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Giovedì, 30 Maggio 2024
La spirale di violenze / Israele

Cosa sta succedendo in Palestina e Israele

Il Papa ha chiesto di fermare le violenze. Dall'inizio dell'anno oltre 34 palestinesi uccisi dalle forze israeliane nei territori occupati. Venerdì l'attentato a una sinagoga con 7 vittime

L'appello lanciato domenica da papa Francesco a fermare la "spirale di morte" in Israele e Palestina per il momento sembra non aver sortito effetto: nello stesso giorno dell'intervento del pontefice, un 18enne palestinese è stato ucciso dalle forze di sicurezza di Tel Aviv in Cisgiordania, nei territori occupati. Dall'inizio dell'anno, sono 34 i palestinesi morti per mano di soldati o di coloni israeliani: una media di oltre una vittima al giorno. Un bilancio drammatico a cui aggiungere i 7 israeliani uccisi nell'attentato a una sinagoga di venerdì scorso. Una spirale di violenze, per usare le parole di Bergoglio, che non sembra placarsi e che viene alimentata anche, se non soprattutto, dalle continue provocazioni dell'ala più a destra del nuovo governo di Benjamin Netanyahu.

Estremisti al potere

Insediatosi a fine 2022, dopo un anno (a dirla tutta) caratterizzato dal triste record di palestinesi uccisi (146, a cui aggiungere circa 7mila arresti, ma c'è chi parla di numeri ancora più alti), il nuovo governo di Tel Aviv ha imbarcato nei posti chiave le punte di diamante del sionismo più estremista. Tra queste spicca il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir: a inizio gennaio, Ben Gvir ha pensato bene di recarsi alla spianata delle moschee di Gerusalemme, azione considerata "una provocazione senza precedenti" non solo dall'Autorità palestinese, ma anche dall'opposione israeliana e dalla comunità internazionale. Non contento, il ministro ha chiesto di abolire la bandiera palestinese, equiparandola a un simbolo del terrorismo.

L'ultima invettiva è arrivata in queste ore: Ben Gvir ha annunciato l'intenzione di introdurre la pena di morte contro i "terroristi", una risposta a quanto accaduto venerdì, quando un palestinese di 21 anni ha ucciso sette persone in una sinagoga. La casa del giovane è già stata sigillata dalle autorità di Tel Aviv, che in seguito la demoliranno lasciando senza tetto il resto della sua famiglia. La stessa punizione comminata al 13enne che sabato ha ferito due uomini a Gerusalemme, prima di venire ucciso da alcuni passanti armati. Un modus operandi contestato dai difensori dei diritti umani, ma che è speculare alla strategia del governo di Netanyahu di "rafforzare" i suoi insediamenti in Cisgiordania, nei territori già ampiamente occupati dai coloni israeliani, i quali rappresentano il fortino elettorale della destra israeliana e le cui violenze nei confronti dei palestinesi del posto sono oramai all'ordine del giorno: secondo il Times of Israel, sarebbero dozzine gli attacchi compiuti dai coloni da inizio anno, come quello compiuto stanotte a Turmus Ayya, dove sono state incendiate una casa e un'auto.

I coloni giustificano le loro azioni come una vendetta nei confronti delle violenze palestinesi. L'attacco alla sinagoga di venerdì rafforza questa strategia. E poco importa che l'attentato sia arrivato il giorno dopo il più mortale raid dell'esercito israeliano in Cisgiordania in due decenni, in cui sono stati uccisi nove palestinesi, tra cui due civili. Tel Aviv sostiene di aver preso di mira i militanti della Jihad islamica che si nasconderebbero nel campo profughi di Jenin. L'Autorità palestinese, che ha un controllo limitato su parti della Cisgiordania, ha dichiarato che sospenderà la cooperazione in materia di sicurezza con Israele in risposta a questo raid.

Il viaggio di Blinken

La maggior parte della comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, considera gli insediamenti dei coloni un ostacolo alla pace con i palestinesi. Netanyahu non sembra curarsene, per il momento, e ha ribadito il piano del governo di aumentare la presenza israeliana in Cisgiordania. Nelle prossime ore, il premier accoglierà il capo della diplomazia Usa, Antony Blinken. Molto probabimente, Blinken, che incontrerà anche il presidente palestinese Mahmoud Abbas, ribadirà ai due leader la necessità di fermare l'escalation di violenze e di tornare a percorrere il cammino verso la soluzione dei due Stati. Ma dietro le quinte, si prevedono tensioni tra Washington e Abbas: per gli Stati Uniti, in questo momento, le priorità sono altre. Come quella di fermare la corsa dell'Iran verso il nucleare. Una missione, quest'ultima, su cui Israele è il primo alleato degli Usa, come ha dimostrato il raid di droni che ha colpito ieri una base militare controllata da Teheran.  

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