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Giovedì, 18 Agosto 2022
Le parole dell'esperta / Taiwan

Dal blocco all'attacco anfibio: qual è il piano della Cina su Taiwan

Era dal 1996 che la Cina non organizzava esercitazioni militari così imponenti. Ma dietro c'è una strategia precisa, spiega a Today Oriana Skylar Mastro, Center Fellow al Freeman Spogli Institute for International Studies presso la Stanford University

Ancora esercitazioni, ancora minacce e ritorsioni. La Cina mostra i muscoli nello Stretto di Taiwan, come risposta alla visita della speaker della Camera Nancy Pelosi a Taipei. Pechino aveva comunicato che avrebbe tenuto le esercitazioni aeree e marittime in sei zone a pochi chilometri dalle coste dell’isola, facendo solo presagire l’uso di una forza massiccia. La comunicazione ufficiale della Cina è andata oltre l’elogio della propria capacità militare: i missili hanno sorvolato l’isola di Taiwan, mentre altri sono caduti nella zona economica speciale del Giappone.

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Le prove di forza

Un simile prova di forza non si vedeva da decenni ed era in particolare dal 1996 che la Cina non organizzava esercitazioni militari così imponenti. Ma non sono certamente le prime. E’ dal 1949 che la Repubblica di Cina (nome ufficiale di Taiwan) - cioè da quando l’isola è passata sotto il controllo dei nazionalisti di Chiang Kai-shek dopo la fine della guerra civile con i comunisti - che ha a che fare con il bullismo militare - e non solo - cinese, culminato anche nelle tre crisi nello Stretto (1954-55; 1958; 1995-1996). 

A differenza di venticinque anni fa però, la Cina è militarmente e politicamente più forte. Pechino sta mostrando la sua capacità di reazione a un eventuale tentativo di indipendenza di Taiwan. La Repubblica di Cina è per Pechino un’isola ribelle destinata a riunirsi alla “madrepatria”, mentre per Washington è un importante attore commerciale (per il suo ruolo nella produzione di semiconduttori) e cruciale finestra da cui guardare l’Indo-pacifico. Gli Stati Uniti, infatti, in base a una personale interpretazione del principio dell’unica Cina, non riconoscono le mire di sovranità cinese sull’isola. 

Cosa succede dopo la visita di Pelosi a Taiwan

La condanna universale alle esercitazioni cinesi rafforza Pechino. Le tensioni attuali lungo lo stretto di Taiwan non faranno che aumentare in Cina il sentimento di nazionalismo e il potere tra i vertici del comparto militare, in un momento politico cruciale per il presidente cinese e il Partito comunista cinese: Xi Jinping, infatti, si appresta a ottenere un terzo mandato durante il XX Congresso del Partito. Ed è possibile, come affermato a Today da Oriana Skylar Mastro, Center Fellow al Freeman Spogli Institute for International Studies presso la Stanford University, che il presidente cinese approfitti dell’appuntamento politico per annunciare nuove mosse su Taiwan. Mosse che saranno ben più minacciose - se non definitive - rispetto alle esercitazioni in corso. 

La potenza e la strategia militare cinese

Negli ultimi dieci anni, la Cina ha intrapreso uno straordinario percorso di modernizzazione delle sue forze armate, obiettivo che Pechino si propone di raggiungere entro il 2035. Il gigante asiatico dispone di un esercito numeroso: secondo l'ultimo report annuale del Pentagono sulla potenza militare cinese, l'Esercito popolare di liberazione è cresciuto fino a raggiungere circa 975.000 membri del personale in servizio attivo, mentre la forza aerea della conta oltre 2.800 jet, inclusi caccia stealth e bombardieri strategici. La Cina dispone anche della flotta più grande al mondo: possiede 355 tra navi e sottomarini, tra cui 145 grandi navi da guerra, riporta il documento della Difesa statunitense. 

Gli Stati Uniti seguono da vicino gli sviluppi della potenza militare cinese. Ma ciò di cui i funzionari sanno meno è quello che Pechino intende fare con questa forza militare sempre più potente. Diversi analisti concordano sulle volontà della Cina di affermarsi nell’Indo-pacifico, attraverso accordi di sicurezza (come è accaduto con le Isolo Salomone), e di determinare il ritorno alla “madrepatria” di Taiwan, come successo con Hong Kong, seppur con dinamiche legislative differenti. L’obiettivo non è solo militare, ma anche economico e fa parte del  progetto di "ringiovanimento nazionale" voluto da Xi Jinping, in risposta al “secolo delle umiliazioni” dell’Occidente. 

Cosa c'è dietro il patto di sicurezza tra Cina e Isole Salomone

L’imperativo del “ringiovanimento cinese” 

Il presidente cinese vuole realizzare quindi il suo piano nazionale e respinge qualsiasi azione di interferenza in quelli che considera “affari interni”. In questa visione rientra anche Taiwan, l’isola ribelle destinata a riunirsi alla “madrepatria”, con metodi pacifici o con la forza. E quest’ultimo non è uno scenario irrealistico. I funzionari statunitensi ritengono che la Cina possa attaccare Taiwan entro il prossimo decennio, o molto prima. 

Il duro linguaggio diplomatico della portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, non lascia spazio a dubbi. “L'essenza della vicenda di Taiwan non è una questione democratica, ma una questione di principio importante sulla sovranità e l'integrità territoriale della Cina”, ha detto Hua in risposta alle critiche occidentali sulle esercitazioni militari al largo della costa dell’isola di Taiwan. La domanda è perché al momento si sta alzando la tensione.

A cosa dobbiamo guardare?

A seguito del viaggio di Pelosi a Taiwan - che Pechino considera al pari di una visita di Stato - Xi non vuole mostrarsi debole agli occhi del mondo e, tantomeno, a quello dei cinesi. L’imperativo del “ringiovanimento cinese” consente di utilizzare come pretesto la presenza della speaker della Camera Usa sull’isola.

“Quello a cui dobbiamo guardare non sono i messaggi che sta mandando la Cina, ma quello che sta facendo”, ha precisato Mastro, esperta di difesa cinese. “La Repubblica popolare sta facendo esercitazioni per migliorare la propria capacità di bloccare Taiwan e comprendere come attaccarla in futuro attraverso un attacco anfibio”, sostiene l’analista. “La Cina ha quattro principali strategie riguardo Taiwan - spiega Mastro - Le esercitazioni rientrano nella ‘Joint Blockade Campaign’, cioè la capacità cinese di bloccare il traffico marittimo e aereo di Taiwan (impedendo così l’ingresso e l’uscita di diversi prodotti, ndr), per costringere la capitolazione dell’isola. C’è poi la strategia del ‘Joint Missile Campaign’, che prevede un attacco missilistico di lunga durata su Taiwan. E ancora. C’è la valutazione sull’aiuto degli Stati Uniti all’isola, e infine l’attacco anfibio che è effettivamente l’approdo dell’esercito cinese a Taiwan”.

Mastro precisa che Taiwan ha la capacità di rispondere autonomamente agli attacchi militari della Cina, ma solo per qualche settimana. 

Il gelo tra Washington e Pechino

Al secondo giorno dal via delle esercitazioni, il 5 agosto 2022, il ministero della Difesa di Taiwan ha dichiarato che 13 navi della marina hanno condotto operazioni nello Stretto di Taiwan e che 68 aerei militari cinesi hanno “deliberatamente” attraversato la “linea mediana” che corre lungo lo Stretto di Taiwan, ovvero la linea di demarcazione non ufficiale, ma finora rispettata. Taiwan però non si fa intimorire: la presidente Tsai Ing-wen invita alla calma e alla razionalità e ostenta sicurezza militare di fronte alle minacciose provocazioni della Cina. 

La tensione è alta tra le due superpotenze. Pechino ha imposto sanzioni a carico della speaker della Camera Usa Nancy Pelosi e dei suoi familiari per la visita fatta a Taiwan, considerata dalla Cina una azione “provocatoria e stupida”. 

Poi è arrivata l’interruzione e cancellazione della cooperazione con gli Stati Uniti su più dossier. Tra le contromisure la sospensione dei colloqui tra i ministeri della Difesa, nonché la cooperazione in materia di immigrazione clandestina, criminalità transfrontaliera e il cambiamento climatico. Cancellato anche il meccanismo di consultazione sulla sicurezza militare marittima tra Pechino e gli Stati Uniti. 

FZZD_hZacAUMewT-2Ma è lo stop sui dossier su difesa e clima che azzerano lo sporadico dialogo tra Washington e Pechino, frequentemente ricercato dagli Stati Uniti. La cancellazione dei colloqui è l’emblema della sfiducia reciproca tra i due giganti per le promesse mancate, come la violazione dello ‘status quo’ di Taiwan, che Pechino sta erodendo con le esercitazioni militari. 

A destare preoccupazione è anche lo stop sul dialogo sul clima, che crea anche qualche grattacapo a Bruxelles. I colloqui sul cambiamento climatico hanno sempre rappresentato la cartina di tornasole del basso livello di fiducia tra Pechino e Washington, mentre rimaneva chiusa la porta al dialogo su altri dossier.

La mossa della Cina minaccia di far deragliare la cooperazione spesso fragile tra i due maggiori emettitori di carbonio del mondo, a pochi mesi dalla cruciale Cop27 delle Nazioni Unite in Egitto. Senza una forte collaborazione tra Stati Uniti e Cina, che insieme sono responsabili di circa il 40% delle emissioni mondiali di gas serra, si rischia di mandare al macero i piccoli passi fatti dalle grandi potenze per contrastare il cambiamento climatico.

Una decisione che “rientra nello standard cinese”, afferma Mastro. La Cina riconosce il valore degli scambi con gli Stati Uniti e vuole punire Washington, colpendo in particolare i dossier importanti per il presidente Joe Biden, come il cambiamento climatico”. 

Tra accuse e minacce agli Stati Uniti per aver cercato un’escalation, la Cina ha abbassato la maschera per mostrare - senza remore - il suo bullismo.
 

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