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Martedì, 30 Novembre 2021
America Latina

La campagna anti-aborto dell'estrema destra (tra disinformazione e manipolazione)

False informazioni di natura medica e promesse mai mantenute di adozione per spingere le donne a portare a termine la gravidanza: succede in alcuni centri di Hearbeat International che si professano "femministi e pro aborto"

Informazioni false e terrorismo psicologico mescolati a promesse di assistenza e supporto che non vengono mai mantenute: così una rete di centri affiliati all’organizzazione pro-vita di estrema destra Hearbeat International (HI) attivi in America Latina convince le donne a rinunciare all’aborto e a portare a termine la gravidanza, in un circolo vizioso di menzogne e manipolazione che va avanti ormai da diverso tempo.

La prima a fare luce su questa rete di organizzazioni che online si presentando e si professano “femministe e pro-aborto” è stata OpenDemocracy, che nel 2019 ha condotto un’inchiesta su centri attivi in Argentina, Colombia, Costa Rica, El Salvador e Messico. Le modalità sono sempre le stesse, e l’associazione ha avuto modo di osservarle da vicino. Il network di HI si presenta e si promuove come una rete di centri in grado di assistere le donne decise a interrompere la gravidanza in Paesi in cui l’aborto è considerato ancora un reato, promette supporto e assistenza medica e psicologica a donne vulnerabili e in difficoltà, e poi avvia una campagna di convincimento e disinformazione che va nella direzione opposta.

Promesse di adozione "sottobanco" e offerte di vitto e alloggio

Quando accertato prima da OpenDemocracy e poi da El Pais in un’inchiesta successiva è che dietro le promesse e un atteggiamento protettivo, presente e accuditivo viene in realtà messa in atto un’opera di convincimento e manipolazione finalizzata a spingere le donne, anche ragazzine giovanissime la cui gravidanza è frutto di stupro o incesto, a rinunciare all’aborto. Tanto che avvocati, dottori e attivisti per i diritti umani hanno già condannato la rete per “disinformazione, manipolazione emotiva e violazione dei diritti”.

In numerosi di questi centri, ha scoperto OpenDemocracy, alle donne vengono date false informazioni di natura medica, come per esempio che l’aborto aumenta il rischio di cancro, malattia mentale, perforazione dell’intestino e altre patologie gravissime o addirittura mortali. Le persone che vi lavorano utilizzano termini e affermazioni scelti con cura per instillare nella donna dubbi e timori sulla decisione presa, spaventandole sulle conseguenze dell’intervento e sostenendo - cosa non vera - che per interrompere un gravidanza è necessario il consenso del partner.

Quando la donna inizia a vacillare, gli operatori di questi centri passando a un atteggiamento comprensivo e materno, promettendo assistenza passo passo sino al termine della gravidanza, compreso alloggio e cibo, e l’avvio di un iter di adozione "sottobanco" che non verrà mai portato a termine. In un centro del Costa Rica, riporta OpenDemocracy, a una donna dell’organizzazione che ha lavorato sotto copertura per accertare come i centri lavoravano è stata offerta un’ecografia “come parte del counseling anti-aborto”, e questo nonostante che sul sito il centro venisse promosso come struttura cui era possibile rivolgersi per interrompere una gravidanza in sicurezza e in ambiente medico professionale.

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Uno screenshot del sito interrumpir-embarazo.com, finito nel mirino dell'inchiesta di OpenDemocracy

La "marea verde" che lotta per l'aborto legale

Marta Lamas, una tra le più importanti e attive femministe messicane, si è detta “scioccata” da quanto scoperto da OpenDemocracy, pur nella consapevolezza che la rete di HI agisce da tempo in queste modalità: “È la prova di qualcosa che sospettavamo e sapevamo esistesse, di una campagna di menzogne e inganni da parte di gruppi fondamentalisti di destra, ma non abbiamo mai avuto questo tipo di prove”. Ed è con questa consapevolezza che le donne dell’America Latina si sono unite in una marea viola e verde per chiedere che l’aborto venga depenalizzato, e che una donna che sceglie di interrompere una gravidanza possa farlo senza il rischio di finire in carcere con l’accusa di omicidio volontario.

Nella stragrande maggioranza dei Paesi dell’America Latina si può ricorrere all’aborto soltanto per gravi motivi medici o in caso di stupro (e in alcuni casi non è stato consentito neppure per questi motivi, perché le donne si trovano pressate, non credute e costrette a dimostrare la violenza o il rischio che corrono portando a termine la gravidanza), mentre in altri è totalmente vietato: succede a El Salvador, in Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Haiti. La “marea verde”, o “marea viola” a seconda del Paese in cui vanno in scena le proteste, è riuscita però a smuovere qualcosa in Argentina, dove a fine 2020 è stata approvata una legge storica che legalizza l’aborto.

E in Italia?

OpenDemocracy ha condotto indagini anche a livello internazionale, scoprendo che decine di questi centri “operano all'interno di ospedali pubblici in Italia. Ad un certo punto, il personale ha anche avvertito una giornalista della ‘sindrome post-aborto’ - spiega l’organizzazione - e le ha detto che abortire può causare il cancro, mentre avere un bambino può curare malattie gravi tra cui la leucemia”.

Scoperta che non stupisce, perché in alcune Regioni le associazioni pro-vita possono accedere a consultori e ospedali per legge: succede in Piemonte, dove a giugno erano 24 le associazioni pro-vita iscritte negli elenchi della Asl che potevano entrare nelle strutture cui le donne si rivolgono per interrompere la gravidanza: “Una vera libertà di scelta, dando modo anche alle donne in situazioni di gravidanze difficili di trovare un aiuto nel super, aveva detto are criticità economiche e sociali che potrebbero portare all'aborto”, aveva detto l'assessore regionale agli Affari Legali Maurizio Marrone, che ha promosso l’atto amministrativo.

Stando alle stime di Laiga194, la Libera Associazione Italiana Ginecologi non obiettori per l’Applicazione della 194, in Italia (dove l'aborto è un diritto garantito per legge, dalla 194 appunto) sette ginecologi su 10 che operano negli ospedali sono obiettori, e la percentuale di ginecologi obiettori supera il 70% in quasi la metà delle regioni con picchi in Molise (92,3%) e nella Provincia di Bolzano (87,2%). Inoltre, in media quasi la metà di anestesisti in Italia sono obiettori di coscienza (46,3%), percentuali che salgono rispettivamente al 67,4% e 65% nell’Italia Insulare e Meridionale.

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