Mercoledì, 3 Marzo 2021
l'intervista

San Patrignano, l'erede di Muccioli: "Nessuno nega gli errori, ma la serie Netflix racconta solo una parte della storia"

Antonio Tinelli, presidente di San Patrignano dal 2011 (anno in cui lasciò l'incarico il figlio di Vincenzo Muccioli) al 2018, racconta a Today la sua esperienza all'interno della nota comunità di recupero, iniziata nel 2003 da tossicodipendente. Un percorso fatto di recupero, formazione, fino a diventare uno dei punti di riferimento per migliaia di ragazzi. È lui ad aver traghettato la comunità in un periodo di transizione: "L'obiettivo era superare la leadership del fondatore per dare continuità alla mission"

Antonio Tinelli, foto @Ansa

'SanPa - Luci e tenebre di San Patrignano' è la docuserie Netflix che ha riacceso i riflettori sulla comunità di recupero per tossicodipendenti più grande d'Europa, ma anche sulla figura del suo fondatore, Vincenzo Muccioli, che nel 1978 aprì la sua casa di campagna sulle colline di Coriano, a Rimini, per aiutare i ragazzi a disintossicarsi dalla droga. Una figura molto discussa, che con la sua opera filantropica ha scritto una pagina importante della storia italiana, a cavallo tra la fine degli anni '70 e la metà dei '90. Tra "luci e tenebre", appunto. Ma, tornando alla serie, sicuramente più tenebre, come spiega a Today Antonio Tinelli, presidente della comunità di San Patrignano dal 2011 - anno in cui il figlio di Vincenzo Muccioli, Andrea, lasciò l'incarico passando a lui l'importante testimone - al 2018. Una descrizione prevalentemente "dark", un approfondimento "parziale" che non tiene conto dei 40 anni di storia della comunità, ancora oggi fiore all'occhiello tra le realtà terapeutiche di recupero. Secondo Tinelli - mai contattato da Netflix in fase di realizzazione della serie - "un'occasione sprecata" per fare luce su un fenomeno ancora urgente come quello della tossicodipendenza. 

Iniziamo dalla sua storia. Quando è arrivato a San Patrignano?
"Ho vissuto San Patrignano come casa mia dal 2003 al 2020. Sono arrivato avendo delle problematiche di dipendenza da cocaina. Ci sono voluti tre anni e mezzo per completare il mio percorso di recupero".

Sono stati anni molto difficili?
"La difficoltà per chi vive una problematica di dipendenza da sostanze stupefacenti è soprattutto quella non legata alla disintossicazione fisica. Al peggio l'astinenza dura una settimana. La vera difficoltà è quella di liberarsi di un modo di vivere che pretende gratificazioni in termini immediati e che quindi sconvolge un modo normale di vivere che invece è fatto di sacrificio, di impegno, di obiettivi, di problematiche che si risolvono gradualmente. La cosa più difficile è riuscire a capacitarsi di come le gratificazioni vanno ottenute nel tempo e con l'impegno. La rieducazione passa proprio da questi aspetti fondamentali, come il rispetto degli altri e di se stessi".

In quale settore era?
"Sono stato accolto nel settore delle stalle. Ero a contatto diretto con educatori e professionisti che si occupavano dell'allevamento. È sempre stato un fiore all'occhiello di San Patrignano quello dell'utilizzo terapeutico attraverso la natura e il mondo degli animali. Tutti comunque sono settori formativi e di recupero, dove i ragazzi svolgono contemporaneamente sia la loro ristabilizzazione sociale che emotiva, nell'ambito di un percorso definito rigorosamente su misura". 

Poi è passato all'ufficio accoglienza.
"Avevo fatto un corso da operatore sociosanitario e ho cominciato da tirocinante all'ufficio accoglienza per seguire l'ingresso dei ragazzi. Valutavo la loro motivazione all'arrivo in comunità".

Chi entra a San Patrignano?
"Le modalità per entrare sono diversificate e trasversali. Ci può essere l'invio tramite i servizi sociali, ci può essere la richiesta individuale, ci può essere una richiesta intermediata da associazioni di volontariato che sono presenti in tutto il territorio nazionale, ci può essere l'invio dai sert. In comunità si possono svolgere anche dei percorsi di recupero in alternativa alla detenzione, sempre su base volontaria da parte del richiedente che viene autorizzato da un giudice. La base fondamentale comunque rimane quella di trovare un certo livello di motivazione. Senza motivazione, senza consapevolezza rispetto a quello che sarà il percorso che i ragazzi faranno in comunità, diventa difficile cominciare con dei tentativi concreti che possano dare una prospettiva di riabilitazione e di recupero".

Nel 2011 è diventato presidente della comunità, ricevendo il testimone proprio da Andrea Muccioli. Una responsabilità importante. 
"Una grandissima responsabilità. Descrivere una complessità come quella di San Patrignano significa avere una conoscenza profonda di quella che è un'articolazione tra tematiche umanistiche, sociali, sanitarie, economiche, di formazione, in continua evoluzione. La responsabilità è stata enorme non solo per questo, ma anche perché quello era un periodo storico per la comunità, di transizione dal nome della famiglia Muccioli. L'obiettivo era superare la leadership e il carisma del fondatore per dare continuità all'impegno in termini di mission e di vision. Sono stato presidente fino al 2018, poi ho continuato ad avere il ruolo di amministratore delegato nell'ambito della comunicazione, della prevenzione, della realizzazione degli eventi e della raccolta fondi. Questo fino al 2020".

Com'è cambiata San Patrignano in questi anni?
"I cambiamenti sono stati determinati dalla consapevolezza del background e dell'esperienza della comunità, che comunque si è sempre evoluta in funzione di quello che succedeva nel mondo. Dalle droghe classiche, marijuana, eroina e cocaina, siamo passati alle nuove sostanze psicoattive, alle droghe sintetiche. L'età media dei ragazzi che entrano in comunità si è abbassata tantissimo, quindi la comunità ha iniziato a rispondere ad esigenze nuove. L'utilizzo per esempio di droghe sintetiche ha comportato la constatazione di molti problemi di carattere psicologico, quindi andare a incrementare sempre di più un sostegno psicoterapeutico al percorso normale è stato fondamentale. Dare delle competenze ai ragazzi per rimanere in un mondo lavorativo sempre più orientato a una tecnica che si perfeziona, a una capacità di aggiornarsi e di rimanere al passo con i tempi, ha determinato nella comunità anche la necessità di affiancare percorsi di studio e di formazione di altissimo livello per i ragazzi e di educarli ad un approccio rispetto al mondo del lavoro che fosse in continuo aggiornamento. Lei pensi che questa esperienza, oggi, mi ha messo nella condizione di occuparmi di strategie organizzative in contesti lavorativi in maniera assolutamente innovativa".

Quindi possiamo dire che, rispetto alla 'gestione Muccioli', la nuova San Patrignano ha mantenuto quella organizzazione, come la divisione in settori, incrementando però figure professionali, soprattutto psicoterapeutiche? 
"In realtà questa presenza c'è stata fin dalla nascita della comunità. Era una presenza molto relativa ed era una necessità che si è imparata poi a conoscere scoprendo il problema della dipendenza. Quando Vincenzo Muccioli ha fondato la comunità, pensava ad esempio che i ragazzi potessero uscire nel fine settimana e invece quel fine settimana diventava deliterio perché li esponeva a dei richiami fortissimi. Anche la durata del percorso è qualcosa in continua evoluzione. È stato essenziale un approccio multidisciplinare che contemplasse tutti questi aspetti. Quindi la ricostruzione dei rapporti familiari attraverso le associazioni di volontariato, il sostengo psicoterapeutico, il sosteno educativo, il sostegno formativo e anche culturale. C'è stata l'esigenza di rispondere rimanendo al passo coi tempi".

E la leadership di Muccioli siete riusciti a superarla?
"Abbiamo una comunità che riesce a stare al passo con i tempi, con degli approcci che di volta in volta diventano evoluzionistici. Essere riusciti a superare quella fondazione fatta di una leadership carismatica e averla fatta diventare partecipativa, democratica e allargata a tutti, ha potuto garantire a San Patrignano la sua sopravvivenza e la sua capacità di dare risposte ai ragazzi che hanno problemi di dipendenza e alle loro famiglie".

Questo è il suo racconto. SanPa racconta altro. 
"Non mi sono permesso inizialmente di fare delle valutazioni di merito sul prodotto Netflix perché credo profondamente nella libertà d'espressione, però il racconto l'ho visto sbilanciato su una visione molto dark. Ho visto trattare certi temi e la storia in maniera assolutamente parziale e avvilente anche, per quanto riguarda un'esperienza che andrebbe in ben altro modo descritta".

Nella docuserie ci sono molte testimonianze di chi ha vissuto a San Patrignano. L'hanno contattata?
"Non ho mai avuto nessun tipo di scambio con Netflix, ma ritrovo il mio nome in una slide nella quale si dice che avrei declinato l'offerta di fare un'intervista. Pur non avendo ricevuto nessun tipo di richiesta e non avendo mai dato alcun tipo di consenso, mi vedo privacy e immagine completamente calpestati. Non ho avuto nessuno scambio con Netflix, quindi a quel punto sono stato richiamato a fare una valutazione che onestamente mi sarei voluto risparmiare".

E qual è la sua valutazione?
"C'è uno sbilanciamento eccessivo solo ed esclusivamente verso una parte della storia di San Patrignano. Nel momento in cui andiamo a parlare di comunicazione sociale ci deve essere una responsabilità etica e deontologica. Non stiamo parlando di gossip e intrattenimento, ma di una storia italiana lunga quarant'anni, con migliaia di famiglie e di ragazzi coinvolti, centinaia di volontari, di educatori, centinaia di migliaia di studenti rispetto ai quali si fa prevenzione, senza considerare il contributo economico e al mondo del lavoro grazie alle attività formative e produttive della comunità. Questo contesto è già di per se sufficientemente ampio per dire che c'è uno sbilanciamento".

Questo "sbilanciamento" può avere conseguenze più serie secondo lei?
"Lei immagini chi vive un vizio di volontà, come un tossicodipendente, chi lo subisce come la famiglia, rispetto alla visione della docuserie è facile che chi viva questa problematica si giustifichi e dica 'non voglio intraprendere il mio percorso di cura, non voglio entrare in comunità e tutto quello che dice Netflix avalla la mia scelta'. Quindi a quel punto si sbriciolano le pochissime speranze che può nutrire una famiglia".

Quindi secondo lei più che sulle luci, si sono accesi i riflettori sulle tenebre, tornando al titolo della serie.
"Credo nella libertà di espressione e credo che quella sia una parte della storia, ma non è una parte esclusiva. E soprattutto credo che chi tratta delle tematiche sociali le debba trattare con una certa responsabilità. Già la fragilità che stiamo vivendo a causa della pandemia ha riportato alla luce tutta una serie di vulnerabilità, parlare e descrivere in maniera pessimistica guardando a un solo aspetto lascia poca speranza. L'approccio della serie è assolutamente parziale. Già semplicemente partendo dal fatto che San Patrignano ha una storia di 40 anni e loro si limitano a un'analisi dei primi 15, che sono stati quelli pionieristici, animati da un grande spirito di solidarietà, caritatevole e filantropico verso chi soffre. Aggiungo che non era assolutamente scontato che questo avvenisse quando la tossicodipendenza veniva considerata una piaga, con tutta una serie di strascichi importanti anche in termini sanitari, ricordiamo il periodo dell'Aids. C'è stato qualcuno che commettendo degli errori si è sporcato le mani".

Intende Vincenzo Muccioli?
"Esatto. Se si decide di descrivere tutto, che si descriva tutto. Io non dico che non ci siano state delle responsabilità e che non ci siano stati degli errori gravi e dolorosissimi, ma poi bisogna descrivere anche tutto il resto. Ci vuole senso di responsabilità. Stiamo parlando di una realtà che coinvolge centinaia di migliaia di persone, da tanti punti di vista: sociale, economico, in ambito volontaristico, in ambito di prevenzione. Netflix dice che ha dato spazio anche al ragazzo che ne parla bene e al familiare che ringrazia Muccioli. È vero, però gli spazi non sono uguali. C'è un'ampia descrizione di tutta la parte dark e poi un flash rispetto ai termini più positivi".

Nella serie la figura di Walter Delogu è una delle più ambigue per certi versi. Da facttotum di Muccioli a nemico che prova ad incastrarlo. Lei lo ha mai incontrato?
"No. Anche da questo punto di vista è parziale il lavoro. Stiamo parlando di persone che hanno vissuto un periodo relativo in termini di permanenza in comunità. Non ho mai conosciuto nessuno di loro comunque". 

Quando è diventato presidente, in quel periodo di transizione di cui mi ha parlato, si è trovato a dover fare i conti con quel fango gettato su San Patrignano?
"No, era già remoto e ampiamente superato".

Per San Patrignano è una nuova era?
"Chi ha avuto rapporti con San Patrignano, chi la conosce, non può che fare una valutazione positiva. Non che non si debba riconoscere che San Patrignano ha commesso degli errori e che sono stati errori molto dolorosi verso i quali si deve avere molto rispetto. Non che questo non ci sia stato e non si debba ammettere, ma si deve dire anche tutto il resto".

E "tutto il resto" lo ha raccontato lei finora.
"Esattamente. Quando si fa comunicazione sociale è doveroso". 

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