Lunedì, 2 Agosto 2021
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Coppie gay non riconosciute: la Corte Ue condanna l'Italia

Il caso riguarda sei coppie omosessuali che si erano unite in matrimonio all'estero, prima dell’entrata in vigore nel 2016 della legge sulle unioni civili delle coppie dello stesso sesso

Foto di repertorio

Dalla Corte europea per i diritti dell'uomo arriva una nuova condanna contro l'Italia: stavolta l'accusa riguarda il rifiuto di iconoscere sei coppie omosessuali sposate all’estero prima dell’entrata in vigore nel 2016 della legge sulle unioni civili delle coppie dello stesso sesso. Nella sentenza “Orlandi e altri contro l’Italia”, la Corte ha condannato Roma per aver violato i diritti delle ricorrenti, 11 italiani e un canadese. Le sei coppie hanno denunciato di “non essere state in grado di far riconoscere il loro matrimonio in nessuna forma come unione in Italia”. 

Discriminazione

Le sei coppie si sono sposate prima dell’entrata in vigore della legge sulle unioni civili delle coppie omosessuali, adottata nel maggio 2016. Al loro rientro in Italia avevano tentato, invano, di far registrare le nozze, prima di ricorrere alla Corte europea nell’aprile del 2012, dicendosi vittime di “discriminazione basata sull’orientamento sessuale. “L’assenza di qualsiasi riconoscimento della loro relazione ha posto le coppie in un vuoto giuridico, non riconoscendo la loro realtà sociale e lasciandole di fronte a ostacoli nella loro vita quotidiana”, ha detto la corte in una sintesi della sentenza. Ricorrendo alla giurisprudenza europea, la Corte ha ribadito che “gli Stati rimangono liberi di consentire il matrimonio solo alle coppie eterosessuali, ma che le coppie omosessuali hanno bisogno di essere legalmente riconosciute e di proteggere la loro relazione”. 

Lesi i diritti delle coppie

“Nessuna considerazione prioritaria di interesse pubblico è stata avanzata per giustificare una situazione in cui le relazioni dei ricorrenti erano prive di qualsiasi riconoscimento e protezione – ha affermato la Corte – l’Italia non poteva più trascurare la loro situazione, che era di vita familiare ai sensi dell’articolo 8 (della Convenzione europea), senza offrire loro un modo per salvaguardare le loro unioni”. La Corte ha concluso che Roma “non ha raggiunto un giusto equilibrio tra interessi concorrenti” e che “le coppie hanno visto lesi i propri diritti” rispetto alla Convenzione europea sui diritti umani, che garantisce la protezione del diritto al rispetto della vita privata e familiare. La Corte ha condannato l’Italia a versare 5.000 euro a ciascuno dei ricorrenti per danni morali. La sentenza non è definitiva: le parti hanno tre mesi per chiedere il rinvio del caso alla più alta istanza della Corte.

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