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Domenica, 14 Aprile 2024
Cambio di marcia / Cina

Perché la Cina torna al carbone

Pechino è tornata all'uso massiccio del carbone, per risollevare l’economia e sopperire ai problemi energetici dovuti alle temperature estreme e agli alti prezzi di gas e petrolio sul mercato mondiale

Anche la Cina ha dovuto rivedere la sua catena di approvvigionamento energetico a seguito della guerra russa in Ucraina e delle conseguenze del cambiamento climatico. Nell'ultimo periodo Pechino è tornata all'uso massiccio del carbone, per risollevare l’economia e sopperire ai problemi energetici dovuti alle temperature estreme e agli alti prezzi di gas e petrolio sul mercato mondiale.

Le importazioni del carbone sono salite alle stelle lo scorso agosto, quando la Cina ha incrementato l'acquisto di volumi di combustibile fossile da Russia e Indonesia, raggiungendo il valore più alto negli ultimi cinque anni.

Proprio dal vicino russo, il gigante asiatico ha importato lo scorso agosto 8,54 milioni di tonnellate di carbone, in aumento rispetto al precedente picco di 7,42 milioni di tonnellate di luglio, e del 57% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Le cause si riconoscono nell’evento climatico senza precedenti dello scorso luglio che ha piegato l’economia nazionale. La siccità del fiume Yangtze - il terzo affluente più grande del mondo che fornisce acqua potabile a oltre 400 milioni di cinesi - e la mancanza di energia elettrica hanno spinto il governo cinese ad aumentare la dipendenza dal carbone. 

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Il difficile percorso della decarbonizzazione

Come la gran parte dei paesi asiatici, la Cina sta dando la priorità alla sicurezza energetica, addirittura mettendo in secondo piano gli obiettivi di “decarbonizzazione” indicati dal presidente Xi Jinping. La Cina, il Paese con maggiori emissioni al mondo, ha indicato il 2030 come anno di inizio della riduzione delle proprie emissioni e poi, progressivamente, azzerarle entro il 2060. Un obiettivo ambizioso, ad ora difficilmente raggiungibile. 

Le politiche ambientali promosse dal governo centrale hanno però mostrato qualche lacuna già negli anni scorsi. Nel 2021, le emissioni della Cina sono aumentate del 3,4% rispetto all’anno precedente, secondo il Climate Action Tracker, che valuta i contributi determinati a livello nazionale nell'ambito dell'accordo di Parigi del 2015.

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In occasione del vertice americano sul clima nell’aprile del 2021, il presidente Xi ha promesso di controllare rigorosamente l'aumento del consumo di carbone nel periodo del 14° piano quinquennale (2021-2025) e nella successiva fase del 15° piano quinquennale (2026-2030). E già in precedenza, la Cina aveva annunciato durante l’Assemblea generale dell’Onu del 2021 la sospensione della costruzione di impianti a carbone all’estero. Ma Xi sembra costretto a rivedere le linee guida fondamentali che tracciano gli obiettivi economici, le politiche di sviluppo e le riforme generali per la Cina per un periodo di cinque anni.

La priorità economica

Quello dell’ambiente è un tema caro al presidente cinese, funzionale al raggiungimento del “Chinese Dream” e della cosiddetta “prosperità comune”. Ma i timori di un rallentamento dell'economia, piegata dalla politica Zero-Covid, spingono la Cina a una forte accelerazione sul carbone.

Le previsioni economiche infatti non promuovono le decisioni del governo di Pechino. La Banca Mondiale ha visto al ribasso i dati della crescita del gigante asiatico: stimato un 3% per il 2022, inferiore rispetto al 5,5% dell’obiettivo individuato dalle autorità centrali. A distanza di un anno dalle promesse di Xi durante il vertice sul clima del 2021, la Cina ha aumentato la capacità di estrazione del combustibile fossile di 300 milioni di tonnellate.

Il gigante asiatico non è solo il più grande consumatore di carbone al mondo, ma anche il più importante produttore di carbone: nel 2021, la Cina ha estratto 4 miliardi di tonnellate di combustibile fossile. Come sottolinea Greenpeace, il governo centrale ha anche approvato l'aggiunta di 8,63 gigawatt (GW) di nuove centrali elettriche a carbone nel primo trimestre del 2022, pari al 46,55% della capacità del 2021. L'obiettivo giornaliero di produzione di carbone è stato portato così a 12,5 milioni di tonnellate ad agosto, il che implica una produzione annua di 4,56 miliardi di tonnellate di combustibile fossile (dati Bloomberg). Untitled (1)-15Delle dodici centrali a carbone non cogenerative approvate nel corso del 2021 e nel primo trimestre del 2022, sette sono state pensate per "integrare le carenze nella produzione di energia locale". Il governo cinese, infatti, giustifica l'apertura di nuovi impianti con la necessità di aumentare le fonti energetiche anche nelle regioni meno sviluppate dell'ovest del paese.

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Un'idea sul cambio di marcia di Pechino sulle politiche ambientali viene fornita dall'attivista di Greenpeace, Wu Jinghan, che a The Dilomat ha detto che "la sicurezza energetica è diventata una sorta di parola in codice per il carbone". Ironia della sorte, ha scritto Wu, "la crisi energetica cinese è nata in parte a causa della dipendenza della Cina dal carbone. Tuttavia, i messaggi ufficiali sulla "sicurezza energetica" sono aumentati e sembra che l'industria del carbone stia di nuovo andando avanti a pieno regime". 

Per la Cina, che si prepara al 16 ottobre per l'appuntamento politico del XX Congresso del Partito comunista cinese, è al momento più importante tenere le luci accese e le aziende attive, anziché ridurre le fonti energetiche dannose. 

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