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Lunedì, 4 Marzo 2024
Clan, petrolio e forze straniere / Libia

Il fantasma di Gheddafi: la Libia 10 anni dopo la fine del rais

Il 20 ottobre 2011 il dittatore libico veniva brutalizzato e ucciso dai ribelli. Da allora il paese è ancora sull'orlo del precipizio

Un dittatore agli occhi dei più, il Colonnello per tutti. L'uomo che aveva tenuto la Libia stretta nel suo pugno di ferro per 42 anni. Il 20 ottobre 2011 Muammar Gheddafi veniva catturato, brutalmente torturato e ucciso dai ribelli nella sua città natale, Sirte, da dove nel '69 aveva guidato il golpe contro la monarchia. La sua salma martorizzata, esposta in segno di sfregio, fu seppellita in un luogo segreto nel deserto. Nessuno avrebbe più dovuto vedere il corpo dell'ex rais. Dieci anni dopo, l'ombra di Gheddafi continua ad allungarsi su un paese permeato da instabilità, caos e insanabili divisioni. Un paese che, tuttavia, fa gola a molti per le incredibili risorse energetiche e la sua strategica posizione tra Mediterraneo e Africa. 

Tribù, milizie e ingerenze straniere

La Libia "non è riuscita a ricomporsi" come avrebbe dovuto dopo la caduta di Gheddafi, un po' perché è una nazione "molto giovane", un po' "per colpa delle ingenti risorse sul territorio" che continuano a suscitare appetiti all'estero, spiega Arturo Varvelli, direttore dell'European council on foreign relations (Ecfr) di Roma, che in un'intervista all'Adnkronos parla di "bilancio piuttosto negativo". "Dopo la caduta del dittatore  non c'è stato un periodo di prosperità e ancora adesso il paese è sull'orlo del precipizio". Paese che il 24 dicembre dovrebbe voltare pagina con le attese elezioni. Tra i possibili candidati c'è proprio Saif al-Islam, un tempo delfino designato del Colonnello e oggi in attesa di ufficializzare il suo ritorno in campo dopo anni vissuti da prigioniero a Zintan. La sua candidatura (supportata dai russi) la dice lunga su quanto l'eredità di Gheddafi pesi ancora in una terra dove 140 tribù e centinaia di milizie lottano e si alleano per spartisi potere e pozzi petrolioferi. Un mosaico reso ancor più complesso dalle ingerenze straniere definite "senza precedenti" giusto un anno fa dal segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. 

Dalla Giornata della collera alla fine di Gheddafi

Ma facciamo un passo indietro. Il 20 ottobre 2011 la Libia è ormai sprofondata nella guerra civile. A febbraio le prime manifestazioni della 'giornata della collera' contro il rais hanno messo a ferro e fuoco la Cirenaica. Gheddafi ha tuonato contro i "ratti" che hanno osato prendere le armi e scendere in strada, sull'onda di quella Primavera Araba che ha già sconvolto Tunisia ed Egitto. La reazione del Colonnello si è fatta sentire ma l'intervento di Francia e Inghilterra cambia le carte in tavola. A marzo i primi bombardamenti per una “no fly zone“, poi la missione viene posta sotto l'ombrello Nato e anche l'Italia - da sempre paese vicino a Tripoli - partecipa all'operazione Odissey Dawn. Da allora è solo questione di tempo: le città libiche cadono una dopo l'altra mentre il rais fugge dalla capitale e si rifugia nella sua Sirte. I ribelli lo braccano finché, a ottobre, il suo convoglio è intercettato da un drone. Ferito alle gambe, Gheddafi si nasconde in un canale di scolo ma non ha scampo. Viene stanato, brutalizzato dalla folla e ucciso in circostanze ancora da chiarire. I video del suo corpo massacrato fanno il giro del mondo mentre in ogni piazza si festeggia la caduta del dittatore. 

Da allora la Libia ha vissuto un tormentato periodo di progressiva frammentazione politica e sociale culminata nella partizione del Paese sotto due diverse autorità: il Governo di Accordo Nazionale insediatosi a Tripoli e riconosciuto dall’Onu e la Camera dei Rappresentanti di Tobruk, nella regione orientale della Cirenaica, dominata dalle forze del colonnello Khalifa Haftar. Dopo lunghi negoziati seguiti al cessate il fuoco, a marzo è stato finalmente eletto un governo di unità nazionale che ruota attorno al tandem Abdel Hamid al-Dbeibah e Mohammed al-Menfi, rispettivamente nuovi primo ministro e presidente. Un esecutivo nato essenzialmente con una missione: traghettare il Paese verso le elezioni presidenziali del 24 dicembre e le legislative di gennaio, ultima chance per voltare davvero pagina. 

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