Sabato, 17 Aprile 2021

L’allarme di Oxfam: “Quasi impossibile combattere il coronavirus nei campi profughi”

Nei campi in media oltre 250 persone sono costrette a condividere una sola fonte d’acqua pulita, ammassati in tre metri e mezzo quadrati di spazio vitale a testa. Appello ai leader del G20 per garantire accesso gratuito alle cure sanitarie per tutti, anche nei Paesi più poveri e vulnerabili

Il campo profughi di Moria a Lesbo (credit Giorgos Moutafis per Oxfam)

La pandemia di Covid-19 ha raggiunto oltre 180 Paesi e sta colpendo anche contesti già gravi come Lesbo, Gaza, Siria, Bandaglesh e Sud Sudan, mentre Oxfam lancia l’allarme: nei campi profughi dove vivono ammassati milioni di sfollati sarà quasi impossibile contenere la diffusione del coronavirus. 

In media nei campi oltre 250 persone sono costrette a condividere una sola fonte d’acqua pulita, con meno tre di metri e mezzo quadrati di spazio vitale a testa. “Nelle prossime settimane e mesi il virus potrebbe avere un impatto catastrofico nei Paesi già devastati da conflitti, epidemie e malnutrizione in molte zone del pianeta”, mette in guardia Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia, che ricorda come i campi profughi “semplicemente non sono stati concepiti per fronteggiare una pandemia di questa portata” e “in diversi casi non sono rispettati nemmeno i criteri minimi concordati con le organizzazioni umanitarie per la fornitura idrica e lo spazio fisico che dovrebbe essere garantito ad ogni persona per poter condurre una vita dignitosa”.

Nell'inferno dei campi profughi in Bangladesh e a Lesbo, crisi anche a Gaza e in Yemen

In quello di Cox’s Bazar in Bangladesh vivono ammassati 40mila profughi Rohingya per chilometri quadrato, senza quasi nessun servizio sanitario di base e dove malnutrizione, colera, dissenteria e tifo sono già una minaccia concreta per loro. Nel campo di Moria sull’isola di Lesbo gli sfollati sono oltre 20mila, anche loro con servizi igienico sanitari praticamente inesistenti in una struttura concepita per contenere non più di 3mila persone: a Moria, dove c’è un bagno sporco ogni 160 persone, una doccia ogni 500, una fonte d’acqua ogni 325, non c’è sapone per lavarsi le mani e 15, 20 persone sono costrette a vivere insieme in singoli container o in alloggi di fortuna. 

Oxfam è già operativa sul campo con i suoi partner per aumentare il numero di punti di raccolta di acqua e bagni nei campi profughi; attraverso il coinvolgimento delle comunità sta promuovendo campagne di informazione per prevenire la diffusione del virus. Oltre ai campi profughi, Oxfam lavora in altri contesti dove il contrasto al coronavirus appare impossibile. A Gaza già si registrano i primi 10 casi di infezione: lì la densità della popolazione è di 5mila persone per chilometri quadrato e ci sono solo 70 posti di terapia intensiva per due milioni di abitanti. In Yemen funziona soltanto il 50% delle strutture sanitarie, che operano in cronica carenza di medicine e persone mentre più della metà della popolazione - ossia 17 milioni di persone - non ha accesso all’acqua pulita. 

“Sostenere le comunità più vulnerabili”

“Oggi è più che mai fondamentale garantire a tantissime persone già costrette a lasciarsi tutto alle spalle per fuggire da guerre e persecuzioni, la possibilità di sopravvivere a questa pandemia”, aggiunge Pezzati. “L’Oms, i nostri Governi, ci raccomandano ogni giorno di mantenere almeno 1 metro di distanza l’uno dall’altro, di lavarci spesso le mani, di contattare il nostro medico al primo manifestarsi di sintomi compatibili con il contagio da Covid19, di restare al sicuro nelle nostre case. Ma nel mondo milioni di persone non hanno più una casa a cui tornare. Il bilancio delle vittime a livello globale continua a crescere e l’epidemia ha già colpito oltre 1 milione di persone in più di 180 paesi. Ebbene questa sarà solo la punta dell’iceberg, se non interverremo subito per sostenere le comunità più vulnerabili”.

“Molti Paesi adesso sono comprensibilmente concentrati nel contenere il contagio tra la propria popolazione - continua Pezzati - ma allo stesso è cruciale stanziare tutte le risorse necessarie per sostenere la risposta alla pandemia nei Paesi più fragili, sostenendo lo sforzo delle organizzazioni umanitarie che come Oxfam sono al lavoro sul campo. In un mondo globalizzato, dobbiamo renderci conto che nessuno è al sicuro se non lo siamo tutti. Milioni di persone in paesi dell’Africa centrale, meridionale e orientale non hanno cibo a sufficienza e sono inimmaginabili per loro le conseguenze dell’epidemia, per la mancanza di mezzi e condizioni utili a contrastarla. L’epidemia qui vuol dire ulteriore insicurezza alimentare, perdita del lavoro, mancanza assoluta di mezzi di sussistenza”. 

Insieme ai propri partner locali e con particolare attenzione alle donne che svolgono gran parte del lavoro di cura e sono quindi più esposte al contagio, Oxfam è già al lavoro in questi contesti. Nei campi di Cox’s Bazar e di Rakhine in Myanmar sostiene 118.000 profughi, mediante distribuzione di acqua pulita, sapone e kit igienico-sanitari e attraverso la promozione di buone pratiche igieniche. Inoltre sostiene 5.000 famiglie vulnerabili che vivono nelle vicinanze del campo di Cox’s Bazar ancora con acqua pulita e beni igienico-sanitari. Nel campo di Za’atari in Giordania sono state attivate campagne di prevenzione e del sapone è stato distribuito nei campi informali del Libano. In Iraq è intervenuta con la ristrutturazione di un ospedale per una comunità di 50.000 persone e in Burkina Faso per rimettere in funzione o costruire 107 punti di raccolta acqua in aiuto di coloro che stanno fuggendo da scontri e violenze. Nei campi profughi del nord dell’Uganda sono state attivate campagne di prevenzione e in Yemen vengono formati volontari che diffonderanno buone pratiche igienico-sanitarie tra le comunità colpite dalla guerra.

L'appello 

I fondi per gli interventi umanitari in paesi come Yemen e Siria erano già drammaticamente insufficienti, ricorda Oxfam, e oggi è necessario reperire risorse per contrastare la pandemia. Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello di 2 miliardi di dollari per finanziare un piano di risposta globale al corona virus nei paesi più vulnerabili. L’associazione sostiene l’appello dell’ONU per un immediato cessate il fuoco in tutti i paesi in cui sono in corso conflitti e chiede ai leader del G20 di intervenire con un piano di azione globale in grado di rispondere all’emergenza Covid19, garantendo l’accesso gratuito alle cure sanitarie per tutti, anche nei Paesi più poveri e vulnerabili. A questo proposito è stata lanciata la petizione #NONSEISOLO

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