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Lunedì, 6 Febbraio 2023
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Dove i bambini sono profughi a casa loro

Viaggio in Burkina Faso, una delle frontiere più calde del jihadismo globale. Qui le scuole vengono chiuse, i dissidenti sgozzati e il governo è nullo. "Per molti bambini, non c'è più alcuna possibilità", ci raccontano

Da troppo tempo non sgorga più nemmeno una goccia d’acqua nella pompa del cortile della scuola. Le porte sono chiuse, i banchi vuoti, abbandonati. Ormai dimenticati. Racconta questo lo sguardo triste dei bambini che in quelle aule non possono più entrare, da quando loro, gli uomini del terrore, arrivano, sparano in aria e impongono l’insegnamento dell’arabo. Loro, che a volto coperto e con le armi tolgono ogni speranza di un futuro ai bambini burkinabè, che nulla possono di fronte a questa ferocia umana, costretti a imparare troppo presto una lezione che viene loro impartita a forza. Una lezione ben diversa da quelle apprese tra i banchi di scuola. Ma in quelle scuole i docenti l’arabo non lo parlano, insegnano il francese, la lingua ufficiale. Allora gli uomini del terrore chiudono le scuole, togliendo ai bambini di uno dei paesi più poveri dell’Africa l’unico diritto che hanno: l’istruzione. E’ l’altro volto del mondo, quello dove il Covid è solo l’ultimo dei problemi, quello dove la Dad solo dal nome sembra un gioco da tavolo. Qui non s’impara da remoto. Qui ci sono jihadisti e kalashnikov.

Il Burkina Faso nuovo fronte del jihadismo globale

Il Burkina Faso ha visto negli ultimi anni l’avanzata dei gruppi jihadisti più attivi nella fascia sub-sahariana, lo Stato Islamico nel Grande Sahara e i qaedisti riuniti nel Gruppo di sostegno all'Islam e ai Musulmani, diventando di fatto il principale teatro del terrore, il nuovo fronte del jihadismo globale. Una situazione che ha portato alla chiusura di oltre 3.200 scuole, colpendo più di 510.000 studenti. Questo in un paese dove l’alfabetizzazione sfiora appena il 37%. Sotto la minaccia permanente degli attacchi terroristici, la regione del Sahel, dell’Est, del Centro-Nord, la regione di Boucle du Mouhoun e del Nord sono identificate come zone a forte rischio sicurezza. Da qui i burkinabè fuggono e tra loro il 53% sono bambini in età scolare. Justine N’Do Kamuoni ha 39 anni, insegnava in una scuola primaria di Tonomé nella regione dell’Est. Fino all’arrivo dei jihadisti. Trova a mala pena la forza di parlare, nei suoi occhi si legge ancora il terrore. “Sono arrivati e hanno sparato colpi in aria. Poi sono entrati nelle classi, anche nella mia, ordinandoci di insegnare la lingua araba. Hanno appeso un foglio sulle porte delle aule, dicendo che al loro ritorno avremmo dovuto obbedire. Ma io non l’arabo non lo conosco. Allora ci hanno rinchiusi nelle case, al villaggio, con quel po' di cibo e acqua che avevamo. Eravamo i loro ostaggi”. La sua voce trema come se avesse ancora un’arma puntata addosso. Per poter arrivare al villaggio di Pialà, tentando la fuga, avrebbe dovuto percorrere 59 chilometri a piedi, impossibile per una donna con due bimbi piccoli. Avvisato del rapimento, il marito è riuscito a far avere del denaro ai koglweogo, i noti cacciatori tradizionali che ben conoscono la savana e sono temuti dai jihadisti perché considerati uomini mistici, dotati di molti poteri, secondo le credenze popolari.

Il Burkina Faso che resiste (foto L. Zancaner/Today)

Profughi a casa loro

Justine racconta fatti che lasciano senza fiato: “Se i genitori dei bambini di questo villaggio tentano di iscrivere i figli nella scuola della vicina città di Fada N'gourma e i terroristi riconoscono il bambino, allora lo sgozzano. Questa è la realtà che viviamo”. E la vivono sotto gli occhi del mondo che volge lo sguardo altrove, lontano dall’immenso dramma dei bambini burkinabè. Così i piccoli senza futuro del Burkina Faso diventano profughi a casa loro. Alcune famiglie riescono a raggiungere la città di Kaya e iscrivere i figli nelle nuove scuole. Ma nemmeno qui trovano pace. Subiscono discriminazioni da parte dei loro compagni. Inoussa Sawadogo è arrivato a Kaya dal villaggio di Silmagui con sua madre e 5 tra fratelli e sorelle, dopo l’assassinio di suo padre per mano dei terroristi. Racconta che la sua integrazione a scuola non è stata affatto facile, perché i compagni lo trattano come uno straniero, un profugo. Non ha nemmeno un po' di cibo: “Mamma – dice tentando di trattenere le lacrime – raccoglie pietre sulla collina che poi vende per prenderci da magiare”, ma è poco, non basta per sfamare tutta la famiglia. Un tempo, quando il Burkina Faso non conosceva il jihad, i bambini amavano andare a scuola, non solo per imparare e riscattare una vita di miseria, ma anche perché gli veniva garantito un pasto all’ora di pranzo. Nonostante l’età avevano il senso di responsabilità di non mangiare tutto e, a fine giornata, portare a casa un pezzetto di tô (la polenta di miglio) per i fratelli più piccoli. Una coscienza “da grandi” che oggi accompagna anche i bambini che frequentano la scuola nelle aree sicure del paese, le poche rimaste. “Mi fanno tanta pena quei bambini che non possono più andare a scuola – dice Dabà Dani dal suo banco sporco e sbilenco di una scuola di Koudougou – se accadesse a me sarei triste, mi farebbe male” e abbassa lo sguardo sul lercio quaderno dove i fogli nemmeno riescono più a rimanere attaccati.

I bambini costretti a crescere in fretta

Ma Dabà è felice. A differenza di tutti quei bambini che non vedranno più un banco, una matita e una lavagna. I più fortunati, quelli che riescono a fuggire dal terrore in zone più sicure e frequentare una scuola nuova, si ritrovano in classi dove si arriva ad avere 147 alunni, mentre in campagna nemmeno ci sono le aule e si fa lezione all’aperto con studenti di tutte le età: eccola qui tutta la loro fortuna. Ma a tanti altri va peggio. Centinaia di migliaia di bambini e ragazzini che hanno dovuto dire addio alla scuola, rinunciare a quell’unico diritto che avevano, per ritrovarsi oggi miseri tra i miseri. “Dove sono state chiuse le scuole elementari, è certo che quei bambini non hanno più alcuna possibilità”. Parla con rassegnazione Dieudonn’è Congo, un insegnate di 30 anni che oggi può svolgere il suo lavoro al sicuro nella capitale Ouagadougou, anche lui in fuga da una scuola del Nord. “I più piccoli rimangono a casa a fare lavori domestici – ammesso che una casa ci sia – i più grandicelli vanno in cerca di lavoro, i ragazzi come manovali, le ragazze in un salone di parrucchiera” rinunciando per sempre a imparare a leggere e scrivere. E questo accade a chi ha la buona sorte dalla sua. Sono tanti, purtroppo, i bambini che finiscono sulla strada, facili prede di chi promette loro due soldi per sfruttarli come piccoli ladri, bambine prostitute o, più semplicemente, bambini sozzi e miseri che chiedono la carità sui bordi delle polverose strade del Burkina Faso. Qualcuno ci prova a dare loro una mano. E’ il caso di Pauline Ouédraogo che a Kaya sostiene l’istruzione di 40 bambini attraverso il mezzo più diffuso in Burkina Faso: la radio. Ma non è semplice. “Gli alunni hanno età diverse, sono psicologicamente traumatizzati dalla situazione di terrore di cui sono stati vittime nella loro zona d’origine – racconta –. A volte, ad esempio, basta che sentano il rumore di una moto per sussultare di paura”. Davanti a tutto questo, Dieudonn’è si chiede dove sia il governo, “che continua a fare nulla”.

Un governo che non esiste più

Un governo che, in realtà, nemmeno esiste più dopo il recente golpe militare che per l’ennesima volta ha spodestato presidente e ministri. Un governo ritenuto incapace di proteggere i burkinabè, che manda al fronte militari e agenti di sicurezza privi di ogni mezzo. Lo sa bene uno di loro che racconta la fuga da un fronte a Ovest del paese. “Eravamo una quarantina e dopo un attacco jihadista siamo scappati. Dietro a noi la polizia, medici e infermieri e insegnanti, tutti se ne sono andati. I terroristi ci avevano dato un ultimatum: dovevamo lasciare il posto, guai se avessero trovato anche un solo agente. Come potevamo rimanere a difendere quell’area senza cibo, senza armi, né veicoli?” spiega e non senza nascondere la speranza di veder arrivare l’esercito russo, ma non quello regolare, bensì i mercenari della Wagner, l’esercito segreto di Putin che nel vicino Mali riesce a far fronte ai terroristi. Una speranza, per ora, e in tutto questo a pagare il prezzo più alto sono i bambini. Bambini che non smettono mai di sperare e sognare. Ma sono speranze e sogni che gli sono negati. Negati dagli uomini cattivi, nell’indifferenza del mondo. Un mondo alle prese con un’altra guerra. Ma da un virus ci si può difendere, dai fucili che sparano no. A guardarli negli occhi, quei bambini, si può provare solo vergogna. Ma è una vergogna che appartiene a pochi, una vergogna che fa a pugni con l’egoismo di chi ha tutto e non guarda chi ha niente. Eppure i loro occhioni neri continuano a sperare e sognare. Perchè sono soltanto bambini.

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