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Lunedì, 23 Maggio 2022

L'autocelebrazione di Alessandro Cattelan e la solita retorica della ricerca della felicità

Ah questa felicità tanto agognata e così difficile da raggiungere. Non sono bastati filosofi, scienziati, psicologi a svelarci il segreto dell'essere felici perché ancora oggi continuiamo a chiederci, imperterriti, qual è la strada che ci porta a godere di questa eterea e inaferrabile sensazione di benessere. C'è chi ha una sua teoria, chi una propria strada da seguire chi pensa che la felicità non esista e se ognuno di noi fa i conti con questo quesito ogni giorno, Alessandro Cattelan sceglie di tornarci sopra, ancora una volta, per cercare di trovare nuove risposte a quella semplice ma importante domanda: "come si fa a essere felici?". 

La formula scelta da Cattean per il suo docu-show Netflix, Una semplice domanda, è quella di un viaggio attraverso l'Italia per intervistare un gruppo di personaggi famosi, entrare nel loro mondo e vedere cosa ne pensano della felicità. Si toccano diverse tematiche in questi dialoghi dalla religione alla morte fino a passare per la malattia ma, alla fine di ogni episodio, tutto torna sempre su un'unica questione: la felicità. 

Una via di mezzo tra fiction e documentario, tra programma TV e serie sceneggiata ma una cosa è certa: il nuovo titolo Netflix di Alessandro Cattelan ha qualcosa che non funziona del tutto nella sua resa, così come sembra non funzionare il suo protagonista nonché ideatore della serie: Cattelan.

Leggi l'intervista ad Alessandro Cattelan sul suo debutto su Netflix

Quello che tutti conosciamo come il presentatore per antonomasia di X Factor, il radiofonico e lo showman da prima serata di Rai1 purtroppo non convince nei panni di protagonista della sua nuova serie Netflix che risulta eccessivamente egoriferita al punto da rendere difficile un rapporto o un dialogo con il pubblico.

Alessandro Cattelan per certi versi allontana il fruitore dello show con il suo parlare di sé e non riesce a instaurare un rapporto empatico e complice con lo spettatore di questa serie che, più che per un pubblico, Cattelan fa per se stesso. 

A dominare le scene sono i ricordi di Cattelan bambino, le sue paure di adulto, il suo credo religioso, i suoi desideri, i suoi sogni di provare a nuotare come una sirena, il suo soffrire di vertigini. É pur vero che da qualche punto si deve partire per un racconto e partire da se stessi può essere una chiave teoricamente giusta per arrivare alle persone ma non è detto che nella pratica questa cosa riesca. Qualcosa, infatti, nell'ingranaggio di Una semplice domanda blocca la conversazione con chi c'è al di là dello schermo. 

La personalità esuberante del presentatore piemontese, inoltre, tende a coprire un po' troppo quella degli interlocutori rendendo ostica la visione della serie. Comprensibile il punto di partenza di Cattelan, la sua voglia di esplorare temi diversi con molteplici interlocutori, mettersi in gioco in nuove esperienze anche lontane dal suo mondo e mettersi completamente nelle mani di un pubblico giudicante. Un po' meno comprensibile lo scegliere di parlare di felciità, tema sentito e risentito, discusso e ridiscusso. 

Una semplice domanda è uno di quei prodotti seriali con un bel potenziale nella teoria ma una scarsa riuscita nella pratica. 

Voto: 5 e mezzo

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