Mercoledì, 21 Aprile 2021

Enrico Montesano: "La politica in tv? Dieci passi indietro e spazio al merito" | L'INTERVISTA

L'attore torna in scena con 'One Man Show', una raccolta dei monologhi e personaggi più amati del suo repertorio ma con lo sguardo rivolto a un'attualità di cui parla senza peli sulla lingua

Enrico Montesano, foto @Ansa

"Mi dica tutto", ma in realtà tutto ce lo dice lui, al telefono, tra una battuta e una stoccata, senza peli sulla lingua, perché con la giusta dose di ironia si può dire qualsiasi cosa. Cabaret docet. Enrico Montesano in questa intervista non si risparmia, come sul palco, dove torna sabato 24 agosto - al Castello di Santa Severa - con 'One Man Show', spettacolo che fa rivivere i suoi personaggi più amati in chiave moderna. 

Partiamo dal suo 'One Man Show', in scena al Castello di Santa Severa sabato 24 agosto. Dopo lo straordinario successo con 'Rugantino' e 'Il Conte Tacchia', un best of...
"Con questo monologo sono ritornato alle origini. Dopo anni in cui ho fatto commedie musicali di grande successo, grazie al pubblico, sentivo il bisogno di essere un po' più cavallo pazzo, più sciolto. Ritorno a fare quello che facevo agli inizi, il teatro cabaret, dove c'è l'attore da solo, in piedi, che parla. E' uno spettacolo nuovo che va incontro alle richieste del pubblico, fatto di spettatori affezionati e di giovani che vogliono sentire i pezzi forti del mio repertorio. Non ho abbandonato i miei personaggi, i miei monologhi classici, ma è tutto fatto con un occhio all'attualità".

Tra i suoi personaggi qual è quello a cui deve di più e quello invece a cui è più affezionato il pubblico?
Il primo è 'Felice allegria', che ho fatto in televisione nel 1968 in 'Che domenica amici!', dove c'era Raffaele Pisu che purtroppo se ne è andato poco tempo fa, il mio amico Pino Caruso. Il protagonista non aveva nome, era il ragazzo romano finto tonto che giocava con le parole, diceva ad esempio 'andandovici, andandovicici', giocava con le particelle pronominali, le 'pronomicelle'. Poi c'è la romantica donna inglese, che vede sempre tutto in modo molto pittoresco, qualunque sfacelo italico e disservizio, quindi è attualissima e la rifaccio parlando dei problemi che abbiamo oggi, come la raccolta differenziata, anzi della raccolta, tout court. Torquato il pensionato, la zia Sally, che dà i consigli alle ragazze ma oggi è un'influencer, lavora online e ha il tablet. Sono personaggi che vivono il nostro tempo, un po' come me che li ho creati. Io non sono un comico avulso dalla realtà. Ci sono tanti comici bravi che fanno ridere ma trattano argomenti innocui, che non disturbano, io invece mi voglio compromettere e voglio un po' disturbare; ecco la chiave del vecchio cabaret, della satira, dove ridendo e scherzando, cantando, si affrontano in modo sarcastico temi che pesano".

Ha parlato di ritorno alle origini, di cabaret. Lei con i suoi monologhi già negli anni '60 aveva anticipato la stand up comedy che tanto va di moda oggi...
"Adesso va di moda ma non è una cosa nuova. Ci fu un film meraviglioso su Lenny Bruce, il primo stand up comedian, Bill Hicks, negli anni '70 e '80, George Carlin, ce ne sono tantissimi. Noi al Bagaglino e al Puff facevamo queste cose ma non lo sapevamo. Non usavamo questa parola americana che ha detto lei, facevamo i monologhi (ride, ndr). Oreste Lionello, Pino Caruso, io".

Com'è cambiata la comicità?
"E' una domanda a cui non so rispondere e se lo sapessi non lo direi. Bisogna sapere cos'è la comicità per poter dire se è cambiata o meno. La comicità è un mistero, è un quid che sfugge, una x, c'è chi ce l'ha e chi non ce l'ha. Certo c'è una sensibilità diversa, è chiaro, ma la comicità è sempre quel qualcosa che ti sorprende, è qualcosa che ti arriva. Uno ci prova, per questo il nostro mestiere è bello, perché siamo continuamente alla ricerca e continuamente sotto esame".

Stand up comedy o meno, ci sono dei giovani talenti?
"Di giovani ce ne sono tanti, quello è sicuro, di talenti non lo so, ma se ci sono usciranno. Il talento se c'è esce, non ci sono dubbi".

E della 'vecchia guardia' chi stima di più professionalmente?
"Mi faceva molto ridere Oreste Lionello, gli aforismi di Pino Caruso. Mi diverte Guzzanti, mi faccio anche qualche risata con Checco Zalone".

Nessuna rivalità tra comici?
"Ce n'è molta di rivalità. E' una gara, inutile che ci nascondiamo dietro a un dito, però se uno è bravo bisogna riconoscerlo. Io come attore sono il migliore, sono il più innovativo, mi scopiazzano. C'è gente che mi imita proprio, fanno la mia voce, fanno i personaggi miei, je danno giù de brutto (risata, ndr)".

Nella sua carriera, oltre al cinema e al teatro, c'è anche tanta tv. L'ultima avventura a 'Tale e Quale Show', in veste di giurato, è finita due anni fa. Un capitolo chiuso?
"Per me no. Dicono 'tu ce l'hai con la televisione', no. E' la televisione che ce l'ha con me. Sono andato con molto piacere a lavorare con Carlo Conti, ma si potrebbe fare anche qualcosa di diverso. Io non la voglio fare questa televisione, perché è brutta".

Negli ultimi anni c'è un ritorno abbastanza importante del varietà. E' più nostalgia del passato o mancanza di novità?
"E' mancanza di idee, allora si guarda al passato. Mancanza di coraggio, allora si torna a 'Techetechetè'. Facciamo cose di quaranta anni fa, che ancora funzionano e fanno ridere. Proprio oggi ho letto su alcuni quotidiani che gli spettatori sono diminuiti di 3/4 milioni, nel contempo sono triplicate le emittenti televisive, questo è un segnale importante. Si va a percentuali ma la torta si è ristretta. Un conto è fare il 18% di 25 milioni, un altro è fare il 18% di 20 milioni. Secondo me le scelte editoriali vanno sul sicuro, sul déjà vu. Mi perdoni il francesismo in un periodo di anglicismi sfrenati di cui la nostra lingua è piena zeppa. Facciamo 22 serie di 'Don Matteo', 25 anni di 'Ballando con le stelle', 32 anni di 'Tale e Quale', che è sempre 'Tale e Quale'. Ci sono i talk show, dove si parla, gli spettacoli dove si cerca il talento, poi ci sono le gare: la gara di ballo, la gara di cucina, la gara di canto, sono tutte gare. Io sono un diverso, confesso la mia diversità. Non ho mai visto una puntata di 'Don Matteo' e nemmeno Zingaretti. Sono l'unico che conosce più il presidente della Regione che Zingaretti-Montalbano".

Quindi è una tv in cui lei non si ritrova...
"Io propongo delle cose che credo non interessino. In questo momento le scelte editoriali sono diverse. Io sto qua. Farò una docu-fiction con Giancarlo Governi per celebrare i 100 anni dalla nascita del grande Albertone (Sordi, ndr), ma è una cosa diversa".

Agosto con la crisi politica. Parlando di politica, alcune settimane fa, Jerry Calà si lamentò del fatto che non lavorava perché non apparteneva ad una determinata area politica. Lei Montesano ha mai vissuto questo isolamento? Conta molto la politica in questo lavoro?
"Perbacco! La politica dovrebbe fare non un passo indietro ma dieci e lasciare spazio al merito e a dirigenti che conoscono il mestiere, l'ambiente. Quello che ha detto Jerry Calà capita spesso, in tutti i settori. Come dite voi in italiano, lo 'spoils system'. Non lo so che vuol dì, io per parlare coi miei connazionali giro col vocabolario d'inglese ormai. Ritengo che la politica abbia invaso moltissimo, anzi più che la politicaa la partitica, dobbiamo distinguerle. Sono gli interessi di parte, la politica è un'altra cosa. La vera politica non vorrebbe questo. C'è un libro bellissimo scritto da una donna straordinaria, Simone Weil. Lei diceva che i partiti non andavano bene perché esprimevano un'opinione di parte e la parte non è tutto. Se una parte prevale sulle altre, le altre devono indietreggiare". 

Parliamo sempre di politica, ma romana. Lo scorso giugno incitò la sindaca Raggi a non scoraggiarsi perché Roma non si sistema in un anno. Di anni ne sono passati tre, come sta la sua città?
"Male, purtroppo. Roma sta molto male ed è vergognoso. Io sono testimone di alcuni fatti personali: è circa un anno che chiamiamo l'Acea per un lampione che si è fulminato e non è mai venuto nessuno. Abbiamo chiamato il Comune per un albero che andrebbe potato perché è pericolante, dopo varie telefonate ci hanno risposto e ci hanno detto 'dateci 30 giorni, se non ci sentite potete richiamare e vi diciamo a che punto è la pratica'. Bene, abbiamo chiamato dopo 60 giorni e ci hanno risposto che il Servizio Giardini gli aveva dato una risposta negativa perché non hanno le risorse economiche per intervenire. E allora che facciamo? Questa è una dimostrazione di incapacità. E i soldi che paghiamo di Tasi, Tari, Imu? Le tasse il Comune le vuole tutte, ma dove vanno a finire? Il Servizio Giardini perché non opera? Non possiamo sempre incolpare i massimi sistemi".

E la responsabilità secondo lei è di questa amministrazione o di un sistema che da anni funziona sempre con grandi difficoltà a Roma?
"La responsabilità è degli uomini, tutti, dal primo all'ultimo. Facciamo a chi è più furbo, a chi se ne frega, a chi fa il lavativo, a chi frega il vicino. Adesso a Roma vige questo slogan, mi consente? 'Faccio come ca*** me pare', così mi ha detto uno mentre ero in bicicletta. Si è fermato in seconda fila, ha aperto gli sportelli laterali e io ho svicolato rischiando di andare dall'altra parte della carreggiata. Gli ho detto di stare attento e lui appunto mi ha risposto 'Faccio come ca*** me pare'. Questa è una città dove ognuno fa come ca*** je pare. E quindi sta nella merda. Mi perdoni il linguaggio romanesco. La colpa va dal primo operatore comunale al Sindaco, Giunta compresa, Assessorati, tutti. E' una cosa che sicuramente ha radici profonde, sono 40 anni che non si fa niente per Roma. Nonostante tutto, però, è sempre bella e sono innamorato della mia città".

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