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Martedì, 28 Maggio 2024
Diritti umani / Libia

Migranti, il caso della donna morta sul pavimento nel centro di detenzione

È l'ennesima prova delle condizioni disumane dei migranti maltrattati dalle guardie libiche, finanziate con soldi europei

Il corpo di una donna che giace morta sul pavimento di un centro di detenzione per migranti in Libia. L'immagine, contenuta in un video diffuso dal quotidiano The Guardian, è solo l'ultima prova delle condizioni disumane che sono costretti a sopportare i migranti nel Paese nordafricano. Quella stessa Libia con cui l'Italia ha stretto accordi per arginare il flusso di persone provenienti o in transito nel continente africano per impedire loro di raggiungere le coste europee. Il filmato, di circa 30 secondi, mostra una stanza all'interno del centro di detenzione Abu Salim a Tripoli. Secondo il quotidiano britannico la clip sarebbe stata girata due settimane fa da un gruppo passato per la Libia e arrivato poi in Tunisia dalla Libia.

Nel video, girato in una stanza dove ci sono centinaia di donne stipate su materassi per terra, si sente una donna nigeriana gridare e definire la struttura una "prigione". Infine appare l'immagine, oscurata dal Guardian, di una donna a terra malnutrita, nuda e con gli occhi aperti. "Questa donna è morta", afferma la nigeriana. "È morta stamattina", ribadisce. L'autenticità del video è stata confermata sia da Medici Senza Frontiere (Msf) che una fonte delle Nazioni Unite.

Accordi scellerati

Da anni Organizzazioni non governative e attivisti denunciano la sistematica violenza contro rifugiati e migranti, trattenuti nelle strutture libiche e sottoposti a minacce, lavori forzati, torture e stupri. Queste prigioni ospitano le persone rimpatriate con la forza dalla guardia costiera libica, grazie all'appoggio ed ai finanziamenti dell'Unione europea, dopo aver tentato di raggiungere le coste europee attraverso il Mediterraneo. Anche la situazione igienico-sanitaria in queste strutture è drammatica. Secondo la fonte delle Nazioni Unite interpellata dal Guardian, la donna nel video proverrebbe dalla Somalia e potrebbe essere morta di tubercolosi. Questa malattia si sta diffondendo tra decine di persone detenute ad Abu Salim hanno contratto la malattia. Gli operatori umanitari riferiscono di condizioni inaccettabili, con stanze affollate e assenza di cure mediche.

Spari e stupri

Nel giugno 2021, secondo le ricostruzioni di Msf, i detenuti sono stati sparati con armi automatiche, che hanno provocato numerose vittime.  Nello stesso anno Amnesty International ha sostenuto che che le guardie costringevano le donne a fare sesso in cambio di acqua. Le autorità libiche hanno promesso di chiudere i centri teatro di questi abusi, gestiti dalla direzione per la lotta all’immigrazione clandestina (Dcim) e supervisionati dal ministero degli Interni. Amnesty ha però rivelato che le violazioni dei diritti umani sono continuate nei centri appena aperti o riaperti. A fronte di violenze sistematiche Msf ha deciso di interrompere le sue attività nel centro di detenzione di Tripoli.

Passaggio in Tunisia

Coloro che riescono a sfuggire a questo inferno, tentano di attraversare il confine per entrare in Tunisia, divenuto il principale Paese di partenza per le persone che cercano di raggiungere l’Europa. Per questo motivo il mese scorso l’Ue ha firmato un accordo, fortemente voluto dalla premier italiana Giorgia Meloni, da 1 miliardo di euro per frenare i flussi dei migranti. La stessa Tunisia è però stata accusata di recente di aver trasferito centinaia di persone dell’Africa sub-sahariana in un'area desolata lungo il confine con la Libia. Lì i migranti vengono arrestati di nuovo dalle guardie di frontiera libiche che li rispediscono nei centri di detenzione, finendo in un infinito scaricabarile carico di sofferenze finanziate coi soldi europei.

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