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Lunedì, 27 Maggio 2024
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Il ricatto di Tunisi, la debolezza di Roma: il vicolo cieco di Meloni

L'instabilità nel Paese nordafricano ha portato a un flusso incontrollato di partenze verso l'Italia nelle ultime settimane. E per questo il governo si sta spendendo in una attività di lobby per aiutare la Tunisia

Barchini o imbarcazioni in ferro per un viaggio che inizia dalla Tunisa. Le coste italiane, la destinazione finale. Nel mezzo, una traversata del Mar Mediterraneo che si trasforma in un cimitero a cielo aperto. E la strage di Cutro non è solo che l'ultimo e triste esempio. Il progetto Missing Migrants dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) ha documentato 3028 morti e dispersi migranti nel Mediterraneo centrale nel primo semestre del 2023, il più alto mai registrato dal 2017. Ma sono probabilmente una sottostima del reale numero di vite perse nella rotta migratoria considerata come una delle più pericolose al mondo.

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Ma queste sono persone che si trasformano in numeri per il Viminale, il cui titolare, Matteo Piantedosi, è in affanno per assicurare la gestione di un fenomeno che ha perso i connotati emergenziali ormai già qualche anno fa. Nei primi sette mesi del 2023, i migranti sbarcati sulle coste italiane a decorrere dal 1° gennaio di quest'anno sono oltre 86mila (oltre 20mila solo nel mese di luglio), di questi oltre 5mila sono di nazionalità tunisina, secondo le rilevazioni del Viminale. E tutti partiti dalle città tunisine di Sfax e Mahdia. Sui barchini, con destinazione l'Italia, ci sono migranti provenienti dai Paesi sub sahariani o dalla stessa Tunisia, colpita da una dura crisi economica e politica.

Almeno, questo accadeva fino a qualche settimana fa. Perché il governo di Tunisi ha deciso di trasferire con la forza centinaia di migranti sub sahariani dalla città portuale di Sfax fino a una zona desertica al confine con la Libia e l'Algeria. E le autorità li abbandonano lì, nel caldo torrido del deserto senza cibo né acqua. Tra loro ci sono anche donne incinte, bambini e persino persone con lo status di rifugiato. Dai racconti dei migranti, raccolti dalle ong, arrivano testimonianza agghiaccianti. Molti hanno denunciato di aver subito violenze e maltrattamenti dalle forze dell'ordine. Ma le accuse di violazione dei più basilari diritti umani sono state respinte delle autorità e dalla polizia tunisina.

L'ostilità e le violenze nei confronti dei migranti sub sahariani è la conseguenza dei discorsi, considerati razzisti dalle ong, del presidente della Repubblica Kais Saied. Lo stesso leader tunisino che il 21 febbraio scorso, durante una riunione del Consiglio di sicurezza, ha pronunciato un discorso molto duro nei confronti dei sub sahariani: "Esiste un piano criminale per cambiare la composizione demografica della Tunisia, ci sono alcuni individui che hanno ricevuto grosse somme di denaro per dare la residenza ai migranti sub sahariani. La loro presenza è fonte di violenza, crimini e atti inaccettabili, è il momento di mettere la parola fine a tutto questo perché c’è la volontà di fare diventare la Tunisia solamente un Paese africano e non un membro del mondo arabo e islamico".

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La scelta di Saied di alimentare un clima di odio verso i migranti sub sahariani mira a celare la cattiva gestione di un Paese ormai al collasso. L'instabilità in Tunisia ha conseguentemente portato a un flusso incontrollato di partenze verso l'Italia nelle ultime settimane. Una condizione che desta a Roma "estrema preoccupazione" per uno scenario che può avere "conseguenze imprevedibili" con effetti sotto il profilo migratorio, aveva affermato qualche mese fa il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

Così, per limitare gli arrivi dei migranti sulle coste italiane, il governo Meloni si sta spendendo in un'attività di lobby con i Paesi dell'Ue e le monarchie del Golfo per esercitare un pressing sul Fondo Monetario Internazionale (Fmi), al fine di ottenere il via libera a un sostegno economico per il Paese guidato da Kais Saied. Il tema è stato al centro della Conferenza internazionale su sviluppo e migrazioni, fortemente voluto dalla premier Giorgia Meloni a Roma lo scorso 23 luglio. Si è parlato di lotta all'immigrazione illegale e sviluppo economico per i Paesi del Mediterraneo allargato, senza però mai citare la violazione dei diritti umani perpetrati da autocrati e dittatori a cui la premier ha dato il benvenuto in Italia.  

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Nel lanciare il "Processo di Roma", che ha deliberato un nuovo approccio al problema delle migrazioni dal continente africano attraverso una forma rafforzata di cooperazione tra forze di polizia e l'istituzione di un Fondo per creare investimenti nei Paesi di origine, la premier ha accolto con tutti gli onori Saied nella speranza di poter agire sulle "cause profonde" delle migrazioni provenienti dalla Tunisia. Il presidente tunisino non ha lasciato spazi a dubbi, ribadendo di non avere alcuna intenzione di trasformare la Tunisia in una nuova Libia, ovvero in un punto di raccolta dei migranti che hanno attraversato il Paese e sono entrati illegalmente in Europa.

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Il Paese nordafricano, dove qualche settimana fa si è firmato il memorandum con l'Ue per un "nuovo partenariato per affrontare la crisi migratoria", attende i fondi europei e chiede di sbloccare quelli congelati dal Fondo monetario internazionale. Così Saied, durante la Conferenza organizzata dal governo italiano, ha rilanciato un nuovo Fondo monetario internazionale che "possa essere finanziato dai crediti dopo che vengono cancellati, dai soldi rubati, per gettare la base di un nuovo sistema umano, per creare la speranza e il benessere a favore di tutti". Cosa che non ha impedito all'autocrate tunisino di ribadire la sua linea di non voler avviare le riforme economiche chieste dal Fondo monetario internazionale per ottenere un prestito miliardario che darebbe un po' di respiro al suo Paese. 

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Perché è in stallo il prestito del Fondo monetario internazionale

Il presidente tunisino - e ormai padrone del Paese grazie a una Costituzione che ha introdotto un sistema iper-presidenziale - potrebbe ricevere dal Fondo monetario internazionale un prestito 1,9 miliardi di dollari, da tempo promesso, indispensabile per evitare il default delle finanze pubbliche. Ma Saied sembra ostinato a proseguire per la sua strada: rifiutare il ricco contributo del Fmi per evitare di metter mano a profonde riforme politiche ed economiche ed evitare "lacrime e sangue" alla popolazione. Che è già alle prese con una profonda crisi finanziaria, tradottasi negli ultimi mesi in carenze di alcuni prodotti di base (zucchero, latte, riso).

Sulla scia di un'inflazione galoppante al 10% circa e una disoccupazione generale al 17,5%, il 2023 si è aperto con una serie di manifestazioni di tunisini scesi in strada per chiedere le dimissioni di Saied. Il rifiuto del presidente a trovare un accordo con l'organizzazione finanziaria internazionale si traduce in una politica populista: i vertici dell'istituzione finanziaria temono infatti che Saied possa addossare al Fmi le responsabilità di un eventuale peggioramento del contesto economico in seguito all’erogazione del finanziamento.  

Le riforme "lacrime e sangue" del Fmi

Ma che cos’è l’Fmi a cui spetta decidere il futuro economico anche della Tunisia? L'organizzazione internazionale, branca dell'Onu, è composta da 190 Stati membri ed esercita un forte potere e controllo sull'economia mondiale e quella dei singoli Paesi travolti da una crisi finanziaria.

Il Fondo ha una struttura complessa. Perché al suo interno c'è il Consiglio dei Governatori (Board of Governors), cioè il principale organo direttivo, che è composto da un governatore (generalmente il ministro delle Finanze di ciascun Paese) e da un vicegovernatore, nominati da ogni Paese membro. Il Consiglio dei Governatori può delegare i propri poteri al Consiglio d’Amministrazione, con l’eccezione di alcuni poteri riservati. La figura del direttore è tuttavia cruciale poiché rappresenta la massima autorità operativa.

L'Fmi fornisce quindi assistenza finanziaria ai Paesi membri per fronteggiare una crisi finanziaria, attraverso misure di politica economica e riforme utili a correggere gli squilibri economici di breve periodo (la Banca Mondiale si occupa, invece, di crisi strutturali e nel lungo periodo). Nel corso degli anni il Fondo ha sviluppato numerosi strumenti di finanziamento per far fronte alle diverse esigenze dei Paesi membri. Nell'organizzazione finanziaria non vale il principio "un Paese, un voto", poiché ogni Stato dispone di un numero di voti proporzionale alla sua quota di partecipazione (capitale versato). Per esempio, gli Stati Uniti hanno il 17,68% e l’Italia il 3,36%.

Per aiutare un Paese finanziariamente in difficoltà, l'organizzazione internazionale concede prestiti a breve termini pensando, per i casi più gravi, a una ristrutturazione dei debiti esteri. Ma non firma assegni in bianco. L'Fmi infatti impone ai Paesi un piano di risanamento molto pensate: taglio quasi indiscriminato delle spese pubbliche, privatizzazioni e liberalizzazioni, e apertura al capitale estero. Il Fondo chiede quindi misure pesanti, soprattutto per rispondere alla sua necessità di far rientrare in tempi brevi i soldi concessi in prestito, in modo da ricostituire il capitale disponibile per gli interventi futuri in altri Paesi.

La moneta di scambio

L'intervento del Fmi potrebbe esser letto come un accesso e un'intromissione alla sovranità nazionale. Un leader di un Paese che accetta l'aiuto finanziario del Fondo si pone così a rischio di una contestazione o, addirittura, una sommossa di un popolo che non vuole sottoporsi a riforme che implichino "lacrime e sangue". Sempre se non decide di fare ricorso alla violenza per reprimere le rivolte.

Ma la prospettiva di una guerra civile in Tunisia non spaventa l'Italia. E per evitare un collasso economico del Paese nordafricano e quindi un incremento dei migranti sulle nostre coste, il governo italiano preferisce chiudere un occhio sulla violazione dei diritti umani, che si stanno registrando in questi ultimi giorni al confine con la Libia e Algeria. Lo scopo per l'esecutivo sovranista di Roma è uno: fermare i migranti e mantenere le promesse elettorali. Costi quel che costi.

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