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Mercoledì, 19 Giugno 2024
Le conseguenze

Come cambia l'Africa con la guerra in Ucraina

I governi locali rischiano di soccombere di fronte all’aumento dei prezzi del grano

Il confitto russo in Ucraina genererà una crisi alimentare su scala globale. Non è un rischio paventato, ma una certezza confermata dal Fondo Monetario Internazionale. Una parte del grano, del mais e dell'orzo del mondo è intrappolata in Russia e in Ucraina a causa della guerra, mentre una quota ancora più grande dei fertilizzanti usati in tutto il mondo è bloccata in Russia e Bielorussia. Il risultato è che i prezzi degli alimenti dei fertilizzanti sono lievitati. I prezzi mondiali del grano sono aumentati del 19,7 per cento, aggravati dalle preoccupazioni per le coltivazioni negli Usa, mentre quelli del mais hanno fatto registrare un aumento del 19,1 per cento: si tratta di un livello record, che tocca le punte raggiunte dai prezzi dell'orzo e del sorgo.

Nel 2020 i due paesi hanno fornito circa il 30 per cento del grano a livello mondiale, rispettivamente 18 per cento la Russia e 8 per cento l’Ucraina. La metà della fornitura di grano viene importata dall'Africa. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, l'Africa ha importato grano dai due paesi per un valore di 5,1 miliardi di dollari tra il 2018 e il 2020; in particolare, almeno 25 paesi africani importano un terzo del loro grano da Russia e Ucraina, mentre 15 di loro ne importano più della metà. In particolare, l'Egitto acquista circa l’85 per cento del suo grano da Russia e Ucraina, seguito da Sudan, Nigeria, Tanzania, Algeria, Kenya e Sudafrica.

Le conseguenze in Africa della guerra 

I governi africani e la società civile però rischiano di soccombere di fronte all’aumento dei prezzi del grano. Lo sconvolgimento è aggravato da grandi crisi interne e globali come la pandemia, i vincoli marittimi, gli elevati costi energetici, le recenti siccità, le inondazioni e gli incendi. Il disastro alimentare incombente infatti sta mostrando quali sono le conseguenze di una grande guerra nell'era moderna della globalizzazione. Conseguenze che potrebbero avere effetti a cascata.

Basti ricordare quanto accaduto nel 2008, quando la crisi globale scatenata da diversi fattori ha alimentato le rivolte popolari anche in alcuni Paesi africani, come Mozambico, Egitto, Niger. Qualche anno dopo, nel 2010, nei Paesi del Maghreb e del Medio Oriente sono inoltre scoppiati i moti della primavera araba per chiedere un cambio di poltrona ai vari leader africani. Ad alimentare il malcontento sociale è stata la scarsità di cibo e soprattutto l’incremento del prezzo del pane e di altri beni di prima necessità.

La primavera araba e i successivi cambiamenti vengono ora osservati con cautela dai governi locali e dalla comunità internazionale, che si sta attivando per spegnere i probabili e futuri focolai di malcontento sociale. L’Unione europea ha stanziato 654 milioni di euro per il periodo 2021-2024 da destinare all’assistenza alimentare per sette Paesi delle regioni del Sahel e del lago Ciad a maggior rischio di crisi agroalimentare. Come riporta Agenzia Nova, per il terzo anno consecutivo, le due regioni stanno affrontando una crisi alimentare e nutrizionale di proporzioni eccezionali. Il rischio concreto è che problemi strutturali nazionali, tra cui la povertà, la mancanza di disponibilità e di accesso ai servizi sociali di base e la protratta insicurezza, possano avere un impatto sulla tenuta sociale ed economica dei Paesi africani dipendenti dal grano russo e ucraino.

Le misure per contrastare la crisi

Ma quali sono state finora le misure intraprese a livello internazionale per arginare gli inevitabili impatti che la crisi in Ucraina avrà sulle economie africane? Come spiega il giornalista di Agenzia Nova Marco Malvestuto, il programma di linee di credito di quattro miliardi di dollari è stato lanciato dal Consiglio di amministrazione dell'African Export-Import Bank (Afreximbank) all’inizio di questa settimana con l’obiettivo di garantire la sicurezza alimentare e le forniture di carburante adeguate per i Paesi africani e colmare la carenza di fertilizzanti e input agricoli.

Oltre al finanziamento, Afreximbank prevede di collaborare con la Commissione economica per l'Africa delle Nazioni Unite (UNECA), la Commissione dell'Unione africana e il Segretariato dell'Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA) per lanciare il gruppo di coordinamento della catena di approvvigionamento intra-africana, il cui obiettivo sarà essere quello di consentire l'allineamento della produzione e del consumo, garantendo che ciò che viene prodotto in Africa abbia la priorità per soddisfare i requisiti africani, contattando al contempo altre entità in altre parti del mondo per prestare sostegno.

Alla crisi alimentare va però a sommarsi anche la grave crisi ambientale che sta investendo grandi aree del continente africano, in particolar modo legata alla devastante siccità che ha colpito diversi Paesi dell’Africa orientale, come la Somalia, Etiopia e Kenya. Negli ultimi tre anni, in questi tre Paesi non ha piovuto, con conseguenze dirette sui raccolti sui capi di bestiame. Bisogna quindi fare in fretta. Secondo le Nazioni Unite almeno 13 milioni di persone nel Corno d’Africa rischiano di morire di fame se non verranno raggiunte dagli aiuti umanitari.

Gli attori esterni

Questo contesto di incertezza è però funzionale per la Cina, che si inserisce nel vuoto lasciato dalle grandi potenze occidentali per cementare i rapporti tra leader africani e il Partito Comunista Cinese. In questo modo, Pechino si presenta nei Paesi africani rafforza il suo consueto impegno nel Sud globale mentre evidenzia il doppio standard occidentale. La dimostrazione arriva dai recenti contatti che il capo della diplomazia cinese Wang Yi e il presidente Xi Jinping hanno avuto con i loro omologhi di Sud Africa, Zambia, Tanzania, Egitto e Algeria lo scorso mese. Incontri che non sono passati inosservati. Ne è convinto Malvestuto, che sottolinea come la Russia non sia quindi l’unico attore con interessi economici e commerciali in Africa. “La Cina, ad esempio, è ormai operativa in tutto il continente per mezzo di investimenti in infrastrutture di vario genere, prestiti e contratti commerciali, detenendo la gran parte del debito dei Paesi africani, sollevando non pochi interrogativi a livello internazionale circa il presunto modello ‘predatorio’ cinese in Africa”.

I Paesi africani sono infatti da tempo nel mirino degli interessi economici e finanziari cinesi. L’ammontare del commercio cinese con l’Africa è già oltre dieci volte superiore a quello russo e, in caso di ulteriore riduzione dei rifornimenti dalla Russia, la Cina sarebbe pertanto la nazione favorita nel rimpiazzare Mosca. Ma Malvestuto lancia un monito: “Oltre a Pechino, ci sono anche altri attori che potrebbero approfittare dell’isolamento russo: parliamo, ad esempio, degli Stati Uniti ma anche dei Paesi dell’Ue, che rispetto alla Cina appaiono maggiormente in grado di soddisfare il fabbisogno africano di grano e olio dal momento che il gigante cinese – pur essendo tra i maggiori produttori di cereali – destina gran parte di quanto raccolto al fabbisogno interno”.

Se vogliamo quindi conoscere le dirette conseguenze del conflitto russo in Ucraina, dobbiamo volgere lo sguardo anche a quanto accade in Africa.

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