La vita sotto scorta di Massimo Giletti: “Certo che ho paura, ma non mi fermo”

Il giornalista, sotto scorta dopo essere stato oggetto di minacce da parte del boss Filippo Graviano, non arretra ma ammette amaro: “Se gli altri colleghi avessero fatto la stessa mia battaglia non sarei diventato un obiettivo”

Da qualche settimana Massimo Giletti è sotto scorta dopo aver ricevuto minacce dal boss mafioso Filippo Graviano all’indomani della puntata del 10 maggio scorso in cui il giornalista aveva letto a “Non è l’Arena” l’elenco dei nomi dei boss che stavano per essere scarcerati per l’emergenza coronavirus, tra cui alcuni al 41bis. Giletti era venuto a sapere delle minacce di Graviano dai giornali, cioè quando Repubblica aveva pubblicato uno stralcio del nuovo libro-inchiesta di Lirio Abbate su Matteo Messina Denaro, che rivelava la frasi di Graviano contro il giornalista e contro il magistrato Nino Di Matteo.

Per Giletti aver scoperto di essere in pericolo non dagli organi competenti ma dai giornali è stato “un corto circuito comunicativo, oppure qualcuno ha voluto guardare dall’altra parte”, ha detto un’intervista al settimanale Oggi

“Vivere sotto scorta vuol dire avvertire di cosa farai, di dove andrai a cena, di dove dormirai. E non ogni tanto, ma ogni singolo giorno… Temo sarà una cosa lunga”, ha detto il giornalista, che però non si arrende: “Chi non ha paura è un incosciente ma vado avanti per tutto il tempo che serve”

Giletti: "Se gli altri colleghi avessero fatto la stessa battaglia non sarei diventato un obiettivo"

Quelle minacce non lo hanno sorpreso. “Sapevo che la trasmissione aveva colpito nel segno… Se all’improvviso mandi a casa mafiosi al 41 bis e detenuti in regime di Alta sicurezza vuol dire che c’è qualcosa che non torna. L’emergenza Covid è solo una scusa… A marzo ci sono state rivolte violentissime in più di 20 carceri… Non mi stupirebbe se di fronte alle sommosse qualcuno abbia detto: ‘State calmi e vi facciamo uscire’… Fino a quando non ce ne siamo occupati noi erano usciti 500 criminali, poi si è bloccato tutto. Tanto che Benedetto Capizzi, pezzo grosso della mafia siciliana, si è lamentato: ‘Se non fosse stato per Giletti a quest’ora ero a casa’”. 

La più grande amarezza per Giletti, in questa vicenda, è “di essere stato lasciato solo”. “Se gli altri colleghi avessero fatto la stessa mia battaglia non sarei diventato un obiettivo”, ha detto. 

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Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede aveva espresso solidarietà a Giletti, ma per il giornalista da via Arenula servirebbe altro. “Sto ancora aspettando una sua presa di posizione pubblica chiara su quello che è successo, ho sentito solo silenzio. L’ho invitato alla prima puntata de Non l’è l’Arena, il 27 settembre, vedremo… In un Paese straniero si sarebbe già dimesso… un ministro non ha solo la responsabilità politica delle leggi che fa approvare, ma anche delle persone che sceglie”. 

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