Martedì, 15 Giugno 2021

L'evidente difetto di "Il Divin Codino", il film Netflix su Roberto Baggio

Andrea Arcangeli è Roberto Baggio nel film "Il Divin Codino" su Netflix

Mercoledì 26 maggio su Netflix è uscito Il Divin Codino, film dedicato alla figura di Roberto Baggio, uno dei più grandi calciatori italiani di tutti i tempi. La grandezza di Baggio ha in effetti contribuito a generare un'enorme attesa su questo film, e in molti lo hanno visto nei primissimi giorni, se non nelle primissime ore dalla sua uscita. 

Eppure, se parlate con qualche amico o familiare che ha già visto Il Divin Codino, è probabile che vi riferisca di una certa delusione, insomma che vi dica che il film non è piaciuto più di tanto, nonostante non manchino aspetti indubbiamente positivi.

Proviamo quindi ad analizzare il film, e a evidenziare quello che, in sostanza, è il limite più grande di questo biopic dedicato a Roby Baggio. 

Di cosa parla "Il Divin Codino", il film di Netflix su Baggio

Dire che Il Divin Codino parla di Baggio è troppo generico. Per essere più precisi, e fedeli allo spirito del film, bisogna dire che questo film parla del rapporto di Roberto, interpretato da Andrea Arcangeli (Yemos di Romulus, per intenderci), con suo papà Florindo, morto nell'agosto 2020 a 88 anni, e interpretato da Andrea "Il Poiana" Pennacchi

Come si vede nel film, Florindo era un grande lavoratore, molto serio e piuttosto severo con Roby, forse più che con gli altri figli: questa severità gli derivava dal fatto che anche lui da giovane aveva coltivato la passione per lo sport, in particolare per il ciclismo (uno dei fratelli di Roberto si chiama Eddy in onore di Merckx, mentre lui fu chiamato Roberto per Boninsegna), ma aveva dovuto abbandonare le sue velleità di ciclista per mantenere la famiglia. Florindo capiva quindi particolarmente bene i sogni del figlio, ma non voleva che si facesse troppe illusioni, nonostante l'evidente talento. 

Nel film si vedono quindi gli esordi di Baggio al Vicenza, il suo ingaggio alla Fiorentina nel 1985 poco prima del suo primo grande infortunio, in una partita di Serie C contro il Rimini di Arrigo Sacchi. Baggio arriva quindi a Firenze, affronta il lungo recupero e mantiene le promesse da "predestinato", anche grazie al buddhismo, con cui entra in contatto attraverso un commerciante di dischi fiorentino. 

Poi c'è un salto temporale, e vediamo Baggio a USA '94, il mondiale in cui portò l'Italia fino in finale con i suoi magnifici gol, e nonostante il difficile rapporto proprio con il ct Sacchi; ma anche il mondiale del tristemente noto rigore sbagliato in finale contro il Brasile, proprio la nazionale che nel 1970 aveva fatto soffrire papà Florindo, una ferita che il piccolo Roby aveva promesso (o forse no) di vendicare.

Altro salto temporale: siamo nel 2000, Baggio è senza squadra e torna nella sua Caldogno, ad allenarsi tra la gente come Rocky (o come Totti in Speravo de morì prima), finché arriva Carlo Mazzone (la cui parte è recitata da Martufello) e lo convince ad andare al Brescia. Qui Baggio torna a far risplendere il suo genio e a sperare di tornare in Nazionale: Trapattoni gli promette di tenerlo in considerazione, poi Baggio si infortuna nuovamente ma recupera con una velocità prodigiosa, senza tuttavia convincere il ct a portarlo al (tremendo per noi) mondiale di Giappone e Sud Corea del 2002. 

Di cosa NON parla il film di Netflix su Baggio

Già solo a rileggere la trama di Il Divin Codino, appare piuttosto evidente quello che è il difetto del film: ovvero, non ciò che racconta, ma ciò che ignora. Non si vede il passaggio dalla Fiorentina alla Juve, con polemiche annesse; non si vede Baggio con la maglia bianconera, né con quella del Milan, e neanche con quelle di Bologna e Inter. Non si vede il Pallone d'oro, non ci sono immagini di Francia '98 (e del suo tiro contro i padroni di casa che uscì per "tanto così": tutti coloro che erano davanti alla tv quella sera ricordano il suo gesto in quell'occasione).

Non vediamo il suo complicato rapporto con Lippi o con Capello (e in parte con Ulivieri), non ci viene mostrato praticamente nulla del rapporto che ebbe con i suoi compagni di squadra, in particolare con i più giovani (in primis Alessandro Del Piero, che ereditò la sua maglia alla Juve). Insomma, a essere cinici, Il Divin Codino si riassume così: Vicenza, infortunio, Firenze, buddhismo, USA '94, Sacchi, Mazzone, Brescia, Trapattoni, fine. 

Ma, ai tantissimi fan di Roberto Baggio, questa storia non può bastare: è troppo poco. Soprattutto dopo aver visto la già citata serie Sky su Francesco Totti, un film su Baggio che dura persino meno dei 90 minuti di una partita di calcio non è sufficiente. Eccolo quindi il principale difetto di Il Divin Codino: è troppo breve.

È vero che lo stesso Baggio, con la moglie Andreina, ha seguito le varie fasi del film e il prodotto finale gli è piaciuto molto (e non è scontato, se pensiamo a come Pelè accolse il film Birth of a legend). Ma il pubblico sperava in qualcosa di diverso, o in qualcosa di più.

Gli sceneggiatori avevano due possibilità per accontentare i fan di Baggio: prendersi molto più spazio e tempo per raccontare più aspetti della carriera del Talento di Caldogno (e magari farne una serie tv), oppure al contrario scegliere di approfondire un solo preciso aspetto, come il rigore sbagliato a Pasadena o il Pallone d'oro. 

Invece, è stata fatta una scelta a metà tra le due strade percorribili, e il risultato è - usando una metafora calcistica - uno striminzito pareggio. Il Baggio intimo, familiare, che si vede in Il Divin Codino è certamente apprezzabile, nella sua umanità e nella sua grandezza. Ma è troppo poco: si sarebbe potuto indagare di più sui suoi pensieri nei momenti chiave, o sulle discussioni con gli allenatori, o anche sul suo stesso rapporto col padre, che invece rischia di essere ridotto a un personaggio in parte "scontato", quello del gran lavoratore veneto e padre severo che per amore frena gli entusiasmi del figlio campione. 

Insomma, il film ci mostra troppo poco del Baggio fuori dal campo, e non ci fa neanche vedere troppo del Baggio in campo: e da una parte è un bene, perché se ci avessero mostrato troppe scene di calcio giocato sarebbe stata troppo manifesta la sterminata differenza tra le doti di Baggio e del pur bravissimo Arcangeli. Però anche solo qualche scena con le maglie dei vari club in cui ha giocato avrebbe placato la "sete" che i baggiofili avevano quando è stato annunciato questo film dal titolo così "assoluto", così evocativo di una storia dalle mille sfaccettature.

Si è preferito invece farci vedere un campione di unità nazionale, con maglie non divisive, riducendo la sua lunga carriera a tre periodi isolati. E quella sete non è stata placata. Anzi, siamo rimasti con l'amaro in bocca, con un senso di incompiuto che, questo sì, ci ha riportati per un attimo a quella notte del luglio 1994, quando il nostro Eroe non riuscì a salvare il nostro mondo, finendo sconfitto dai "nemici" in maglia verdeoro, senza tuttavia perdere neanche un briciolo dell'immenso amore che gli amanti del calcio provano per lui da sempre e per sempre. 

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