Francesco Montanari: "Dopo Romanzo Criminale ho avuto momenti complicati"

L'attore, che oggi si divide fra teatro e fiction, ha dovuto lottare un po' per togliersi l'etichetta del "Libanese"

Francesco Montanari

Per un attore restare imprigionato in un ruolo può essere fatale e, ovviamente, le "vittime" sono spesso i protagonisti delle lunghe serialità. Ci sono però alcuni casi in cui basta una sola stagione a consacrare un personaggio e l'etichetta viene da sè. Tra questi è impossibile dimenticare il "Libanese" di Romanzo Criminale, serie tv in onda su Sky dal 2008 al 2010, ma Francesco Montanari, oggi impegnatissimo fra teatro e fiction di successo, è riuscito a svincolarsi anche se all'inizio non è stato semplice.

"Chi mi dice 'Ciao Libano' per strada?  Quello c'è e ci sarà sempre, va bene così - ha spiegato ai microfoni dei Lunatici su Radio 2 - Il punto dell'etichetta non è tanto del pubblico, ma dell'addetto ai lavori. Io faccio un lavoro di subordinazione, dipendo sempre da una sovrastruttura che mi permette di lavorare. Lavorare per me vuol dire in primis riempire il frigorifero, poi assecondare il mio egocentrismo, o la mia volontà di affermazione. Ma se questo non mi viene concesso perché ho fatto un ruolo che è entrato nella case delle persone, diventa chiaramente un limite. Ormai non capita più, ma ho vissuto dei momenti complicati, complessi. E l'etichetta è un limite anche per chi te la mette. Perché si preclude delle possibilità. Il mio limite è stato che con difficoltà ho trovato, non adesso, delle persone che mi potessero mettere in condizione di dare. Perché loro stesse mi vedevano solo come quella cosa lì".

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Ancora su Romanzo Criminale: "Sul set non ci rendevamo conto che stavamo facendo una cosa che molti avrebbero imparato a memoria. Ero conscio che sarebbe stato un bel prodotto, ma il successo è un animale talmente strano. Un successo tale era imprevedibile". I motivi di tanto successo? "E' chiaro che il male affascina - ha spiegato ancora l'attore romano - Noi esseri umani siamo fatti di mille ingredienti. Romanzo Criminale era un prodotto da intrattenimento, non un documentario o una biografia. Anche se i fatti di cronaca erano quelli. Abbiamo raccontato semplicemente otto ragazzi del muretto che invece di farsi le canne e basta avevano un sogno, questo sogno è collimato con la criminalità. Un'autoaffermazione. Ma il desiderio di autoaffermazione ce l'hanno tutti. Quindi già crea empatia. E in più siamo arrivati al discorso che tu il Libanese lo vedi sotto casa alla fine che tutto quello che ha fatto l'ha fatto per avere l'amore della madre. Nella nostra storia, non nella verità, non mi permetto di parlare della realtà. Quello ti crea un'empatia talmente grande che tu sei lì con loro, godi con loro e ti dispiace per loro. Poi, da lì a dire che viviamo in una società in cui se tu vedi un prodotto del genere poi ti metti a fare il criminale...Io preferisco non crederci. Anche io da ragazzino vedevo Scarface e ripetevo le battute di Tony Montana, ma non mi sono messo a fare il narcotrafficante. Se accade una cosa del genere, c'è proprio qualcosa nel sistema che non va".

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