serie tv, le vicende vissute da Christiane sono state sensibilmente rielaborate e modificate dalla produzione, come avvisa un disclaimer a ogni inizio puntata. La sorella di Christiane, ad esempio, di fatto non esiste, ma non solo.

Tra le principali differenze con la storia originale, si segnalano: il personaggio di Detlef che nella serie diventa Benno (ed è interpretato da Michelangelo Fortuzzi); lo sfruttatore Heinz che diventa Gunther; il padre che si separa dalla moglie, va in Tailandia e torna con una nuova compagna. Ci sono poi altre differenze più o meno grandi, ma la più evidente è una: i personaggi della serie sono decisamente più grandi di quelli a cui sono ispirati.

Christiane nella serie frequenta l'ultimo anno delle scuole superiori, ma in realtà la sua tossicodipendenza era iniziata quando aveva 12 anni. E anche gli stessi personaggi sono più adulti nella serie che nella realtà, basti pensare a Babsi, la cui morte (per overdose, nella realtà) fece particolarmente scandalo perché aveva appena 14 anni. 

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Nel film, per trasmettere quell'immagine di malessere fisico e psichico derivato dall'uso di eroina e di altre droghe, il regista Uli Edel aveva detto ai giovanissimi protagonisti di immaginare di avere molto sonno e di non riuscire a tenere gli occhi aperti, camminando di fatto come zombie. Fu una scelta etica (per non spiegare a dei bambini i dettagli su stupefacenti e tossicodipendenza) molto azzeccata, perché il film riesce piuttosto bene nel suo intento di sconvolgere il pubblico mostrando dei ragazzini in condizioni letteralmente pietose.

Jana McKinnon, l'attrice austriaco-australiana che interpreta Christiane nella serie, invece, ha 22 anni, ed è quindi matura abbastanza da comprendere la delicata situazione del proprio personaggio. E, a dirla tutta, offre anche un'ottima performance interpretativa.

I possibili motivi dello scarso successo di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Non ha quindi a che fare con la recitazione il riscontro sotto le attese ottenuto da questa serie tv di Prime Video. Che, lo ripetiamo, ha comunque dalla sua un buon livello di qualità del prodotto finale.

Piuttosto, i motivi che hanno portato diversi spettatori a non amare questa serie hanno probabilmente a che fare con due cose: l'eccessiva modernità e il comunque limitato effetto schock delle vicende.

Per quanto riguarda il primo aspetto, va sottolineata una cosa: anche chi conosce bene Berlino fa fatica, guardando la serie, ad avere la certezza che sia ambientata negli anni '70. Nessun riferimento al Berlinermauer, alla situazione politica tedesca e mondiale dell'epoca. Si intuisce che non è una rivisitazione della storia ambientata ai tempi nostri da qualche dettaglio: i vagoni della metropolitana vagamente più vintage di quelli attuali, la mancanza di telefoni cellulari e l'uso dei marchi al posto dell'euro.

Ah, e poi c'è David Bowie, che in qualche modo era protagonista anche del libro e della serie, con le sue canzoni e con il suo concerto, che fa da sottofondo al primo uso di eroina da parte di Christiane. Nella prima scena della serie, una Christiane ormai adulta è nell'aereo di Bowie, quando arriva una turbolenza che spaventa il Duca Bianco e gli altri passeggeri, ma non Christiane, che tranquillizza il suo idolo: "Tranquillo, io sono immortale". 

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Passando all'altro limite denunciato da diversi spettatori, è innegabile che la serie sia molto meno scioccante del film (e ancor meno del libro, ovviamente). Insomma, gli attori fanno la propria parte, ma anche nei momenti più drammatici delle loro vite non "passa" quel disagio enorme che le pagine e lo schermo del cinema avevano trasmesso. I ragazzi si bucano, si prostituiscono, affrontano esperienze drammatiche, ma la pulizia delle immagini, delle scene e dei protagonisti diventa una sorta di filtro, che impedisce una totale empatia con i personaggi e, quindi, limita sensibilmente il disgusto e il ribrezzo in chi guarda.

Questo filtro, in effetti, fa sì che la visione della serie sia piuttosto scorrevole, e che quindi non ci sia bisogno di particolari pause nel corso degli 8 episodi: in un prodotto seriale per una piattaforma di streaming, questo è senz'altro un bene, in senso assoluto. E anche il finale della serie (scusando il piccolo spoiler) concede al pubblico una sensazione di "sollievo", quasi di lieto fine dopo tante sofferenze, anche se in realtà il difficile rapporto tra Christiane e le dipendenze è proseguito nei decenni, e in parte perdura ancora oggi che ha 59 anni.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui la serie Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino ha fatto storcere il naso a molti. Perché se è vero che una serie non può mai essere la fedele trasposizione di un libro (e ce lo ricorda anche Anna, che però è diretto dallo stesso autore del romanzo, Niccolò Ammaniti), in questa serie manca l'elemento fondamentale della storia di Christiane, e cioè la capacità di colpire allo stomaco come un pugno fortissimo, che provoca nausea e malessere, mantenendo però sempre l'empatia con un gruppo di personaggi che potrebbero essere i nostri amici, o peggio i nostri figli.

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