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Mercoledì, 28 Settembre 2022
Lo scontro con l'Occidente / Turchia

Cosa c'è davvero dietro la crisi (rientrata) tra Erdogan e gli ambasciatori

Impasse o mossa strategica? Le ragioni della 'tempesta' tra il presidente turco e i dieci diplomatici occidentali. E perché l'uomo forte di Ankara ha dovuto fare marcia indietro

Un fuoco di paglia. E' durato poco più di 48 ore lo scontro tra il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e gli ambasciatori di dieci paesi occidentali, fra cui Usa, Germania e Francia. Dopo aver minacciato - sabato sera -  la loro espulsione, il leader di Ankara è tornato lunedì sui suoi passi, ponendo fine a una tempesta diplomatica che rischiava di avere effetti dirompenti per la sofferente economia turca, oltre ad aprire una pericolosa frattura all'interno della Nato.

Con una mossa coordinata, le dieci ambasciate coinvolte hanno diffuso un comunicato identico in cui ribadivano l'impegno, stabilito in una convenzione Onu, a non interferire negli affari interni della Turchia. Tanto è bastato, per Erdogan, a chiudere subito la questione, lasciando trapelare la sua soddisfazione. "Chi ci critica, d'ora in poi sarà più attento", ha commentato l'uomo forte di Ankara, parlando coi giornalisti.

"La diplomazia ha salvato la Turchia da un grave conflitto coi suoi alleati occidentali che avrebbe potuto causare nuove turbolenze economiche e instabilità politica" nel Paese, nota il New York Times. Un'analisi condivisa da tutti gli esperti. Ma come sono andate davvero le cose? E, soprattutto, cosa c'è dietro la fiammata del presidente turco e la sua repentina marcia indietro?

Il comunicato della discordia (l'Italia si sfila)

Tutto ha inizio con un comunicato diramato congiuntamente da dieci ambasciate (Canada, Francia, Finlandia, Danimarca, Germania, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Svezia e Stati Uniti) per chiedere la liberazione di un dissidente politico. Si tratta di Osman Kavala, imprenditore e filantropo legato a George Soros, arrestato nel 2017 con l'accusa di aver finanziato la lunga serie di proteste contro il governo di Gezi Park, a Istanbul.

Kavala viene assolto nel 2020 e un tribunale ne ordina la scarcerazione ma, a poche ore dalla libertà, giungono nuove accuse: stavolta è chiamato in causa per il tentato golpe del 2016. Il filantropo, di fatto, non uscirà mai dal carcere di Silivri.

Il suo caso si trascina negli anni e, in occasione del quarto anniversario del suo arresto, le cancellerie decidono di 'battere un colpo'. E' l'amministrazione americana che guida l'iniziativa, in linea col nuovo corso di Biden attento alla tematica dei diritti umani. In realtà il comunicato è poco più di un atto dovuto, un'azione di circostanza piuttosto che una vera e propria pressione, anche perché non è la prima volta che gli Usa ne sollecitano il rilascio. 

Significativamente, a ogni modo, alcuni paesi non figurano nell'iniziativa: fra questi, Regno Unito, Spagna e Italia che, realisticamente, preferiscono "evitare scontri con Ankara", come ipotizza lo storico turco e analista di politica estera, Sooner Cagaptay. 

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La furia di Erdogan

La reazione del presidente turco è immediata. E, a dir poco, furiosa. "Li farò dichiarare persona non grata", annuncia sabato ai quattro venti. Di fatto, è come espellere i dieci ambasciatori tutti in un colpo, un evento senza precedenti. In diplomazia un governo ha diritto a dichiarare un membro di una missione diplomatica 'persona non grata' senza dare alcuna spiegazione. Il soggetto in questione viene quindi richiamato nel paese d'origine, anche perché questo status implica la perdita delle immunità diplomatiche. 

Per avere un'idea della portata del gesto, basti pensare che, negli ultimi 50 anni, la Turchia ha dichiarato 'persona non grata' solo tre diplomatici di un certo peso: l'ambasciatore libico e il vicecapo dell'ambasciata siriana nel 1986 e l'ambasciatore iraniano nel 1989. Stavolta, i paesi coinvolti sono pezzi da novanta, quasi tutti alleati Nato (anche la Turchia ne fa parte), importanti partner militari (come gli Usa) o commerciali (come la Germania). Dunque, il passo di Erdogan è più lungo della gamba e la Borsa, prima di ogni altro, lo dice chiaramente: lunedì mattina la Lira turca crolla ai minimi storici. Non è un dettaglio da poco per un'economia già in grave crisi, azzoppata da un'inflazione che galoppa al 20%, esasperata dai continui tagli del tasso d'interesse voluti dal leader di Ankara (che ha già licenziato tre banchieri per portare avanti la sua politica fiscale).

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Inflazione alle stelle e spese pazze, il declino di Erdogan

L'inflazione turca è rimasta a due cifre per buona parte degli ultimi cinque anni e la popolazione comincia a risentire pesantemente del rialzo dei prezzi. L'opposizione politica si sta ricompattando e i sondaggi danno il leader turco in forte declino (al 38% secondo l'utlima rilevazione Metropoll di agosto) in vista delle presidenziali del 2023. Le spese 'pazze' per il nuovo Pentagono turco non hanno certo aiutato, contribuendo ad alimentarte il malcontento. 

Perciò lunedì, dopo il colpo di testa contro gli ambasciatori, un editorialista assai vicino al presidente, Abdulkadir Seki, invita alla calma sul quotidiano Hurriyet. "Chi si farebbe più male rompendo le nostre relazioni con dieci paesi sul caso Osman Kavala? Dobbiamo mantenere il sangue freddo e agire come si addice ai grandi Stati. Con la sua reazione, il presidente Erdogan ha parlato a questi dieci paesi nella lingua che conosce. Con il suo governo e la sua opposizione, la Turchia ha mostrato la sua posizione. Ma, ora, è il momento di agire con calma". Tradotto: bisogna trovare il modo per uscire dall'impasse.

Le trattative segrete tra Turchia e Usa per risolvere la crisi

Per fortuna, la diplomazia sa lavorare sotto traccia. Il ministero degli Esteri turco ha 'rallentato' l'esecuzione dell'ordine inflitto dal presidente. Nel frattempo, come riferisce il notiziario online Middle East Eye, un alto funzionario turco apre un canale sotterraneo con gli Stati Uniti per negoziare un accordo. La soluzione viene presto trovata. E mentre Erdogan entra nella riunione di gabinetto che dovrà decidere il da farsi, a metà pomeriggio le ambasciate twittano il comunicato congiunto. Nella nota si fa esplicito riferimento all'osservanza dell'articolo 41 della Convenzione di Vienna, che dispone la non ingerenza - da parte del personale diplomatico - negli affari interni del paese ospitante. 

L'iniziativa raggiunge il segno e il presidente si affretta a dichiarare la sua soddisfazione. "Chi ci critica d'ora in poi sarà più attento. Nessuno può dare ordini al nostro sistema giudiziario ed è nostro dovere rispondere in maniera adeguata". L'incidente è rientrato e tutti - soprattutto ad Ankara - tirano un sospiro di sollievo. 

"E' stata una rara dimostrazione di umiltà del leader turco e dimostra che la pressione funziona quando le potenze occidentali forniscono una risposta coordinata", commenta Cagaptay. "Erdogan ha capito che l'economia sarebbe collassata" se fosse andato avanti con le espulsioni. "Sembra che i 10 ambasciatori abbiano lanciato una corda per tirarci fuori dalla fossa in cui eravamo caduti", riassume icasticamente su Twitter l'ex ambasciatore turco negli Usa, Namik Tan.

Reazione furiosa o mossa strategica? 

Dunque, tutto risolto. Anche se rimane l'impressione di un gigantesco fuoco di paglia. Pur incline a reazioni veementi, Erdogan è un navigato stratega politico e sa agitare con efficacia provocazioni e minacce. L'apertura di un fronte di crisi con l'Occidente, finanche spericolata, potrebbe essere una mossa per distrarre l'opinione pubblica dai gravi problemi interni. Ne è convinto il leader dell'opposizione, Kemal Kilicdaroglu, secondo cui “la ragione di queste azioni non è proteggere gli interessi nazionali ma creare ragioni artificiali per la rovina dell’economia”. 

La strategia è ormai rodata: puntare il dito contro l'Occidente per alimentare il nazionalismo turco e individuare le ragioni della crisi nel 'nemico' esterno. "Si sta rendendo conto che non sarà in grado di dare una svolta all'economia, quindi darà la colpa all'Occidente", nota ancora Cagaptay. "È un riconoscimento che la crisi economica è ormai irreparabile".

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