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Lunedì, 15 Aprile 2024
Censura / Cina

Battuta sul lavoro forzato, la Disney censura l'episodio dei Simpsons a Hong Kong

L'azienda ha deciso di cancellare dalla sua piattaforma di streaming la puntata incriminata per non scontentare Pechino, è la seconda volta che una cosa del genere accade

I Simpsons parlano di sfruttamento dei lavoratori in Cina e la Disney toglie l’episodio dalla sua piattaforma streaming a Hong Kong per non indispettire Pechino. Sta facendo discutere la scelta dell’azienda che riguarda la puntata “One Angry Lisa”, già trasmessa dalla tv cinese lo scorso anno. Nell'episodio appare ad un certo punto la protagonista Marge in sella ad una bici durante una lezione virtuale alla tv che proietta sullo sfondo la Grande Muraglia cinese. Durante la scena, l’istruttore dice: “Guarda le meraviglie della Cina. Miniere di bitcoin, campi di lavoro forzato dove i bambini fabbricano smartphone e storie d’amore”.

Non è il primo caso questo di un episodio sgradito al Partito comunista che è stato eliminato. Un'altra autocensura della piattaforma ci fu nel 2021, quella volta per una citazione dei fatti di Piazza Tiananmen, teatro di un brutale massacro di manifestanti pro-democrazia a Pechino nel 1989. In quella scena, la famiglia Simpson, in visita nella capitale cinese, incontra un cartello nella piazza che dice: “Non è successo niente in questo sito nel 1989”.

L’ultima rimozione arriva anche grazie alla riforma introdotta nel 202 da Hong Kong, il territorio autonomo statuto speciale in cui ci sono da anni tentativi di liberarsi dall'egemonia della Cina. Nella città è stata introdotta una controversa legge sulla sicurezza nazionale che vieta “sedizione, secessione e sovversione” contro Pechino, e che autorizzerebbe anche le agenzie di sicurezza nazionale cinesi ad operare in città.

Di fronte alla richiesta di un commento, Hong Kong non ha dato alcuna risposta immediata e anche Disney non ha voluto pronunciarsi. Dietro alla questione si potrebbero celare considerazioni di tipo economico: l’azienda statunitense, tra le tante multinazionali americane, è una di quelle che fa maggiormente affidamento sulla Cina per una parte considerevole dei suoi affari. L’autocensura appare quindi come una sorta di mossa per “compiacere” il governo cinese.

Bruxelles e le violazione dei diritti umani in Cina

La polemica arriva mentre Pechino continua ad essere accusata di ricorrere al lavoro forzato, così come a campi di internamento di massa, per controllare la minoranza uigura musulmana nell’estrema regione occidentale dello Xinjiang. Una forma di “riabilitazione” del gruppo minoritario turcofono, stando alle parole del governo.

Un fatto che ha portato le Nazioni Unite a sollevare la questione di violazione dei diritti umani, riprendendo un tema aperto già nel febbraio 2021. In quell’occasione era stato raggiunto un accordo che, tuttavia, non mancava di contraddizioni. A questo proposito, nell’accordo raggiunto tra Ue e Cina, spicca la condizione del rispetto delle convenzioni dell'Ilo (Organizzazione Internazionale del lavoro) contro il lavoro forzato.

L’altro tassello che l’Ue ha cercato poi di inserire negli anni, passa invece per l'Organizzazione mondiale del commercio: nella riforma proposta, spicca tra gli obiettivi quello di rendere più efficace il monitoraggio da parte dell'Omc delle politiche commerciali dei suoi membri. Tutto questo in vista di una globalizzazione più “sostenibile ed equa” che vieti la vendita di beni prodotti attraverso il lavoro forzato.

Stando alle dichiarazioni del Dipartimento di Stato americano, sarebbero circa due milioni gli uiguri che, assieme ad altre minoranze etniche, restano imprigionati in una rete di campi di internamento. Diversi sono gli ex detenuti che hanno rilasciato testimonianze riguardo a indottrinamento politico, lavori forzati, torture ed abusi sessuali subiti.

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