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Martedì, 21 Maggio 2024
Apparente neutralità

Come reagisce la Cina alla guerra tra Israele e Gaza

Gli attuali eventi in Israele sono diventati motivo di preoccupazione per Pechino. La Repubblica popolare ha proposto più volte e in diverse occasioni accordi per promuovere una soluzione internazionale del conflitto

La Cina ha atteso 24 ore per pronunciarsi sull'Operazione Tempesta al-Aqsa che Hamas ha lanciato contro Israele all'alba del 7 ottobre. La diplomazia di Pechino non è uscita dalla solita forma attendista: in un comunicato del ministero degli Esteri, ha chiesto alle "parti interessate calma e moderazione", criticando l'inazione della comunità internazionale in merito alla questione palestinese, mentre sul fronte politico ha ribadito la necessità di "mettere in atto la soluzione dei due Stati, con la costituzione di una Palestina indipendente", secondo i confini precedenti alla Guerra dei sei giorni del 1967.

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Nel comunicato, però, non compare una parola di condanna esplicita nei confronti di Hamas per la strage deliberata di civili israeliani, uccisi o rapiti dai guerriglieri venuti da Gaza. Viene invece ribadito l'impegno della Cina a continuare "a compiere sforzi incessanti con la comunità internazionale a tal fine". Immediata la reazione israeliana. Un alto funzionario dell'ambasciata israeliana a Pechino, Yuval Waks, ha criticato il comunicato cinese per non aver condannato gli attacchi di Hamas. Ma come per la guerra in Ucraina, la Cina si trincera dietro un'apparente neutralità.

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Ci sono però delle motivazioni che spingono Pechino a osservare una posizione ondivaga anche in questo scenario di guerra. La Cina si sta presentando nella regione mediorientale come un mediatore di pace tra Paesi che storicamente sono venuti alle armi. Grazie alla mediazione mandarina, Iran e Arabia Saudita sono tornati a parlarsi dopo sette anni, liberandosi così dall'egemonia americana. Pechino ha sfruttato la debolezza dell'influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente, attraendo le attenzioni e le simpatie del Sud globale diffidente verso il modello guidato da Washington. 

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Gli attuali eventi in Israele sono diventati motivo di preoccupazione per Pechino. La Repubblica popolare ha proposto più volte e in diverse occasioni accordi per promuovere una soluzione internazionale del conflitto. Partiamo dalle relazioni che Pechino ha con leader israelo-palestinesi. I legami storici tra Cina e Palestina hanno portato la prima a riconoscere nel 1988 la sovranità dello Stato palestinese, in base alla politica mediorientale di Pechino si che è a lungo mantenuta filo-araba e "anti israeliana". D'altro canto, il Paese comunista ha una consuetudine di lunga data con la causa palestinese, sin dai tempi di Mao Zedong. Il Grande Timoniere si schierò in favore della resistenza palestinese e altri leader, come Deng Xiaoping, garantirono il loro sostegno quasi incondizionato alla causa rivoluzionaria guidata da Yasser Arafat, considerato un "vecchio amico del popolo cinese".

I (fallimentari) simposi di pace

Le cose però sono cambiate all'inizio degli anni '90, quando Pechino si è avvicinata a Tel Aviv nel 1992 ristabilendo relazioni bilaterali. Relazioni che si sono tradotte in affari commerciali: nel 2017, a distanza di 17 anni dello storico viaggio a Tel Aviv dell'allora presidente della Repubblica popolare, Jiang Zemin, è stato firmato un accordo di cooperazione sull'innovazione e l'alta tecnologia siglato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu e dal presidente cinese Xi Jinping.

I rapporti economici tra i due paesi si sono focalizzati sullo scambio tecnologico: Pechino ha così attinto alla tecnologia militare israeliana per potenziare le proprie Forze armate. C'è poi l'ambito infrastrutturale. Il gigante asiatico vorrebbe sviluppare un corridoio tra i porti di Ashdod, Haifa (affacciati sul Mar Mediterraneo) ed Eilat (bagnato dal Mar Rosso) e farlo rientrare sotto l'ombrello del progetto della Nuova Via della Seta. Dal punto di vista economico, i legami sino-israeliani sono cresciuti notevolmente negli ultimi dieci anni, quasi raddoppiando da 9,8 miliardi di dollari nel 2011 a 18,2 miliardi di dollari nel 2021, mentre gli investimenti cinesi in Israele sono ammontati a 10,6 miliardi di dollari nello stesso periodo di dieci anni. In poco tempo, la Cina è diventato il secondo partner commerciale di Israele (subito dopo gli Stati Uniti) e difficilmente Pechino vorrebbe mettere a rischio gli interessi economici con il Paese mediorientale.

Ma l'interesse primario della Repubblica popolare cinese è mantenere la stabilità e la pace nei luoghi in cui porta avanti i suoi affari. Così Pechino si è mossa attivamente per una risoluzione del conflitto isralo-palestinese. Tra il 2006 e il 2021, la Cina ha organizzato quattro (fallimentari) simposi di pace con i rappresentanti delle due parti in causa. Base di discussione erano i quattro punti che sono entrati anche nell'agenda del presidente cinese Xi: la soluzione dei due Stati, secondo i confini precedenti alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, la promozione dello sviluppo e della cooperazione come strumento per arrivare alla pace tra israeliani e palestinesi, il congelamento dell'occupazione israeliana dei territori palestinesi e un cessate il fuoco.

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Da quattro si è poi passati a tre punti. Questi ultimi cambiamenti sono emersi durante l'incontro dello scorso giugno tra il presidente cinese Xi e il leader dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, durante il quale è stato annunciato l'istituzione di un partenariato strategico fra Cina e Palestina e l'elaborazione del piano in tre punti per una risoluzione pacifica della questione palestinese. Durante la visita di Stato di quattro giorni a Pechino del laeder Abbas, è stata poi proposta l'istituzione di un’ampia conferenza di pace internazionale con più "influenza e autorevolezza" per sostenere una convivenza pacifica fra Palestina e Israele. Proposte finite nel vuoto. 

Un mese dopo, per mantenere vivi i rapporti con Tel Aviv, l'ambasciatore cinese in Israele, Cai Run, ha consegnato una copia autografata del libro del leader cinese Xi al premier Netanyahu. Il messaggio che l'ambasciatore ha dovuto riferire era chiaro: Xi vuole incontrare al più presto il leader israeliano. 

Qualunque siano le ragioni dell'offerta di mediazione della Cina, per ora è improbabile che venga messa alla prova in relazione al nuovo conflitto israelo-palestinese: Pechino vede quindi sfumare i suoi tentativi di mediatore in una regione storicamente nota per gli scontri tra i diversi Paesi. E soprattutto perde peso la narrativa di Xi che vede l'Oriente e il Sud globale in ascesa e l'Occidente in fallimento. Meglio, quindi, per il leader cinese attendere nella speranza che cali la tensione, per inserirsi nuovamente come mediatore di pace tra Israele e Palestina. 

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