Venerdì, 17 Settembre 2021
La giornata

Attentato a Kabul: la giornata di una strage annunciata

L’intelligence statunitense aveva messo in guardia. E' il momento più duro per gli Stati Uniti e Biden, che deve ancora evacuare mille soldati

L'area dell'attentato - foto Ansa

Il terrore va in scena a Kabul quando sono le 17,30 ora locale. Un kamikaze dell’Isis si infiltra tra la folla, accalcata all’ingresso dell’aeroporto, che rappresenta l’unica fuga dall’Afghanistan ritornato nelle mani dei Talebani. C’è un’esplosione nella quale muoiono almeno 60 civili afghani e 13 militari americani perché il punto preciso in cui è avvenuto l’attentato è quello del “Gate Abbey”: la parte presidiata dalle forze statunitensi e britanniche. Tra le vittime ci sono anche dei bambini e mentre alcuni presenti corrono, trasportando i feriti su delle cariole, il canale di scolo lì vicino si tinge del rosso del sangue dei morti finiti nell’acqua dopo la deflagrazione. Un’ora dopo circa un’altra esplosione. Probabilmente un’autobomba vicino un albergo sempre della stessa zona. Il terrorismo islamico è tornato a colpire nel modo che meglio conosce, quello più feroce e che non ha pietà per nessuno.

Era una tragedia annunciata perché l’intelligence statunitense aveva messo in guardia dall’Isis, che in quella terra ha tutto l’interesse a tranciare gli accordi di fiducia che i Talebani e le potenze occidentali. Sono quelli dell’Isis così detto “K”, cioè i membri dello stato islamico della provincia di Khorasan, costituito in Afghanistan da qualche anno da alcune cellule Isis e dalla presenza di alcuni fuoriusciti dai Talebani, delusi dai loro superiori. Secondo i Servizi segreti Usa, sono forze che potrebbero contare su circa 1.500 o al massimo 2.000 adepti nel Paese afgano. Il nome di provincia di Khorasan si riferisce a imperi musulmani medioevali in un'area fra parti dell'Iran, l'Afghanistan e l'Asia centrale.

Chi sono i miliziani dell'Isis-K e perché odiano i talebani

L'Isis ritiene che i talebani abbiano abbandonato la fede musulmana, dato che hanno accettato di trattare con gli americani. Li considera troppo pragmatici e non abbastanza rigorosi nell'applicare la legge islamica. Non solo perché in questi casi non è mai solo questione di fede o religione, ma anche di potere e ognuno usa le sue “armi” per arrivare a conquistarne il più possibile. Dal canto suo lo Stato Islamico vuole essere della partita del nuovo Afghanistan “liberato” dagli occidentali e rivendicherebbe una presenza all’interno del Governo, proprio in antagonismo con i Talebani. Lo hanno fatto capire ieri, quando hanno colpito l’obiettivo perfetto. Perché? C’erano tutti i nemici dell’Isis nel raggio di pochi chilometri: afghani filo occidentali, forze militari straniere e talebani.

Adesso sarà dura per il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che ieri sera si è rivolto alla nazione parlando dell’attentato dicendo: ”Non perdoneremo e non dimenticheremo, vi daremo la caccia e ve la faremo pagare”. Ma è difficile guardare a tutto questo come una cosa imprevedibile e infatti negli Stati Uniti ci sarebbero già dei falchi pronti a chiedere le dimissioni del Presidente, il cui consenso interno è ai minimi storici. Forse ci sarà una reazione miliare degli Usa, ma l’obiettivo numero uno resta quello di evacuare tutti prima del 31 agosto, data oltre la quale in Afghanistan non ci saranno più zona di rifugio. Ci sono ancora circa mille militari da evacuare per scongiurare lo scenario peggiore: non riuscire nella missione e rischiare di vedere i talebani prendere l’aeroporto della capitale e fare prigionieri soldati dei Paesi occidentali. Sarebbe una catastrofe.

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