Lunedì, 18 Ottobre 2021
la nuova stagione

Non è l'Arena, Massimo Giletti: "La scorta, la morte di mio padre, stavo per mollare"

Il conduttore torna su La7 con il suo programma tra inchieste e approfondimento, ma dalla domenica approda al mercoledì sera

I saluti di fine stagione, lo scorso giugno, avevano lasciato intendere un addio. Invece Massimo Giletti torna su La7 con Non è l'Arena e alle prese con una nuova sfida, quella del mercoledì sera. Il programma cambia collocazione ma non natura, affondando come sempre le radici nell'attualità e nella cronaca, fra inchieste e approfondimento. 

Al centro del lavoro, "rigorosamente di squadra" ha sottolineato il conduttore durante la conferenza stampa di presentazione, ringraziando i suoi collaboratori e inviati, la ricerca della verità. A tutti i costi. E le battaglie, vecchie e nuove. Sul piano pandemico non attuato, ad esempio, "vogliamo fare le domande?" chiede Giletti, e aggiunge: "E' un anno che mi rivolgo al ministro Speranza, ha il dovere di rispondere. Si scocciano se cerchi le risposte da altre parti, ma se tu non mi rispondi io le cerco. Questa è la nostra forza, andare avanti e combattere, perché penso che questo Paese debba sapere la verità su certe cose". Sui 190 milioni di mascherine sequestrate dalla Guardia di Finanza provenienti dalla famosa struttura dell'ex commissario Arcuri, ad esempio, "che fine hanno fatto?", oppure di quelle scarsamente protettive - come dichiarato in un certificato mostrato ai giornalisti - utilizzate in alcuni ospedali italiani, di cui si parlerà nella prima puntata. E poi la lotta alla criminalità, quella che costa più caro: "Parlare di criminalità è pericolosissimo - continua Giletti - Mi hanno mandato un'intercettazione in cui parlano di me in Calabria. Non è piacevole sentire quello che dicono. Però parlano del programma e dicono 'guardate che Giletti ha scoperto il giochetto che certe persone fanno qui, stiamo attenti che non scopra anche noi'. Queste persone guardano il programma e questo mi interessa. Non è vero che la televisione d'inchiesta non serve, ha dei riflessi molto forti. Il re è nudo quando si fanno le inchieste". Tra le nuove inchieste ce ne sarà una molto pesante che riguarda una regione italiana: "Lavoriamo sempre sul territorio, questa continuerà ad essere la nostra caratteristica - assicura - Non sappiamo già oggi dove andremo, ma non molleremo le nostre inchieste. Continueremo su quella strada e tenteremo di avere risposte che ancora non abbiamo".

"Non chiamatemi populista"

Non mancherà ovviamente il dibattito, libero, spiega il padrone di casa: "Io sono per sentire tutti, ovviamente contestando ma anche ascoltando. Deve esserci libertà di dibattito. Se uno non vuole farsi il vaccino è un problema suo, ma deve avere la possibilità di esprimersi". Parola a tutti, ma guai a chiamarlo populista, definizione che inizia a infastidirlo: "Se dovete etichettarmi dite che sono un eretico, non un populista. Un eretico, cioè colui che va alla ricerca della verità. I miei inviati mettono a rischio la pelle entrando nelle zone dei Casamonica, io giro con la scorta e quando vado in posti pericolosi la gente mi guarda male. Quello è populismo? Non riesco a capire. Abbiamo fatto inchieste sulle scarcerazioni dei mafiosi che nessuno ha voluto fare, parliamoci chiaro - incalza il giornalista - Quando dico che sono rimasto solo intendo questo, non me ne frega niente che non mi arriva l'sms da un collega. Dico che se tutti avessimo fatto un certo tipo di battaglia forse sarebbe stato diverso". 

"Ho attraversato un momento difficile, ero affaticato"

Alla fine della scorsa stagione quello di Massimo Giletti sembrava un addio annunciato, a La7 ma anche al suo programma: "Era un momento difficile - spiega - Ho perso mio padre e quello è stato un colpo durissimo, poi finire sotto scorta non è una roba semplice. C'è un momento in cui dici 'sei arrivato a 60 anni, hai fatto quello che dovevi fare, forse è meglio se ti stacchi un po' da tutto e recuperi te stesso'. Questo era il vero motivo che mi ha fatto riflettere se continuare o no". Nessun'altra proposta, dunque, anche se ammette non sono mancate: "E' normale che ci sono state. Quando un prodotto funziona arrivano, ci sta". A un passo dal mollare per "questioni molto personali" fa sapere, "tant'è che chiesi del tempo, siamo arrivati all'infinito". E il direttore di La7 Andrea Salerno conferma: "Massimo arrivava da due anni difficilissimi e non sapeva ancora se voleva andare avanti". Non meno pesanti i mesi del Covid: "C'è stato un periodo in cui eravamo in 3 o 4 in redazione - ricorda Giletti - In 4 a tirare la carretta è durissima. Ti fai una domanda semplice: 'Ma vale la pena tutto questo?'. La vita vola. Tutto qui. Tenendo anche conto che sono il presidente della mia azienda e due volte a settimana me ne occupo insieme ai miei fratelli, lo faccio per mio padre. Ero molto affaticato".

"In Rai non potrei fare Non è l'Arena, pressioni troppo alte"

Sono diverse le proposte arrivate a Massimo Giletti negli ultimi due anni, ma di una cosa è certo: "In Rai è impossibile fare Non è l'Arena perché hai delle pressioni troppo alte. Io le ho vissute dall'interno. Ricordo sempre un aneddoto - racconta - Un giorno il direttore generale, non dirò mai chi, mi convoca alle 8, mi dice quello che mi deve dire e poi mi fa 'ma lei è di destra o di sinistra? Una volta chiama Forza Italia, una volta il Pd'. Il fatto che non riescano a identificarti li spiazza, cosa che invece nelle inchieste ti aiuta". Inchieste che avrebbero vita breve a viale Mazzini, continua il conduttore: "La battaglia che abbiamo fatto su Bonafede, quando era ministro in un governo forte, è una battaglia che difficilmente sarei riuscito a fare in Rai. Oppure la questione delle mascherine e come hanno portato in Italia 1 miliardo e 200 milioni di euro di mascherine, non so se me l'avrebbero fatta fare in un'azienda che ha evidentemente come punto di riferimento il parlamento. Sono convinto che sarebbe difficile fare il mio programma in un'azienda di servizio pubblico". Così, il vero servizio pubblico, continua a farlo su La7, per altri due anni. Almeno.

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