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Lunedì, 16 Maggio 2022
Le politiche ambientali / Cina

La Cina si prende il gas russo (e non c’entra con la guerra in Ucraina)

Il Dragone vuole evitare una nuova crisi energetica, come quella che ha colpito il paese lo scorso autunno

Proclami e slogan sono un lontano ricordo per il Partito comunista cinese. La Cina aumenta considerevolmente le importazioni del gas dalla Russia, mentre è costretta a rallentare la sua corsa alla transizione energetica. La politica ambientale è entrata nell’agenda del Partito, intenzionato diversificare il mix energetico per far funzionare la seconda economia del mondo. La Repubblica popolare è disposta a valutare fonti di approvvigionamento alternative per raggiungere prima del 2060 la neutralità carbonica, attraverso il conseguimento di un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio. Ma il piano ambientale si sta dimostrando più complicato del previsto.

Le incertezze legate alla pandemia di Covid-19, tanto internamente quanto all’estero, le contingenze geopolitiche in Europa orientale, nonché le conseguenze del riscaldamento ambientale rappresentano un limite per i programmi ambientali individuati dai funzionari della Repubblica popolare. Pechino ora deve fare i conti con il consumo energetico del paese che, secondo un rapporto del China Electricity Council, aumenterà tra il 5 e il 6 per cento nel 2022. 

L’aumento delle importazioni del gas russo

Nel contesto di approvigionamento energetico, la Cina punta sul gas della Russia. Il gigante russo Gazprom ha rilasciato dati incoraggianti sul volume di importazione del combustibile dal Dragone. La Cina ha aumentato del 60 per cento le importazioni di gas naturale nei primi quattro mesi dell'anno rispetto allo stesso periodo del 2021. Al contempo, le vendite di gas naturale verso i paesi non appartententi alla Comunità degli stati indipendenti (Csi) sono scese di 50,1 miliardi di metri cubi nei primi quattro mesi dell’anno, con un calo del 26,9 per cento. 

L’aumento delle importazioni cinesi del gas russo non deve però essere direttamente collegato alla guerra in Ucraina, anche se si è registrata un’accelerazione del trend. Negli ultimi mesi, infatti, le spedizioni di gas in Cina sono state superiori ai volumi giornalieri previsti dal contratto sino-russo siglato nel 2014. 

Mosca ora guarda alla Cina: cosa c'è dietro il nuovo patto del gas

In quell’anno, il gigante russo Gazprom aveva firmato un patto commerciale trentennale del valore di 400 miliardi di dollari con la Cina per fornirle fino a 38 miliardi di metri cubi di gas all'anno attraverso il gasdotto Power of Siberia, attivo dal 2019.

La rete di distribuzione sino-russa si amplierà con una nuova pipeline, frutto dell’accordo energetico bilaterale siglato lo scorso 4 febbraio, quando il leader russo Vladimir Putin ha incontrato a Pechino l’omologo cinese Xi Jinping in occasione dell'inizio delle Olimpiadi invernali. In base all’intesa, la Russia fornirà per i prossimi 25 anni i giacimenti cinesi con altri 10 miliardi di metri cubi all'anno attraverso il nuovo gasdotto Power of Siberia 2 (in funzione dal 2026), che dovrebbe aumentare la fornitura di gas naturale a 48 miliardi di metri cubi dagli attuali 10. Questo volume, però, non include la quota di 50 miliardi di metri cubi di gas naturale che la Cina potrebbe ottenere annualmente grazie al gasdotto Soyuz Vostok, su cui Gazprom sta ancora lavorando.

Mappa gasdotti Gazprom in Cina (Fonte upstream)-2-2

L’obiettivo per Pechino è quindi allargare il bacino dei fornitori energetici e ridurre le importazioni del gas trasportato via mare, nell’ottica di rispondere a eventuali pressioni e blocchi delle potenze regionali che rivendicano i territori contesi con la Cina.

Verso la svolta nucleare?

Anche la corsa alla diversificazione energetica rappresenta un punto cardine della politica del presidente cinese Xi Jinping, che ha abbracciato nuove ambizioni ambientaliste. Nel settembre 2020, il leader della Repubblica popolare cinese, intervenuto durante l’Assemblea generale dell’Onu, ha sorpreso il mondo presentando il Dragone come guida mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici, in linea con gli impegni presi con l’accordo di Parigi.

È una strada però tutta in salita: la Cina è il più grande emettitore del gas serra e circa il 57 per cento del suo fabbisogno energetico è rappresentato ancora dal carbone. 
Con la decarbonizzazione che è diventata il leit motiv della dirigenza cinese, la Cina individua altre risorse energetiche. Nel quadro della diversificazione, Pechino ha recentemente approvato la costruzione di sei reattori nucleari, che si aggiungono ai 19 già in costruzione, per una spesa totale di 120 miliardi di yuan (circa 17,2 miliardi di euro). 

“Una decisione che porta all’approvazione dei primi reattori dopo uno stallo registrato da almeno quattro anni, segno che diversi fattori, tra cui la pandemia, hanno frenato i piani di diversificazione energetica decantati dagli stessi dirigenti cinesi”, spiega a Today.it Sabrina Moles, esperta di politiche ambientali cinesi della redazione di China Files, che sottolinea come le iniziali previsioni del governo cinese fossero più ottimiste di quelle attuali. L’attenzione è comunque alta, specifica Moles, dal momento che le centrali nucleari hanno un ritorno enorme, evidente però solo a distanza di anni. Ma è un investimento a cui Pechino non vuole rinunciare. 

L'obiettivo della neutralità carbonica

La svolta green cinese è uno degli obiettivi che rientra nel XIV Piano quinquennale (2021-2025) della Cina, che ha individuato diverse tappe per lo sviluppo economico e sociale nazionale. Nel prossimo decennio, nell’ambito della strategia di medio termine ribattezzata “Vision 2035”, le emissioni di carbonio dovranno raggiungere il picco tra il 2025 e il 2030, mentre la domanda totale di energia inizierà a diminuire intorno al 2035.

Guerra in Ucraina: perché la Cina rischia di pagare un prezzo altissimo

Pechino ha fissato l'obiettivo di riduzione delle proprie emissioni inquinanti, mantenendo però alta l’attenzione sulla crescita economica: entro il 2030, infatti, la Cina ridurrà le sue emissioni di anidride carbonica per unità di Pil di oltre il 65 per cento rispetto al livello del 2005 e aumenterà la quota di combustibili non fossili nel consumo di energia primaria a circa il 25 per cento. 

Nella corsa a ostacoli per garantire che almeno il 25 per cento del mix energetico cinese sia costituito da fonti pulite (+9 punti percentuali rispetto al 2020), Pechino lega a doppio filo la protezione e sostenibilità ambientale con i consumi aziendali, con differenze che si registrano tra le diverse province cinesi. 
La Cina è interessata al nucleare perché “diversifica il mix energetico, riducendo la dipendenza dalle fonti fossili e presentandosi come un’alternativa che non ha un impatto ambientale se si guardano alle emissioni climalteranti”, afferma l’esperta di politiche ambientali cinesi.

Il Dragone, inoltre, vuole evitare quanto accaduto lo scorso autunno, quando una crisi energetica senza precedenti aveva costretto oltre la metà delle 33 provincie cinesi (in particolare quelle più produttive) a razionare l’accesso all’elettricità per settimane. La crisi energetica, determinata da un aumento della produzione industriale post-Covid che ha causato un'impennata della domanda di energia, ha spinto il Partito a dare priorità a soluzioni più pulite, senza però sacrificare l’efficienza e la sicurezza degli interventi energetici.

Cosa succede alla Via della Seta cinese con la guerra in Ucraina

La Cina, come tutta l’Asia orientale, è tra i paesi al mondo che più subisce le conseguenze del cambiamento climatico, con fenomeni anche estremi. “La Cina costruisce nuovi reattori con molta più lentezza di quanto aveva previsto, perché ha dato maggiore impulso allo sviluppo di altre fonti rinnovabili, che sono più facili da adottare e anche meno sensibili ai fenomeni ambientali”, spiega Moles che indica come i nuovi impianti nucleari verranno costruiti in zone meno sensibili a fenomeni sismici. Il tutto per allontanare lo spettro del disastro nucleare del 2011 a Fukushima, in Giappone.  
 

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