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Domenica, 14 Aprile 2024
Scontri

Il "film blasfemo" incendia il mondo islamico: nove morti nel venerdì della rivolta anti-Usa

Il film anti-maometto scatena la rabbia del'Islam radicale: prese di mira le ambasciate in Sudan, Egitto, Tunisia, Libano. Bilancio drammatico: nove persone hanno perso la vita sotto i colpi delle forze dell'ordine

Quattro morti in Sudan, tre in Tunisia, uno in Libano e uno in Egitto. E' questo il bilancio delle vittime segnato dalla rivolta della parte più radicale del mondo musulmano contro il film anti Islam prodotto negli Stati Uniti.

Per questo, dopo il tragico assalto di martedì al consolato americano di Bengasi in Libia e gli scontri di ieri, sono state prese di mira anche le sedi diplomatiche dei Paesi dell'Ue

SUDAN E LIBANO - 

Sotto assedio Karthoum, Sudan, dove quattro manifestanti sono rimasti uccisi davanti alla sede diplomatica statunitense. Anche il Libano nel caos: una persona è morta negli scontri scoppiati a Tripoli, città nel nord del Paese, dove è stato anche incendiato un ristorante della catena di fast food americana Kentucky Fried Chicken. 

PAPA BENEDETTO IN LIBANO - E sempre in Libano ieri è arrivato papa Benedetto XVI, per una visita storica di tre giorni, che ha iniziato con un discorso in cui ha condannato il fondamentalismo come "falsa fede", lanciando invece un appello alla tolleranza.

TUNISIA - Una colonna di fumo nera, invece, si è levata nel pomeriggio dal parcheggio dell'ambasciata americana a Tunisi, bersagliata dalle bombe molotov lanciate dei manifestanti che hanno poi attaccato e incendiato anche la scuola americana lì vicino. Qui il bilancio è di tre persone morte e altre 28 ferite. Il primo ministro Ahmadi Jebali, esponente del partito filo-islamico Ennahda, si è detto "profondamente preoccupato" per l'attacco.

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YEMEN E BANGLADESH - Proteste anche in Yemen: la polizia ha sparato in aria per respingere i manifestanti che si avvicinavano all'ambasciata americana. E in Bangladesh circa diecimila persone hanno bruciato bandiere americane e israeliane al grido di "Allah è grande". Pure un gruppo di beduini ha attaccato una base della Forza multinazionale nel Sinai, in Egitto. I beduini sono penetrati all'interno della base ed hanno appiccato un incendio alla torre di controllo. L'assalto ha provocato la reazione dei militari: negli scontri due colombiani e un egiziano sono rimasti feriti.

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FILM ANTI ISLAM - 

Nel frattempo un uomo che afferma di essere il produttore del contestato film ha dichiarato di non avere alcun rimpianto, secondo una intervista diffusa da Radio Sawa. "Non ho rimpianti, sono solo rattristato per la morte delll'ambasciatore (americano in Libia), ma non ho rimpianti" per aver prodotto la pellicola, ha detto l'uomo, che si è presentato come Nakoula Basseley Nakoula, un copto di 55 anni residente in California, alla stazione americana in arabo Radio Sawa.

Google, intanto, ha bloccato l'accesso al controverso filmato tratto dal lungometraggio "The Innocence of Muslism" in Libia e in Egitto anche se non ha rimosso il video dal suo sito web. E lo stesso ha fatto YouTube in India. Il motore di ricerca, citato dal New York Times, spiega che la decisione è insolita e rara ma è dettata dalle speciali circostanze createsi dopo l'uccisione dell'ambasciatore americano in Libia.

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Tecnicamente, fanno notare a Google, il filmato è stato pubblicato su YouTube in base ai criteri con cui la società definisce i "discorsi d'odio" (hate speech). Per Hate speech, secondo le norme YouTube, si intendono quei discorsi rivolti contro un singolo individuo, non contro gruppi, così tecnicamente "The innocence of Muslims" non rientra nella fattispecie.

La scelta di Google, fa comunque notare il New York Times, solleva alcune fondamentali questioni relativamente al controllo su internet e sulla libertà di espressione online. Google si sta muovendo su una delicata linea di confine, dice ad esempio Kevin Bankston, direttore del progetto per la libertà di espressione al Center for Democracy and Technology. Da un lato bloccando il video sembra far passare il messaggio che proteste violente possano portare alla censura di contenuti su internet; dall'altro, bloccandolo solo in Egitto e in Libia è come se ammettesse di aver sbagliato a pubblicarlo in certi luoghi e sistuazioni.

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