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Domenica, 28 Novembre 2021
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John Fitzgerald Kennedy: a cinquant'anni dall'omicidio, una ferita che brucia ancora

Era il 22 novembre del 1963 quando a Dallas vennero esplosi i tre colpi che cambiarono la storia e uccisero l'affascinante presidente. Oggi ancora si discute sulla sua morte

Sono passati cinquat'anni dall'omicidio a Dallas dell'allora presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Secondo un sondaggio pubblicato nei giorni scorsi da Gallup la maggioranza degli americani (61%) ritiene ancora che il killer Lee Harvey Oswald non abbia agito da solo. Una percentuale alta ma in diminuzione rispetto agli precedenti. Il 13% ritiene che nell’omicidio ci sia la mano della mafia, qualcuno accusa la Cia, Fidel Castro e molti si astengono dai commenti. Quasi un americano su tre è convinto che il controverso rapporto della Commissione Warren avesse ragione nell'indicare Lee Harvey Oswald l’unico vero autore del delitto.

La Commissione Warren fu istituita dal vice di Kennedy che ne prese il posto, Lyndon Johnson, e presieduta dal presidente della Suprema Corte, Earl Warren, che elaborò la “lone gunman theory” (teoria del pistolero solitario): per uccidere JFK erano stati sparati solamente tre colpi, tutti esplosi da Oswald da una finestra di un magazzino di libri, il Texas School Book Depository, che si trovava lungo il tragitto della macchina presidenziale. Le conclusioni della Commissione furono subito segretate con il JFK Records Act, la legge che aveva lo scopo di raccogliere e conservare i documenti collegati con l’omicidio). Ma vennero anche subito messe in discussione. Il premio nobel Bertrand Russel pubblicò un articolo nel 1964 sottolineando come il rapporto che era stato istituito da un organismo composto di sole persone vicine al Governo Federale degli Stati Uniti.

La vita di John Fitzgerald Kennedy

I dubbi sorgono anche in alcune personalità di rilievo: “Ho seri dubbi che Oswald abbia agito da solo. Ho certamente seri dubbi che si sia motivato da solo. Non sono sicuro che abbia avuto complici, non arrivo a credere che ci sia stato un secondo sparatore, ma ho seri dubbi sul fatto che si sia detto tutto sul periodo e sulle influenze subite da Oswald a Cuba e in Russia” ha affermato il segretario di Stato John Kerry, in un’intervista alla NBC nei giorni scorsi.

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Persino il lider maximo, Fidel Castro non è convinto: un giornalista Usa della rivista The Atlantic ha rivelato da poco che il Lider maximo avesse dichiarato le sue perplessità in un'intervista di tre anni fa. Anche Kathleen Kennedy Townsend, l'ex vice governatore del Maryland e nipote del presidente John Kennedy, ha ammesso di non sapere se Lee Harvey Oswald agì da solo.

Il killer era stato ucciso solo due giorni dopo l’assassinio del Presidente, il 24 novembre del 1963, da un uomo, Jack Ruby, proprietario di un night club a Dallas e  legato agli ambienti mafiosi, che disse di aver agito per motivi patriottici, per vendicare la morte di Kennedy.

A cinquant'anni dalla sua morte ancora JFK fa discutere. Intanto il suo attuale erede, Barack Obama, e la first lady Michelle si sono recati al cimitero Arlington National per onorare la tomba del 35° inquilino della Casa Bianca, con un anticipo di un giorno sull'anniversario della morte. Con loro anche Hillary e Bill Clinton. Non si è presentata in veste istituzionale la figlia di JFK, Carolina, voluta da Obama come ambasciatrice in Giappone. Celebrerà da lì l’anniversario dell’assassinio avvenuto a Dallas, in Texas, quando lei aveva 5 anni.

Il 22 novembre 1963 cambiò anche la storia dei mass-media: per la prima volta la televisione seguì un fatto con una diretta no-stop che durò quattro giorni, durante i quali nessuna emittente trasmise programmi di intrattenimento. La piu’ lunga sequenza di notizie di sempre, imbattuta nonostante gli attentati alle Torri Gemelle e a Washington dell’11 settembre del 2001.

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Nel nostro Paese, dove Kennedy era stato in visita pochi mesi prima, il ricordo è legato all’edizione straordinaria del Telegiornale, con la cronaca in collegamento telefonico di Ruggero Orlando, allora corrispondente dagli Usa, che raccontò del giuramento di Lyndon Johnson nel corso di una breve cerimonia a Dallas.

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